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Eroica Fenice

La categoria Riflessioni culturali contiene 18 articoli

Riflessioni culturali

Codice Barbaricino: la legge secondo i pastori ed i banditi sardi del passato

Il Codice Barbaricino è un codice morale e comportamentale, tramandato oralmente dal tessuto pastorale e dal Banditismo sardo fin dai tempi antichi e di cui ne parla, negli anni Cinquanta, il filosofo Antonio Pigliaru con la pubblicazione del libro La vendetta barbaricina come ordinamento giuridico che fece una prima analisi di ciò, dato che in precedenza mai nessuno ne aveva parlato o messo qualcosa su carta che riguardasse questo argomento. Codice Barbaricino: le leggi a trasmissione orale Il Codice Barbaricino, detto anche ”della vendetta”, è composto da 23 articoli suddivisi a loro volta in 3 capitoli: ”I princìpi generali” (dall’articolo 1 al 10), ”Le offese” (dall’articolo 11 al 17) e ”La misura della vendetta (dall’articolo 18 al 23). La parte iniziale è un’introduzione, la parte centrale di queste leggi definisce le offese subite, dall’insulto personale al furto e all’omicidio mentre l’ultima parte spiega le relative sanzioni. Il tema principale, dunque, sulla quale è focalizzato questo ordinamento giuridico è, senza dubbio, la vendetta. Di questo non se ne avvale solo la comunità dei fuorilegge, bensì tutta la società è venuta ad osservare questa norma e, ovviamente, tutto ciò è ben diverso dal processo penale dello Stato Italiano. Si parla infatti, fin dai primi anni del Novecento di ”Processo Sardo” che si oppone in fase processuale al processo Italiano. L’ambito agro-pastorale in cui questo codice si è sviluppato è dunque un po’ degradato, distante dal centro urbano dell’isola e facente parte di quella zona sarda in cui vigeva la mentalità il cui scopo della legge era quello sì di rendere giustizia, ma tutelando in primis l’onore e la dignità dei singoli individui. Ad esempio una famiglia che riceveva un furto di bestiame da un’altra, era autorizzata a commettere lo stesso furto per tornare ad una situazione di parità. Alcuni studiosi hanno analizzato il fenomeno e ritenuto che ciò sia un codice naturale di diritto, riconosciuto dalla popolazione ed attivato contemporaneamente alla ”Carta de Logu” (che è invece l’atto istituzionale dei due). Alla base della creazione si crede che ci sia un vissuto psicosociale sofferente per quella che venne considerata una colonizzazione e, nei periodi migliori, una scarsa tutela dell’individuo da parte dello Stato, che negli anni in questione non era presente o lo era troppo poco. Un Codice di leggi, dunque, di una popolazione abbandonata a se stessa e costretta a dirigersi e a difendersi da sola secondo questo tipo di processo che, seppur molto primitivo, costituiva il loro solo punto valente di appoggio. Fortunatamente però nel XXI secolo, grazie alla presenza più forte dell’ordinamento giuridico della Repubblica italiana, questo Codice ha perso di significato anche se, in alcuni casi, come spiega l’antropologo Barchisio Bandinu, si fa ancora ricorso a questo sistema. Immagine in evidenza: Pixabay

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Riflessioni culturali

Giovani e lockdown: come intrattenersi in casa

Giovani e lockdown: in questo periodo particolarmente difficile, stare in casa è l’unica soluzione. Il problema però è trovare qualcosa da fare e scegliere tra diverse attività. Certo, nulla potrà sostituire le uscite con gli amici, le serate trascorse al bar, una pizza in compagnia. Ma esistono diverse attività piacevoli da svolgere in casa e che possano intrattenere soprattutto i più giovani. No alla movida: come intrattenere il tempo? Tra le diverse attività apprezzate e amate dai giovani, per quanto sedentarie, troviamo l’utilizzo dei videogiochi. Nonostante si possa pensare il contrario però, l’esercizio fisico sembra appassionare sempre più giovani. Una buona notizia, soprattutto perché sempre più medici affermano che proprio lo sport contribuisca ad aumentare l’autostima, e soprattutto aiuti a limitare quel senso di frustrazione che questo prolungato momento di forzato isolamento può generare. È fondamentale tra le varie cose, cercare di svolgere attività che stimolino la propria curiosità, e soprattutto che non annoino. Le stime affermano che circa una persona su cinque, nel corso delle giornate di Lockdown si dedica a hobby e attività quali bricolage e cucito, praticato anche da un numero piuttosto elevato di ragazze che sembrano apprezzarlo. Oltre alle attività da svolgere, è opportuno creare uno spazio che sia esclusivamente personale, magari arrendendolo secondo i propri gusti, con colori tenui, libri, quadri, poster, e quant’altro possa contribuire a creare un ambiente confortevole, ricordando che in ognuno di noi é nascosto un artista che aspetta solo di venire fuori. La cosiddetta e famosa “vena artistica” può espletarsi in modo semplice. Giovani e lockdown: attività da svolgere in casa Tra le tante attività con cui impiegare il tempo, un suggerimento valido è quello di imparare a suonare uno strumento da autodidatta, e magari mediante i video-tutorial presenti in rete. La musica accompagna da sempre le giornate di ragazzi e adulti, e dedicarsi ad uno strumento musicale, potrebbe diventare una passione vera e propria. Sempre nell’ambito delle attività da autodidatta, è possibile dedicarsi alla creazione di qualche aggeggio o creare qualcosa dal nulla, impiegando esclusivamente la propria immaginazione e oggetti di riciclo. In famiglia, assumono molta importanza i giochi da tavolo, i quali sembrerebbero in disuso, ma in realtà sono fortemente apprezzati e permettono di trascorrere del tempo insieme, svagandosi e divertendosi in compagnia. Giovani e lockdown: quando non si può uscire, trova qualcosa di interessante da fare in casa Uscire di casa non è possibile, e lo si può fare solo fino ad una determinata ora, evitando però gli assembramenti, un cambiamento notevole, soprattutto per i tanti ragazzi, abituati a trascorrere del tempo con i propri coetanei. In questo, non aiuta nemmeno la cosiddetta didattica a distanza, che sta creando non pochi problemi da questo punto di vista. Si può pensare a quanti faticano a socializzare, e che in questo momento sono in casa, soli, in balìa delle solite attività. Una cosa è certa, non bisogna innalzare dei muri, è opportuno lasciarsi andare, essere creativi, anche con nuove attività da svolgere con curiosità e interesse. Non è detto che […]

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Testi sacri: le opere religiose più importanti della storia dell’umanità

I testi sacri, anche conosciuti come ”sacre scritture”, sono dei documenti o delle opere letterarie ritenute sacre dalle religioni e movimenti spirituali. Sono ritenute interamente divini o parzialmente ispirati in origine; in alcune religioni i fedeli usano titoli come ”Parola di Dio” per indicare le sacre scritture, in altre, come nel Buddhismo, questi scritti iniziano con l’invocazione ”Così ho udito”, indicando con ciò che tale opera è ritenuta diretto insegnamento del Buddha Sakyamuni. Anche i non credenti spesso scrivono in maiuscolo i nomi delle sacre scritture come segno di rispetto o per tradizione. Gli atteggiamenti riguardo ai testi sacri differiscono da religione a religione: alcune rendono disponibili i propri testi scritti con la massima libertà, mentre altre sostengono che i segreti sacri devono rimanere nascosti a tutti tranne che al leale e all’iniziato (esoterismo); altre ancora fanno entrambe le cose, rendendo pubblici alcuni testi e riservandone altri ad una cerchia ristretta di iniziati. La maggioranza delle religioni promulgano norme che definiscono i limiti dei testi sacri e che controllano o impediscono cambiamenti e aggiunte. Le traduzioni dei testi devono ricevere il benestare ufficiale, ma la lingua originale con cui era stato compilato il testo ha spesso la preminenza assoluta. Testi sacri: i maggiori scritti nel corso dei secoli Tra i testi maggiori ricordiamo: Buddhismo: tradizionalmente indicati come ”Tripitaka” (tre canestri) sono attualmente raccolti in tre canoni ovvero il Canone pali, il Canone cinese e il Canone tibetano, così denominati in base alla lingua degli scritti. I canoni buddhisti raccolgono gli insegnamenti, i sermoni, le parabole e i detti di Siddharta Gautama (il Buddha), le regole di vita all’interno del Sangha (la ”comunità” dei fedeli, sia monaci che laici) e le tecniche per il raggiungimento del Nibbana, ovvero l’ ”estinzione”, intesa come liberazione dal samsara, l’eterno ciclo karmico di nascita, morte e rinascita a cui sono soggetti gli esseri senzienti. Cristianesimo: la Bibbia è il testo sacro della religione cristiana, formata da libri differenti per origine, genere, composizione, lingua, datazione e stile letterario, scritti in un ampio lasso di tempo, preceduti da una tradizione orale più o meno lunga e comunque difficile da identificare, racchiusi in un canone stabilito a partire dai primi secoli della nostra era. Il cristianesimo riconosce nel suo canone ulteriori libri scritti in seguito al ”ministero” di Gesù. La Bibbia cristiana risulta divisa in ”Antico Testamento” corrispondente alla Bibbia ebraica e ”Nuovo Testamento” che descrive l’avvento del Messia e le prime fasi della predicazione cristiana. La parola ”Testamento” presa singolarmente significa ”patto”, un’espressione utilizzata dai cristiani per indicare i patti stabiliti da Dio con gli uomini per mezzo di Mosè (antico testamento) e poi per mezzo di Gesù  (nuovo testamento). Islam: il Corano è considerato dai musulmani il loro testo sacro, trasmesso parola per parola da Dio (Allah). I musulmani ritengono che Maometto abbia ricevuto il Corano da Dio attraverso l’Arcangelo Gabriele, che glielo avrebbe rivelato in lingua araba. Per questo i fondamentali liturgici islamici sono recitati in tale idioma in tutto il mondo musulmano. Dopo la […]

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Riflessioni culturali

Indoeuropeo/protoindoeuropeo: l’origine comune delle lingue indoeuropee

L’indoeuropeo, indicato anche nello specifico ”protoindoeuropeo”, è la protolingua che, secondo gli studi di linguistica comparativa, costituisce l’origine comune delle lingue indoeuropee. A partire dal 2000 a.C. si attestano somiglianze tra queste lingue che hanno imposto agli studiosi di assumere la consapevolezza che vi sia stata una lingua parlata circa 7000 anni fa che è la protolingua preistorica dalla quale derivano tutte le altre e che per convenzione viene chiamata proto-indoeuropeo. Grazie al metodo comparativo, negli anni, i linguisti hanno cercato di ricostruire, se pur in maniera ipotetica, una documentazione più arcaica di questa lingua dandone anche una grammatica ed un lessico. La prima formulazione coerente dell’ipotesi avvenne in Germania. Indoeuropeo: una famiglia linguistica allargata Appartengono con certezza alla famiglia linguistica indoeuropea diverse sottofamiglie linguistiche (come se fossero dei rami che partono dal tronco comune, il protoindoeuropeo) a loro volta differenziate in lingue e dialetti: lingue anatolitiche come il luvio, l’ittita, il palaico, il licio, il lidio, il cario (oggi estinte); i dialetti del greco come lo ionico-attico, il dorico, l’eolico, l’arcado-cipriota, il greco di nord-ovest, il panfilio; l’Indo-iranico comprendente il ramo Indo-ario (lingue indoeuropee parlate in India) e l’iranico (lingue indoeuropee dell’Iran). In età antica è testimoniato dall’avestico e dal sanscrito vedico; le lingue celtiche diffuse dal I millennio a.C. nell’Europa atlantica dalla Spagna all’Irlanda e oggi a rischio di estinzione; le lingue italiche diffuse in origine in Italia centro-meridionale e nord orientale e rappresentate, nel I millennio a.C., dal latino, dall’osco-umbro, dal venetico e da altri dialetti minori; le lingue germaniche, di cui è certo che già intorno alla metà del I millennio a.C. fossero diffuse in Europa centro-settentrionale fra il Baltico e il bassopiano sarmatico, le loro prime attestazioni scritte risalgono al V secolo d.C.; l’armeno, parlato in Armenia e noto a partire dal V secolo d.C.; il tocario, nei suoi due dialetti estinti A e B (tocario orientale e tocario occidentale), si è estinto da molto tempo ed è documentato nel Turkestan cinese intorno al 1000 d.C.; l’illirico, una lingua poco nota e diffusa a suo tempo nei Balcani occidentali; le lingue slave, discese tutte da una protolingua (il paleoslavo), già lingua liturgica della chiesa ortodossa in Europa orientale; le lingue baltiche, comprendenti l’antico prussiano, estinto nel XVIII secolo, nonché due lingue vive, il lituano ed il lettone; l’albanese; infine una serie di parlate estinte e poco note come il frigio, il tracio, il daco-misio, il messapico, il ligure e i dialetti Macedoni e dei Peoni. Analizzando la lingua dal punto di vista tipologico, si può affermare che il proto-indoeuropeo, nella fase tardo-unitaria, era una lingua flessiva o fusiva, con un alto grado di sinteticità (quantità di morfemi per parola). La ricostruzione interna permette tuttavia di intravedere una fase di poco più remota, in cui la protolingua mostrava ancora in gran parte l’aspetto di una lingua agglutinante. Le tendenze che hanno determinato la trasformazione tipologica sembrano ancora in parte attive nella fase più arcaica di molte delle lingue figlie. Fonte immagine: Google immagini

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Attualità

Design italiano: le tappe salienti del Made in Italy

Quando parliamo di design italiano facciamo riferimento a tutte le forme di disegno industriale, realizzate in Italia in ogni settore della progettazione e che hanno reso la produzione italiana riconoscibile agli occhi del mondo. Arredi, progettazione urbana, fashion e prodotti Made in Italy hanno posto le basi per un modo di progettare “all’italiana” caratterizzato da un processo di innovazione industriale e tecnologica capace di coniugare la tradizione con la modernità. La nascita del design italiano Tutto ha inizio con la Rivoluzione Industriale, avvenuta in Italia in ritardo rispetto agli altri paesi europei. Dopo l’Unità d’Italia, nonostante il lento consolidamento dell’industria cotoniera e degli opifici, soprattutto al nord, non si poteva ancora parlare di industrializzazione. Dal 1880 iniziarono a svolgersi in Italia fiere ed esposizioni di settore e iniziò a crearsi una certa cultura del design industriale tramite le prime forme di educazione all’argomento. Nel 1863 viene fondato il Politecnico di Milano. Intorno al 1910 la ricerca e la sperimentazione italiana sull’asse dell’autovettura e dell’aereo diventano centrali. È in questo periodo che nascono la FIAT (1899), la Lancia (1908) e l’A.L.F.A. (1910). L’Italia diventa subito famosa per questa declinazione del disegno industriale. La Ricostruzione Futurista dell’Universo estese le istanze di rinnovamento al mondo dell’arredo, che si caratterizza per la linea che esprime velocità e per il colore. Nasce il concetto di abitare svelto, creato con tecniche costruttive veloci e semplici, aiutate dagli impieghi successivi del tubo di metallo curvato che permette la creazione di arredi molto industriali. Negli anni ’30 il modello del Taylorismo di concretizzò nella produzione della Fiat Topolino, progettata da Dante Giacosa. Nel campo meccanico la Olivetti – soprattutto sotto la direzione dell’illuminato erede Adriano – ebbe notevole sviluppo nel settore delle macchine da scrivere, la Necchi in quello delle macchine per cucire. Le date convenzionali scelte per ricordare la nascita del disegno industriale vero e proprio in Italia sono quelle della fondazione della Biennale di Monza del 1930 e della Triennale di Milano nel 1933. Si tratta del periodo del primo elettrotreno, dei primi elicotteri e, dopo la seconda guerra mondiale, dell’aumento esponenziale della produzione di massa. In questo periodo la popolazione italiana inizia a familiarizzare appieno con i prodotti di massa grazie all’immissione sul mercato di articoli di arredamento prodotti in serie. Gli anni d’oro per il design Made in Italy Il 1947 vede la consacrazione internazionale del design italiano con la VIII Triennale di Milano; è da quest’anno che il made in Italy comincia a conoscere il suo successo a livello internazionale. Proprio un anno prima veniva brevettata la Vespa della Piaggio, dell’ingegnere Corradino D’Ascanio, che sancisce l’inizio del successo dello scooter, un nuovo mezzo di trasporto per gli spostamenti di breve distanza. È invece del 1947 la sua eterna rivale, ovvero la Lambretta della Innocenti, disegnata da Cesare Pallavicino. Si tratta di invenzioni iconiche per il mondo del design mondiale e di veri e propri oggetti che hanno cambiato il modo di vivere e di pensare delle persone. Fu durante gli anni ’50 che […]

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Riflessioni culturali

Drammi pastorali: dalla cultura greca al Seicento, attraverso i secoli

I drammi pastorali sono dei componimenti che prendono vita dal genere teatrale del dramma pastorale (o anche favola pastorale, commedia pastorale, tragicommedia pastorale), che vide la nascita negli ambienti colti del Manierismo ed ebbe il suo massimo sviluppo nel Cinquecento e nel Seicento. Ebbe un forte influsso sull’intermezzo e fu d’ispirazione anche per il melodramma. La derivazione da un genere letterario è da ricondurre all’egloga di origine virgiliana tramite le Bucoliche, che avevano avuto vasta diffusione ed ampio consenso nelle corti quattro e cinquecentesche. I dialoghi delle egloghe si trasformano poi in strutture drammatiche. Poliziano e Sannazzaro avevano contribuito alla diffusione del genere: il primo con la Favola di Orfeo, il secondo con l’Arcadia, che proprio per la forma adottata più si avvicina al dramma pastorale. Drammi pastorali: le caratteristiche e le opere principali Il dramma pastorale è ambientato in luoghi silvestri o campestri in una natura bucolica e pura. Su questo sfondo, agiscono personaggi che ben si sposano con l’ambiente circostante: pastori, ninfe, satiri e creature del bosco. Era composto solitamente in versi. La fortuna del dramma pastorale è da ricercarsi sia nei contenuti che nelle modalità di rappresentazione in scena. Da una parte, infatti, i raffinati spettatori del genere erano affascinati dall’ambiente rappresentato, di vago sapore esotico e sospeso nel tempo poiché senza precisa connotazione cronologica. Gli elementi scenici si arricchirono di accorgimenti scenografici spettacolari o preziosi, così come i costumi del attori. Gli scenari, inoltre, furono pensati appositamente per l’ambientazione bucolica, fornendo ad architetti come Sebastiano Serlio materia su cui lavorare per ideare nuove e stupefacenti macchine e sfondi per le rappresentazioni. Tra le opere più importanti dei drammi pastorali ricordiamo: Tirsi di Baldassarre Castiglione; Egle di Giraldi Cinzio; Ma i capolavori restarono sempre: L’Aminta di Torquato Tasso che narra di un pastore, Aminta, che si innamora di una ninfa mortale, Silvia, ma non viene ricambiato. Dafne, amica di Silvia, consiglia ad Aminta di recarsi alla fonte dove si bagna di solito la ninfa. Silvia viene aggredita alla fonte da un satiro che si appresta a violentarla, quando interviene Aminta che la salva. Ma lei, ingrata, scappa senza ringraziarlo. Aminta trova un velo appartenente a Silvia sporco di sangue e pensa sia stata sbranata dai lupi. Addolorato per la presunta morte dell’amata decide di suicidarsi gettandosi da una rupe. Silvia, che in realtà non è morta, ricevuta la notizia del suicidio di Aminta, presa dal rimorso e resasi conto di amarlo si avvicina al corpo piangendo disperata. Ma Aminta è ancora vivo perché un cespuglio ha attutito la caduta e riprende i sensi, così la vicenda si conclude con il coronamento dell’amore tra i due. Il pastor fido di Giovan Battista Guarini, ambientato in Arcadia, narra di una maledizione che grava sulla mitica terra dei pastori da quando Diana, per un’offesa subita, ha imposto che ogni anno una fanciulla le venisse sacrificata. La punizione potrà avere fine solo quando due giovani di stirpe divina si sposeranno. Per questo Montano, sacerdote discendente da Ercole, intende unire il figlio […]

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Culturalmente

Filostrato di Boccaccio, riflessioni su Pandaro

Il Filostrato di Boccaccio è fra le opere più “misteriose”: incerta storia filologica, incerta attribuzione delle fonti (intese in senso stretto), incerta identità dei personaggi. Il testo di seguito proposto è tratto, fortemente riassunto e rimodulato dal contributo assai più esteso e approfondito Le vie indiscrete della passione: riflessioni sul Pandaro del Filostrato (e proposte sul Filostrato del Decameron), presentato in occasione del seminario internazionale di Studi intorno a Boccaccio (Boccaccio e dintorni, quinta edizione). In tale contributo si è cercato di rintracciare alcuni fili genetici, che possano almeno in parte avvicinarci al canovaccio compositivo tenuto in mente dal Certaldese. Il Filostrato di Boccaccio: riflessioni su Pandaro Nell’economia delle ottave del Filostrato, il personaggio di Pandaro riveste un ruolo importantissimo per lo svolgimento dell’azione narrativa. Contraltare di Troiolo nella visione delle “mondane cose”, per certi versi prefigurazione – con le dovute cautele e differenze – del cortigiano ante litteram (fedele secretarium e confidente del suo amico-signore) e al tempo stesso carattere tipico da commedia, il personaggio di Pandaro resta tratteggiato dal suo autore – come del resto nella tecnica che lo contraddistingue – come non categorizzabile: immerso nelle “antiche istorie” (da cui l’autore, per sua stessa ammissione, ha tratto la materia del suo libello), ma lontanissimo dall’epos, Boccaccio lo dipinge come giovane dal carattere modernissimo, forgiato dall’esperienza; abile affabulatore, dote (o vizio) che lo innalza a ruolo di comprimario, sicuramente figura imprescindibile al fine della realizzazione, seppur breve, dell’esperienza amorosa di Criseida e Troiolo. Il personaggio ha origini misteriose; suggestive vicinanze sembrano intravedersi, invece, nel Pandaro dell’Iliade (per somiglianza di interessantissimi schemi psicologici) e – seppur con le chiarissime differenze naturali – nel Mercurio dell’Eneide (nel sensus circoscritto che assume nella vicenda amorosa del libro IV del poema). La collisione fra eros ed epos – fra passio e ratio – viene evidenziata proprio dal Certaldese, che, più tardi, nelle sue Genealogia deorum gentilium, parlando della poesia cita un esempio significativo: «[…] intendit Virgilius per totum opus ostendere quibus passionibus humana fragilitas infestetur, et quibus viribus a constanti viro superetur. Et cum iam non nullas ostendisset, volens demonstrare quibus ex causis ab appetitu concupiscibili in lasciviam rapiamur, introducit Dydonem generosi tate sanguinis claram, etate iuvenem, forma spectabilem, morbus insignem, divitiis abundantem, castitate famosam, prudentia atque eloquentia circumspectam, civitati sue et populo imperantem, et viduam, quasi ab experientia Veneris concupiscientie aptiorem. Que omnia generosi cuiuscunque hominis habent animorum irritare, nedum exulis atque naufragi, et in incognitam regionem deiecti atque subsidio indigentis. Et sic intendit pro Dydone concupiscibilem et attractivam potentiam, oportunitatibus omnibus armatam; Eneam autem pro quocunque ad lubricum apto et demum capto. Tandem ostenso quo trahamur in scelus ludibrio, qua via in virtutem revehamur, ostendit, inducens Mercurium, deorum interpretem, Eneam ob illecebra increpantem atque ad gloriosa exhortantem. Per quem Virgilius sentit seu conscientie proprie morsum, seu amici et eloquentis hominis redargutionem, a quibus, dormientes in luto turpitudinum, excitamur, et in rectum pulchrumque revocamur iter, id est ad gloriam.» Nel passo, Boccaccio spiega chiaramente come la vicenda di Enea e Didone serva […]

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Culturalmente

Ritratti di donne: tra muse ispiratrici e donne pittrici

Ritratti di donne: donne pittrici e muse ispiratrici La donna è da sempre la protagonista privilegiata dell’arte; sin dalle civiltà più antiche il suo corpo viene rappresentato con scopi propiziatori, simbolo di fecondità e prosperità. Il nudo femminile è tipico della trasposizione delle divinità; da simbolo e quindi oggetto propiziatorio nell’arte la donna diviene dea e quindi Madonna nelle rappresentazioni artistiche topiche del Cristianesimo, assumendo un ruolo salvifico e benefico. Una svolta arriva col Rinascimento; ogni aspetto del corpo della donna viene declinato dai più grandi artisti di tutti i tempi tra i quali Michelangelo, Raffaello e sicuramente Leonardo da Vinci. La sua “Gioconda” o “Monna Lisa” -conservata oggi al museo Louvre di Parigi– è sicuramente l’emblema dell’enigmaticità del volto femminile; non è solo uno dei dipinti più noti al mondo, ma anche uno tra i più analizzati anche sotto l’aspetto psicoanalitico. La donna nell’arte ha però fino al XVI secolo solo il ruolo di oggetto della raffigurazione; sono spesso le donne d’alto rango ad assurgere a modello, come nel caso di Lisa Gherardini “Monna” -diminutivo di madonna che sta per signora Lisa, appunto, moglie di Francesco del Giocondo, da cui il celebre appellativo “Gioconda”. Altro esempio topico è sicuramente “La nascita di Venere” di Sandro Botticelli: sensualità e pudicizia investono gli occhi del fruitore, grazie alle flessuosità del corpo della dea nata da una conchiglia e sospinta a riva da onde spumose e un vento di fiori che scompiglia appena i suoi morbidi capelli dorati. Il volto della dea ha però una referente reale, Botticelli svolge parte della sua attività artistica presso la corte de’ Medici: la donna, divenuta immortale grazie all’estro del suo pennello è Simonetta Vespucci, l’amante di Giuliano de’ Medici. La donna è ancora musa, la cui immagine è resa immortale dall’estro artistico degli uomini. Dovremo ancora aspettare affinché le donne possano essere riconosciute come artiste o addirittura possano entrare in accademie, divenendo protagoniste attive e non meri ritratti. Autoritratti di donne La donna ancora nel XVI secolo è lontana dalla vita pubblica, relegata a svolgere mansioni domestiche e sicuramente estranea alle attività artistica. Un’eccezione in tal senso è rappresentata però da Artemisia Gentileschi, una donna che non solo fu la prima ad entrare in un’Accademia pittorica, bensì riuscì, in un clima di ostilità e reticenza, a denunciare gli abusi subiti dal suo maestro d’arte. Artemisia, vissuta a cavallo tra XVI e XVII secolo, rappresenta indubbiamente il simbolo dell’ideale femminista. Artista di straordinario talento, nel suo Autoritratto come allegoria della pittura (in copertina) si ritrae intenta a dipingere un quadro invisibile al fruitore; tutta l’attenzione si concentra sul suo sforzo pittorico, il braccio in estensione taglia diagonalmente il quadro, il volto dell’artista non è rivolto allo spettatore, ma alla sua opera. All’arte stessa è dunque affidata la protesta della pittrice nei confronti di un tempo ostile, nonché la riaffermazione della sua indipendenza; non a caso molti dei suoi dipinti ritraggono eroine bibliche,

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Riflessioni culturali

Teoria delle emozioni: riflessioni e strategie

La teoria delle emozioni e il nesso fra competenze cognitive e competenze emotive La riflessione che propongo è tratta, fortemente riassunta e rimodulata, dall’elaborato Un incommensurabile attaccamento alla vita: emozioni, apprendimento, bisogni affettivi, presentato per il corso d’alta formazione per educatori socio-pedagogici. Teoria delle emozioni: una premessa Le emozioni sono parte integrante di noi stessi; profondamente connesse alle esperienze intime e sociali, influenzano le azioni, le reazioni, gli assetti e gli sviluppi cognitivi e i processi di adattamento evolutivi, finanche spingendo l’individuo a forgiare per sé una maschera di apparenze, avvertita come protezione verso l’esterno, manufatto dell’individuo e segno di più o meno profondi e lesivi disagi emotivi psico-sociali. Le emozioni, fondamentali per lo sviluppo del Sé e per la socializzazione, risultano anche correlate alla salute e all’apprendimento: sul nesso emozione-salute, le indagini delle scienze psicosomatiche e delle neuroscienze hanno potuto dimostrare che esistono fattori emotivi che influenzano taluni meccanismi ormonali e il loro corretto funzionamento; sul nesso emozione-apprendimento, numerose ricerche dagli esiti positivi fanno ritenere fondamentale l’influenza che le emozioni possono svolgere nei processi cognitivi dell’attenzione, della memoria, dell’apprendimento: attraverso indagini mirate è emerso, infatti, che i soggetti con buone competenze emotive hanno maggiori possibilità di raggiungere migliori risultati nell’acquisizione di conoscenze rispetto a soggetti con deficit emotivi. L’intelligenza emotiva sembra possedere, inoltre, capacità adattive, attraverso le quali l’individuo può mantenere una buona salute mentale. Il costrutto – e l’individuazione completa del meccanismo di funzionamento – dell’intelligenza emotiva risulta in fieri, tutto in fase di studio e definizione: secondo alcuni ricercatori l’intelligenza emotiva sarebbe identificabile come abilità determinata (intesa quindi come intelligenza pura), secondo altri l’intelligenza emotiva sarebbe identificabile come insieme di abilità cognitive e di aspetti della personalità (intesa quindi come intelligenza mista). Le ricerche nel campo delle neuroscienze hanno rilevato che le emozioni individuali e le abilità sociali dipendono da complesse reti neurali afferenti a diversi comportamenti, interconnessi al funzionamento dell’intelligenza generale: emozione ed abilità cognitiva, dunque, risulterebbero profondamente correlate ed uno squilibrio in uno dei due sistemi creerebbe conseguenti malfunzionamenti all’altro e viceversa. Le indagini neurobiologiche hanno individuato, inoltre, nell’amigdala, il centro di elaborazione emotiva ed è stato possibile tracciare, così, i percorsi di trasmissione delle informazioni emotive: percorsi plurimi, che interessano varie aree del cervello che convogliano, fanno confluire verso l’amigdala i dati “raccolti” tanto da stimoli interni (ricordi, esperienze) che da stimoli esterni (variabili ambientali). Le emozioni lasciano tracce mnestiche all’interno dell’amigdala che influenzano le successive risposte emotive attraverso il rilascio di noradrenalina e serotonina (ormoni neurotrasmettitori) che mediano – e modulano – la comunicazione neuronale operando il legame dei recettori sinaptici alla classe di neuroni affusolati di natura proteica (neuropeptidi della corteccia cingolata anteriore): in tal modo, avviene la regolazione del substrato fisiologico delle emozioni. È stato dimostrato che malfunzionamenti dei regolari meccanismi di comunicazione neurale (cause genetiche e indotte da condizionamenti post-traumatici) incidono sui disturbi alessitimici e sui disagi anedonici: definito come scarto fra l’emozione vissuta e la sua adeguata e normale espressione, il termine “alessitimia” risulta l’esito di un analfabetismo emotivo, […]

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Culturalmente

Il suono delle cellule: la musica della vita

Il suono delle cellule. Cos’è esattamente? Quando si pensa al suono non si fa fatica ad immaginare la musica, la meravigliosa arte che permea ogni aspetto della vita. È nell’aria, nel cuore, nella mente e persino nel corpo, nelle viscere, ovunque a dare senso e armonia al creato. E il suono è la sua piccola immensa unità di misura. Il suono è energia, naturale o ricreato, che lega armonicamente l’uomo e tutte le creature viventi alla natura. I suoni hanno da sempre affascinato l’uomo, che sin da tempi remoti ha imparato a riprodurli prima con il corpo, poi utilizzando gli oggetti che trovava, fino a maturare la capacità di costruire appositi strumenti, nel tempo sempre più precisi e sofisticati, in grado di riprodurre quell’insieme di note, frequenze e armonie ascoltate in natura e in grado di quietare gli animi agitati, suscitare emozioni intense, infondere speranza e aiutare ad abbandonarsi a pensieri ed azioni catartici. Sì, perché i suoni, che siano sussurrati, cantati, suonati o ascoltati, hanno il magico potere di infondere benessere a mente e corpo, proprio e dei propri simili, di ristabilire equilibri alterati e curare dolori spirituali e fisici. La musica è ovunque, dentro e fuori, tutto suona in armonia con l’universo. Ma cos’è tecnicamente un suono? Il suono delle cellule. Cos’è il suono Il suono è essenzialmente energia vibrazionale, una vibrazione dunque, in quanto tutto ciò che vibra, gli oggetti e il nostro stesso corpo, emette un suono, percepibile o meno dall’orecchio umano. Tale energia si presenta in forma ondulatoria sinusoidale e le sue onde sono misurate in unità chiamate “hertz” (Hz). Tutto ciò che vibra ha una sua frequenza, ad esempio 100 Hz sono 100 onde al secondo. Ma la capacità uditiva dell’orecchio umano varia circa dai 16 ai 20.000 Hz, e tale range varia in base a diversi fattori, tra cui quello generazionale. Dunque le vibrazioni con frequenze al di sotto del range uditivo sono dette “infrasuoni”, mentre quelle al di sopra “ultrasuoni” (quelle udibili ad esempio da altre specie animali, come cani e pipistrelli). Tuttavia, il nostro range uditivo pur non coprendo l’intero range di frequenze, non implica il fatto che le stesse non abbiano incidenza sul nostro essere, in quanto fonte di calore e responsabili pertanto di variazioni e condizionamenti fisiologici. Ma esiste qualcosa di più sorprendente. Se i suoni che siamo abituati a percepire e riprodurre fossero insiti da sempre in noi? Ebbene, il meccanismo sonoro che sottende determinati fenomeni emotivi, naturali e fisici interessa non solo l’ambiente esterno e i suoi effetti su corpo e mente, bensì viene prodotto naturalmente e in maniera indotta anche all’interno delle particelle infinitesimali che costituiscono il nostro organismo. Vediamo come. Il suono delle cellule. Struttura e produzione Le nostre 37.200 miliardi di cellule si muovono e comunicano tra loro, e nel farlo vibrano, dunque emettono suoni. In più, le cellule non oscillano né suonano a caso, in quanto ciascuna vibrazione corrisponde a compiti precisi. È possibile per esempio distinguere le cellule che soffrono e muoiono. […]

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