La filosofia taoista: i princìpi cardine

la filosofia taoista

La filosofia taoista ha contrassegnato la cultura cinese tanto quanto il confucianesimo, soprattutto per quanto riguarda le arti (estetica, poesia) e ne rappresenta un filone di pensiero importante.

A differenza del confucianesimo, il taoismo non è stato utilizzato dal punto di vista politico come ideologia imperiale, se non in pochi momenti della storia cinese. Tuttavia non significa che non abbia avuto un forte impatto sociale (ma anche individuale) su figure molto importanti della storia cinese. Come le altre correnti di pensiero (definite cento scuole) sorte durante il periodo degli Stati combattenti, la filosofia taoista fu catalogata successivamente, quindi non esisteva una scuola taoista in quel periodo, bensì pensatori individuali che poi sono stati raggruppati e attorno ai quali è stata costruita una continuità nel corso dei secoli successivi.
La scuola del Dao (Dàojiā 道家) può essere trascritta sia come Taoismo sia come Daoismo, a seconda della trascrizione in cinese, dato che esiste più di un sistema di traslitterazione ( il grafema d solitamente è pronunciato come t in termini di pinyin).

Cosa significa Dao? (道)

Questo termine indica il percorso, la via, nel senso della modalità con cui la natura si esprime, del cosmo, della natura stessa. Proprio per questo suo significato anche astratto, non è un termine esclusivo della cultura taoista, ed è impossibile dare una definizione di ciò che è effettivamente il Dao nello specifico. Infatti, uno dei famosi testi taoisti  afferma:« 道可道, 非常道 » cioè: «il Dao di cui si può parlare non è (il vero) Dao», quindi non si può definire. Inoltre, se osserviamo il radicale del carattere cinese, cioè la sua componente a sinistra,  Dao significa: attraversare, camminare, quindi indica un movimento costante.  Non si tratta di un pensiero che postula dei dogmi fissi o principi immutabili, ma è una filosofia dell’adattamento e della costante trasformazione di sé. Questo movimento sarebbe l’unico principio possibile della natura delle cose, e come altre scuole di pensiero, la filosofia taoista indaga sul principio che permette, sul piano individuale, di vivere in maniera armonica e, sul piano più generale, di ridare un ordine ad una società conflittuale che ha perso il suo punto di riferimento. 

Testi principali

Nel caso specifico del taoismo, più che di pensatori parliamo di testi associati a delle figure, che probabilmente erano opere collettive. I due principali sono: Laozi (老子) Zhuangzi ( 庄子). C’è molta confusione sulla datazione di queste opere e sulla vita degli autori; nel caso di Laozi, probabilmente non parliamo di una persona realmente esistita, ma del nome del testo, che vuol dire Il Vecchio Maestro, di cui è stata successivamente ritrovata una biografia, la quale appare molto leggendaria, motivo per cui non sappiamo chi lo abbia realmente scritto, né quando. La visione tradizionale vuole il Laozi più antico, scritto forse negli stessi anni in cui Confucio era in vita, mentre il Zhuangzi è successivo di un secolo. In realtà nuovi studi hanno capovolto questa versione, stabilendo il Zhuangzi come testo più antico della tradizione Taoista. Resta comunque un mistero l’effettiva datazione delle due opere.

Questi due testi, per quanto entrambi assolutamente ascrivibili al Taoismo, in realtà sono differenti sotto molti punti di vista. In generale però possiamo identificare dei principi cardine della filosofia taoista, tra cui: il fallimento del linguaggio, il rovesciamento dei valori convenzionali, il principio del non-agire ed il concetto di shì (势).
Da sottolineare però che, per i taoisti, l’unico principio è il Dao, ciò che permette alle cose di essere ciò che sono, il principio naturale delle cose, e dato che è un principio di movimento, significa che la natura stessa, e l’uomo che secondo i taoisti ne fa assolutamente parte, è sempre in continuo movimento ed in continua trasformazione. Secondo i taoisti, gli umani non accettano questa continua trasformazione e quindi cercano di ingabbiare la realtà in concetti che ci permettono di avere dei punti fermi durante la nostra vita. La prima illusione è IO, il fatto che noi ci riteniamo un’entità separata rispetto alla natura; questa presunzione viene poi applicata da noi essere umani su tutto ciò che ci circonda, creando delle gabbie concettuali per una realtà che non può essere ingabbiata.

Partendo da tali presupposti, proseguiamo con la critica al linguaggio.

Il fallimento del linguaggio

I taoisti considerano il linguaggio come una mera costruzione umana, in quanto non si può rendere a parole quello che effettivamente è.

L’uomo cerca, attraverso le parole, di razionalizzare ciò che in realtà non deve essere razionalizzato. Etichettare la realtà è sbagliato per i taoisti, a differenza, ad esempio, dei confuciani per cui era essenziale, in quanto i nomi sono lo specchio attraverso il quale noi osserviamo l’importanza dei ruoli.
Il linguaggio di per sé è il primo problema che gli essere umani hanno posto tra loro e un’esistenza armonica, quindi l’ideale del saggio taoista è colui che non prova interesse nei confronti della società, considerandola un costrutto artificiale che ci allontana da quella che è la vita pacifica e tranquilla che si legge sui libri naturali. Quindi il Dao è questo principio della trasformazione, non è un principio che genera la natura, non è una divinità, ma è il codice che sorregge la realtà, è il principio insito nelle cose; non possiamo separarlo dalle cose, ma non possiamo nemmeno separare le cose dalla realtà. Bisogna capire il mutamento, bisogna capire il Dao non in maniera razionale, piuttosto bisogna intuirlo senza parole, adeguandosi ad esso in quanto unica via verso la saggezza. In questi termini, la filosofia taoista è un pensiero relativista. Secondo il Zhuangzi, tutte queste categorie che ci danno una bussola di riferimento sono artificiali, concetti che sono gabbie che non ci permettono di esprimere quella che è la nostra natura umana. Anche dal punto di vista della natura umana essi non si schierano come i Confuciani, i quali affermano ciò che è bene o ciò che è male, ma i taoisti affermano che buono e cattivo non significano nulla, la natura umana è naturale. A differenza di tutte le altre creature, l’uomo è l’unico che ha avuto la presunzione di voler capire la realtà e di modificarla tramite la logica, il linguaggio, il ragionamento e tutto ciò che ne deriva, ma il sapere razionale è lontano dal principio taoista, e la razionalità crea l’infelicità nell’uomo. Il processo stesso di conoscenza che si basa sul pensiero razionale è totalmente falsato. Allora come si può apprendere il Dao? 

Secondo Zhuangzi, poichè non vi è distinzione tra intelletto e fisicità, corpo ed azione, bisogna concentrarsi su quelle che sono le nostre attività fisiologiche, facendo l’esempio dei pesciolini che non stanno seduti al banco per imparare a nuotare, ma lo sanno fare e basta. Secondo la filosofia taoista, nel momento in cui si apprende un’abilità, non solo si sta aggiungendo qualcosa a livello di conoscenza, ma si sviluppa anche la nostra connessione con i ritmi della natura, e questo tipo di conoscenza è quello autentico perché, quando diventa abilità, non è più neanche mediata dall’intelletto. 
Infatti, l’importanza della natura per i taoisti va collegata  al termine cinese natura: zìran (自然), cje vuol dire proprio spontaneità, ciò che nasce da sé. Per cui abbiamo una visione della natura che è spontanea, non deve ragionare per quello che fa, non vi è intelletto nelle azioni, lo fa perché è la sua natura e non deve sforzarsi di fare perché lo è, e non c’è niente di sbagliato in ciò che è naturale; dunque, il pensiero dei taoisti nei confronti dell’istinto e dei piaceri naturali è molto diverso rispetto a quello dei confuciani: non c’è alcun tipo di moralismo, ma un forte relativismo. Anche il concetto di giusto o sbagliato è inutile, non esiste una giustizia o un errore nella natura, esiste la spontaneità e noi non possiamo giudicare e adattare i nostri parametri morali a un mondo che segue semplicemente quelle che sono le sue regole innate.

Il principio del non-agire (wúwéi 无为)

Qui arriviamo a uno dei concetti più interessanti della filosofia taoista, ma anche dei più fraintesi: il concetto del non-agire (wuwei 无为) che non riguarda l’ozio, ma piuttosto il non sforzarsi, non imporsi. Se bisogna seguire la spontaneità delle cose, secondo i taoisti significa che non si dovrebbe agire. Non è quindi un invito all’inazione totale, alla pigrizia, ma a non prendere le cose troppo sul serio, con ansia, non sforzarsi, poiché le cose maturano da sole. La grande abilità del saggio è quella di capire le circostanze e che non c’è bisogno di agire perché le cose avvengono da sole: meno le forziamo e più risultati in realtà otteniamo.  L‘agire degli uomini è contrario rispetto ai processi della natura, di ciò che è cosi di per sé. Il saggio, quindi, non deve interferire con il corso spontaneo delle cose, e ciò si inserisce nella  poetica dei paradossi caratteristica del Laozi: per ottenere un obiettivo, devi smettere di perseguire quell’obiettivo direttamente; solo allora poi lo otterrai. Un tipico atteggiamento di Laozi, infatti, è quello di vincere attraverso la resa: cioè, secondo lui, se ci si arrende, in realtà si vince, perché tutto ciò che è forte dovrà fare il suo corso naturale, quindi dovrà invertirsi e diventare debole. Il saggio dovrà semplicemente aspettare che le cose facciano il loro corso e che il forte declini e diventi debole, in questo modo potrà vincere. Paradossalmente il saggio dovrebbe rafforzare il suo nemico forte, perché in questo modo non farà altro che accelerare il suo declino ( dandogli più forza, il nemico è più vicino al culmine, sarebbe il momento in cui la sua forza è al massimo, così subito dopo inizia a declinare), cioè quel processo ciclico naturale dello Yin-Yang, che porta tutto ciò che è Yin a diventare Yang, e viceversa. 

Rovesciamento dei valori convenzionali

Quando c’è una coppia di valori (ad esempio alto-basso, terra-acqua, ecc.) Laozi, e in senso esteso la filosofia taoista, preferisce quello che è sfavorito dalla maggior parte delle persone; ad esempio, tra essere e nulla, Laozi preferisce il nulla, ciò che la maggior parte delle persone, cioè la convenzione, invece, sfavorisce. Laozi quindi ribalta lordine gerarchico dei valori convenzionali, stesso dicasi ad esempio per la coppia conoscenzaignoranza, Laozi preferisce il non sapere al sapere, preferisce il femminile  al maschile. Per quanto riguarda il discorso soprasotto, Laozi preferisce il sotto rispetto al sopra. Perché Laozi preferiva, all’interno di coppie dai valori antitetici, quel valore che invece la maggior parte delle persone non preferiva? Perché Laozi era indirizzato al sovrano di uno stato debole, il quale non potendo contare sulla forza, doveva sopravvivere in mezzo a potenze che invece erano dotate di grande forza militare, diplomatica, economica, ecc. Laozi, perciò, preferiva il passivo all’attivo, lo Yin allo Yang.

D’altronde questo concetto, questa esaltazione della debolezza, ha un termine non molto noto, ovvero róudào (róu di morbido/debole, dào di via, la via della debolezza- se si leggono queste parole con la pronuncia giapponese, ci si accorge che si pronunciano judo: il judo è un’arte marziale che significa  la via della debolezza, ed è un termine tratto proprio dal Laozi). Laozi decanta proprio le virtù della debolezza, della passività, della morbidezza, e le metafore che esplora, richiamano proprio questi concetti. Una metafora della debolezza, della passività, è quella dellacqua: nella filosofia taoista, lacqua è metafora della forza della debolezza perché è un elemento Yin, ed essendo morbida si muove liberamente tra le rocce che sono dure. In questo modo c’è unesaltazione della morbidezza, della debolezza, rispetto alla forza e alla durezza delle rocce, proprio perché l’acqua riesce a muoversi liberamente tra le rocce, riesce anche a scavarle, a plasmarle, a modellarle.

Il concetto di shi (势)

Un altro concetto della filosofia taoista è il concetto di shì (势), che significa tendenza, forza relativa al posizionamento, che spiegato in maniera astratta non può essere capito. Un esempio concreto può essere, di nuovo, l’acqua: immaginiamo l’acqua in un lago calmo e l’acqua in cima ad una cascata nel momento prima di cadere: l’acqua è la stessa, ma cambia il contesto. L’acqua piatta nel lago è priva di energia, non ha shì, ma la stessa acqua in cima a una cascata, nel momento prima di cadere è carica di shì; questo significa che le circostanze in cui l’elemento si trova, possono caricarlo di un’energia molto superiore, ma ciò non dipende dall’elemento in sé: si può ricavare energia dall’acqua di una cascata, ma non da quella in una bottiglia, pur essendo è la stessa. Secondo i taoisti, noi dobbiamo concepire la vita nello stesso modo: la nostra possibilità di poter compiere o meno un’azione non dipende mai soltanto dalla nostra volontà, ma è legata ad un contesto, che ci permette di agire o di non agire. Tutto potenzialmente si può caricare di shì, anche noi stessi, a seconda delle circostanze in cui ci troviamo, al di là dei nostri meriti o della nostra natura. Infatti, la forza shì non deriva da noi stessi ma dal contesto favorevole per agire, quindi secondo i taoisti bisogna agire, ma nel momento giusto, nel momento in cui non ci sembra che stiamo agendo. La capacità del saggio è quella di capire lo shì, e quindi capire dove è possibile ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo, perché sono già le circostanze ad essere pronte, adatte.

Secondo la filosofia taoista, questo deve essere il modo di vivere: capire quando si può ottenere qualcosa e quando no in maniera assolutamente rilassata. Un lavoro che quindi viene prima dell’azione stessa, un invito ad essere particolarmente sensibili, perché lo shì non può essere capito come un manuale, ma bisogna lavorare per arrivare ad essere talmente saggio da capire le circostanze e come funziona, un apprendimento che non deve essere passivo, bensì un’attività quotidiana di intuizione e di connessione con la natura; con il Dao.

Fonte immagine: Wikipedia

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