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Eroica Fenice

La categoria Culturalmente contiene 12 articoli

Culturalmente

Filostrato di Boccaccio, riflessioni su Pandaro

Il Filostrato di Boccaccio è fra le opere più “misteriose”: incerta storia filologica, incerta attribuzione delle fonti (intese in senso stretto), incerta identità dei personaggi. Il testo di seguito proposto è tratto, fortemente riassunto e rimodulato dal contributo assai più esteso e approfondito Le vie indiscrete della passione: riflessioni sul Pandaro del Filostrato (e proposte sul Filostrato del Decameron), presentato in occasione del seminario internazionale di Studi intorno a Boccaccio (Boccaccio e dintorni, quinta edizione). In tale contributo si è cercato di rintracciare alcuni fili genetici, che possano almeno in parte avvicinarci al canovaccio compositivo tenuto in mente dal Certaldese. Il Filostrato di Boccaccio: riflessioni su Pandaro Nell’economia delle ottave del Filostrato, il personaggio di Pandaro riveste un ruolo importantissimo per lo svolgimento dell’azione narrativa. Contraltare di Troiolo nella visione delle “mondane cose”, per certi versi prefigurazione – con le dovute cautele e differenze – del cortigiano ante litteram (fedele secretarium e confidente del suo amico-signore) e al tempo stesso carattere tipico da commedia, il personaggio di Pandaro resta tratteggiato dal suo autore – come del resto nella tecnica che lo contraddistingue – come non categorizzabile: immerso nelle “antiche istorie” (da cui l’autore, per sua stessa ammissione, ha tratto la materia del suo libello), ma lontanissimo dall’epos, Boccaccio lo dipinge come giovane dal carattere modernissimo, forgiato dall’esperienza; abile affabulatore, dote (o vizio) che lo innalza a ruolo di comprimario, sicuramente figura imprescindibile al fine della realizzazione, seppur breve, dell’esperienza amorosa di Criseida e Troiolo. Il personaggio ha origini misteriose; suggestive vicinanze sembrano intravedersi, invece, nel Pandaro dell’Iliade (per somiglianza di interessantissimi schemi psicologici) e – seppur con le chiarissime differenze naturali – nel Mercurio dell’Eneide (nel sensus circoscritto che assume nella vicenda amorosa del libro IV del poema). La collisione fra eros ed epos – fra passio e ratio – viene evidenziata proprio dal Certaldese, che, più tardi, nelle sue Genealogia deorum gentilium, parlando della poesia cita un esempio significativo: «[…] intendit Virgilius per totum opus ostendere quibus passionibus humana fragilitas infestetur, et quibus viribus a constanti viro superetur. Et cum iam non nullas ostendisset, volens demonstrare quibus ex causis ab appetitu concupiscibili in lasciviam rapiamur, introducit Dydonem generosi tate sanguinis claram, etate iuvenem, forma spectabilem, morbus insignem, divitiis abundantem, castitate famosam, prudentia atque eloquentia circumspectam, civitati sue et populo imperantem, et viduam, quasi ab experientia Veneris concupiscientie aptiorem. Que omnia generosi cuiuscunque hominis habent animorum irritare, nedum exulis atque naufragi, et in incognitam regionem deiecti atque subsidio indigentis. Et sic intendit pro Dydone concupiscibilem et attractivam potentiam, oportunitatibus omnibus armatam; Eneam autem pro quocunque ad lubricum apto et demum capto. Tandem ostenso quo trahamur in scelus ludibrio, qua via in virtutem revehamur, ostendit, inducens Mercurium, deorum interpretem, Eneam ob illecebra increpantem atque ad gloriosa exhortantem. Per quem Virgilius sentit seu conscientie proprie morsum, seu amici et eloquentis hominis redargutionem, a quibus, dormientes in luto turpitudinum, excitamur, et in rectum pulchrumque revocamur iter, id est ad gloriam.» Nel passo, Boccaccio spiega chiaramente come la vicenda di Enea e Didone serva […]

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Culturalmente

Ritratti di donne: tra muse ispiratrici e donne pittrici

Ritratti di donne: donne pittrici e muse ispiratrici La donna è da sempre la protagonista privilegiata dell’arte; sin dalle civiltà più antiche il suo corpo viene rappresentato con scopi propiziatori, simbolo di fecondità e prosperità. Il nudo femminile è tipico della trasposizione delle divinità; da simbolo e quindi oggetto propiziatorio nell’arte la donna diviene dea e quindi Madonna nelle rappresentazioni artistiche topiche del Cristianesimo, assumendo un ruolo salvifico e benefico. Una svolta arriva col Rinascimento; ogni aspetto del corpo della donna viene declinato dai più grandi artisti di tutti i tempi tra i quali Michelangelo, Raffaello e sicuramente Leonardo da Vinci. La sua “Gioconda” o “Monna Lisa” -conservata oggi al museo Louvre di Parigi– è sicuramente l’emblema dell’enigmaticità del volto femminile; non è solo uno dei dipinti più noti al mondo, ma anche uno tra i più analizzati anche sotto l’aspetto psicoanalitico. La donna nell’arte ha però fino al XVI secolo solo il ruolo di oggetto della raffigurazione; sono spesso le donne d’alto rango ad assurgere a modello, come nel caso di Lisa Gherardini “Monna” -diminutivo di madonna che sta per signora Lisa, appunto, moglie di Francesco del Giocondo, da cui il celebre appellativo “Gioconda”. Altro esempio topico è sicuramente “La nascita di Venere” di Sandro Botticelli: sensualità e pudicizia investono gli occhi del fruitore, grazie alle flessuosità del corpo della dea nata da una conchiglia e sospinta a riva da onde spumose e un vento di fiori che scompiglia appena i suoi morbidi capelli dorati. Il volto della dea ha però una referente reale, Botticelli svolge parte della sua attività artistica presso la corte de’ Medici: la donna, divenuta immortale grazie all’estro del suo pennello è Simonetta Vespucci, l’amante di Giuliano de’ Medici. La donna è ancora musa, la cui immagine è resa immortale dall’estro artistico degli uomini. Dovremo ancora aspettare affinché le donne possano essere riconosciute come artiste o addirittura possano entrare in accademie, divenendo protagoniste attive e non meri ritratti. Autoritratti di donne La donna ancora nel XVI secolo è lontana dalla vita pubblica, relegata a svolgere mansioni domestiche e sicuramente estranea alle attività artistica. Un’eccezione in tal senso è rappresentata però da Artemisia Gentileschi, una donna che non solo fu la prima ad entrare in un’Accademia pittorica, bensì riuscì, in un clima di ostilità e reticenza, a denunciare gli abusi subiti dal suo maestro d’arte. Artemisia, vissuta a cavallo tra XVI e XVII secolo, rappresenta indubbiamente il simbolo dell’ideale femminista. Artista di straordinario talento, nel suo Autoritratto come allegoria della pittura (in copertina) si ritrae intenta a dipingere un quadro invisibile al fruitore; tutta l’attenzione si concentra sul suo sforzo pittorico, il braccio in estensione taglia diagonalmente il quadro, il volto dell’artista non è rivolto allo spettatore, ma alla sua opera. All’arte stessa è dunque affidata la protesta della pittrice nei confronti di un tempo ostile, nonché la riaffermazione della sua indipendenza; non a caso molti dei suoi dipinti ritraggono eroine bibliche,

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Riflessioni culturali

Teoria delle emozioni: riflessioni e strategie

La teoria delle emozioni e il nesso fra competenze cognitive e competenze emotive La riflessione che propongo è tratta, fortemente riassunta e rimodulata, dall’elaborato Un incommensurabile attaccamento alla vita: emozioni, apprendimento, bisogni affettivi, presentato per il corso d’alta formazione per educatori socio-pedagogici. Teoria delle emozioni: una premessa Le emozioni sono parte integrante di noi stessi; profondamente connesse alle esperienze intime e sociali, influenzano le azioni, le reazioni, gli assetti e gli sviluppi cognitivi e i processi di adattamento evolutivi, finanche spingendo l’individuo a forgiare per sé una maschera di apparenze, avvertita come protezione verso l’esterno, manufatto dell’individuo e segno di più o meno profondi e lesivi disagi emotivi psico-sociali. Le emozioni, fondamentali per lo sviluppo del Sé e per la socializzazione, risultano anche correlate alla salute e all’apprendimento: sul nesso emozione-salute, le indagini delle scienze psicosomatiche e delle neuroscienze hanno potuto dimostrare che esistono fattori emotivi che influenzano taluni meccanismi ormonali e il loro corretto funzionamento; sul nesso emozione-apprendimento, numerose ricerche dagli esiti positivi fanno ritenere fondamentale l’influenza che le emozioni possono svolgere nei processi cognitivi dell’attenzione, della memoria, dell’apprendimento: attraverso indagini mirate è emerso, infatti, che i soggetti con buone competenze emotive hanno maggiori possibilità di raggiungere migliori risultati nell’acquisizione di conoscenze rispetto a soggetti con deficit emotivi. L’intelligenza emotiva sembra possedere, inoltre, capacità adattive, attraverso le quali l’individuo può mantenere una buona salute mentale. Il costrutto – e l’individuazione completa del meccanismo di funzionamento – dell’intelligenza emotiva risulta in fieri, tutto in fase di studio e definizione: secondo alcuni ricercatori l’intelligenza emotiva sarebbe identificabile come abilità determinata (intesa quindi come intelligenza pura), secondo altri l’intelligenza emotiva sarebbe identificabile come insieme di abilità cognitive e di aspetti della personalità (intesa quindi come intelligenza mista). Le ricerche nel campo delle neuroscienze hanno rilevato che le emozioni individuali e le abilità sociali dipendono da complesse reti neurali afferenti a diversi comportamenti, interconnessi al funzionamento dell’intelligenza generale: emozione ed abilità cognitiva, dunque, risulterebbero profondamente correlate ed uno squilibrio in uno dei due sistemi creerebbe conseguenti malfunzionamenti all’altro e viceversa. Le indagini neurobiologiche hanno individuato, inoltre, nell’amigdala, il centro di elaborazione emotiva ed è stato possibile tracciare, così, i percorsi di trasmissione delle informazioni emotive: percorsi plurimi, che interessano varie aree del cervello che convogliano, fanno confluire verso l’amigdala i dati “raccolti” tanto da stimoli interni (ricordi, esperienze) che da stimoli esterni (variabili ambientali). Le emozioni lasciano tracce mnestiche all’interno dell’amigdala che influenzano le successive risposte emotive attraverso il rilascio di noradrenalina e serotonina (ormoni neurotrasmettitori) che mediano – e modulano – la comunicazione neuronale operando il legame dei recettori sinaptici alla classe di neuroni affusolati di natura proteica (neuropeptidi della corteccia cingolata anteriore): in tal modo, avviene la regolazione del substrato fisiologico delle emozioni. È stato dimostrato che malfunzionamenti dei regolari meccanismi di comunicazione neurale (cause genetiche e indotte da condizionamenti post-traumatici) incidono sui disturbi alessitimici e sui disagi anedonici: definito come scarto fra l’emozione vissuta e la sua adeguata e normale espressione, il termine “alessitimia” risulta l’esito di un analfabetismo emotivo, […]

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Culturalmente

Il suono delle cellule: la musica della vita

Il suono delle cellule. Cos’è esattamente? Quando si pensa al suono non si fa fatica ad immaginare la musica, la meravigliosa arte che permea ogni aspetto della vita. È nell’aria, nel cuore, nella mente e persino nel corpo, nelle viscere, ovunque a dare senso e armonia al creato. E il suono è la sua piccola immensa unità di misura. Il suono è energia, naturale o ricreato, che lega armonicamente l’uomo e tutte le creature viventi alla natura. I suoni hanno da sempre affascinato l’uomo, che sin da tempi remoti ha imparato a riprodurli prima con il corpo, poi utilizzando gli oggetti che trovava, fino a maturare la capacità di costruire appositi strumenti, nel tempo sempre più precisi e sofisticati, in grado di riprodurre quell’insieme di note, frequenze e armonie ascoltate in natura e in grado di quietare gli animi agitati, suscitare emozioni intense, infondere speranza e aiutare ad abbandonarsi a pensieri ed azioni catartici. Sì, perché i suoni, che siano sussurrati, cantati, suonati o ascoltati, hanno il magico potere di infondere benessere a mente e corpo, proprio e dei propri simili, di ristabilire equilibri alterati e curare dolori spirituali e fisici. La musica è ovunque, dentro e fuori, tutto suona in armonia con l’universo. Ma cos’è tecnicamente un suono? Il suono delle cellule. Cos’è il suono Il suono è essenzialmente energia vibrazionale, una vibrazione dunque, in quanto tutto ciò che vibra, gli oggetti e il nostro stesso corpo, emette un suono, percepibile o meno dall’orecchio umano. Tale energia si presenta in forma ondulatoria sinusoidale e le sue onde sono misurate in unità chiamate “hertz” (Hz). Tutto ciò che vibra ha una sua frequenza, ad esempio 100 Hz sono 100 onde al secondo. Ma la capacità uditiva dell’orecchio umano varia circa dai 16 ai 20.000 Hz, e tale range varia in base a diversi fattori, tra cui quello generazionale. Dunque le vibrazioni con frequenze al di sotto del range uditivo sono dette “infrasuoni”, mentre quelle al di sopra “ultrasuoni” (quelle udibili ad esempio da altre specie animali, come cani e pipistrelli). Tuttavia, il nostro range uditivo pur non coprendo l’intero range di frequenze, non implica il fatto che le stesse non abbiano incidenza sul nostro essere, in quanto fonte di calore e responsabili pertanto di variazioni e condizionamenti fisiologici. Ma esiste qualcosa di più sorprendente. Se i suoni che siamo abituati a percepire e riprodurre fossero insiti da sempre in noi? Ebbene, il meccanismo sonoro che sottende determinati fenomeni emotivi, naturali e fisici interessa non solo l’ambiente esterno e i suoi effetti su corpo e mente, bensì viene prodotto naturalmente e in maniera indotta anche all’interno delle particelle infinitesimali che costituiscono il nostro organismo. Vediamo come. Il suono delle cellule. Struttura e produzione Le nostre 37.200 miliardi di cellule si muovono e comunicano tra loro, e nel farlo vibrano, dunque emettono suoni. In più, le cellule non oscillano né suonano a caso, in quanto ciascuna vibrazione corrisponde a compiti precisi. È possibile per esempio distinguere le cellule che soffrono e muoiono. […]

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Riflessioni culturali

Cartaceo vs Ebook: pro e contro in una sfida continua

Cartaceo o ebook? Questo è un interrogativo sul quale quotidianamente tantissimi appassionati lettori si contrappongono, talvolta discutendo o creando dei veri e propri forum di confronto. I lettori sono tantissimi e i dispositivi elettronici per leggere in modo digitale, gli ebook reader per leggere gli ebook, si sono molto diffusi e questi ultimi si contrappongono ai libri cartacei. Ovviamente, tra gli appassionati lettori c’è chi ama particolarmente i libri, l’odore della carta, le copertine sempre più accattivanti, e chi invece, preferisce gli ebooks. Entrambe le soluzioni hanno dei pro e dei contro, che però non sembrano scoraggiare i lettori, in un acceso “dibattito” tra chi elenca le qualità dell’uno e chi, invece, quelle dell’altro. Ebook o libri cartacei? Un dilemma dalle molteplici risposte Tra i pro degli ebook reader, c’è sicuramente quello di leggere regolando luminosità, ma anche la dimensione del testo, oppure, applicare modalità di lettura che non danneggino la vista; inoltre, essendo molto compatti, risultano estremamente comodi da trasportare. Basti pensare che un solo gigabyte di memoria è in grado di contenere oltre cinquecento libri. Tuttavia, nonostante ciò, sempre più persone ammettono di prediligere i libri cartacei. Per gli appassionati lettori, gli ebook reader rappresentano delle ‘librerie senza libri’, nonostante diano la possibilità di scegliere in quella che si può definire una vera e propria biblioteca virtuale, tra milioni di titoli diversi, si tratta  però di supporti molto delicati, che facilmente potrebbero rompersi. Un dato particolare, venuto alla luce recentemente, è che tra le lettrici più accanite c’è chi possiede sia un ebook reader che dei libri cartacei e ammette di utilizzarli entrambi. I libri cartacei, passione e storia infinita La bellezza dei libri cartacei è tra le altre cose, racchiusa nella possibilità di essere letti con tutti e cinque i sensi. Una qualità non da poco, che si ricollega anche al gusto dell’attesa, oppure alla possibilità di tenerlo accanto a sé sul proprio comodino, con la voglia incessante di terminarlo e assaporarlo, pagina dopo pagina, gustandone ogni parola, ogni particolare e dettaglio. Sicuramente un’altra caratteristica importante dei libri cartacei è quella di avere una vera e propria identità storica; magari un determinato volume racchiude tra le pagine che lo compongono, una storia antica. Inoltre, proprio da questo punto di vista, aumentano sempre più le edizioni a tiratura limitata, sempre più bramate dai collezionisti oltre che dagli appassionati lettori. Possiamo dire che non esistano delle vere e proprie caratteristiche che creino dei pro e dei contro dell’uno rispetto all’altro, si tratta semplicemente di preferenze da parte dei lettori. La lettura è indubbiamente cultura, va coltivata, indipendentemente dalle modalità con la quale si sceglie di leggere. Sicuramente gli ebook reader sono un supporto tecnologico di rapida fruizione, ma i pro e i contro esistono in ogni ambito. Inoltre, sia gli ebook reader che i libri in versione cartacea permettono di creare una propria libreria personale. Solo che nel caso degli ebook, essi sono raccolti in una libreria virtuale, digitale appunto, mentre nel caso dei libri cartacei, si tratta di scegliere il modo in cui posizionare […]

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Culturalmente

Mitologia nordica, la storia degli dèi scandinavi

La mitologia nordica rappresenta una costola di quella germanica ed è una delle più conosciute al mondo. I nomi di Thor, Loki e Odino suggeriscono qualcosa anche a chi non è ferrato in materia di mitologia e folklore grazie all’enorme numero di romanzi fantasy, film e fumetti con protagoniste le divinità del Pantheon norenno adorate dai popoli della Scandinavia. Mitologia nordica, le fonti Gran parte dei racconti nordici sono stati tramandati dall’Edda in prosa, scritta dallo storico e poeta finlandese Snorri Sturluson nel XII secolo. Si può considerare come un manuale di retorica in cui l’autore dà delle istruzioni agli aspiranti poeti nell’usare la materia norenna spiegando il complesso significato delle kenningar, le frasi poetiche che indicavano i nomi di cose e di persone con perifrasi designanti proprio le divinità nordiche. L’Edda in versi, risalente allo stesso periodo, raccoglie invece ventinove poemi con protagonisti dèi ed eroi che furono riscoperti soltanto nel 1643 da un vescovo all’interno del Codex Regius, un insieme di manoscritti di opere medievali scandinave. Tra le fonti scritte sono importanti per la mitologia nordica anche le rune, pietre scritte in caratteri detti appunto “runici”. Sono presenti soprattutto in Scandinavia e risalgono all’età dei vichinghi, dove i racconti venivano tramandati soltanto oralmente. Nelle pietre runiche troviamo testimonianze non solo della storia, dei costumi e della lingua delle popolazioni scandinave, ma anche episodi tratti dai miti nordici. L’origine del mondo, il Ginnungagap All’inizio si racconta che nel mondo non vi erano il cielo e la terra, ma soltanto un abisso primordiale al centro conosciuto con il nome di Ginnungagap (baratro/voragine magica). Diviso dal regno della nebbia e dei ghiacci a nord (Niflheimr) e da quello del fuoco a sud (Múspellsheimr), al suo interno scorrono gli undici fiumi detti Élivágar le cui gocce velenose danno vita al gigante Ymir, capostipite della stirpe dei giganti che si nutrì del latte di Auðhumla, la vacca universale. Quest’ultima leccò il sale delle rocce ghiacciate e liberò Búri, il primo uomo comparso sulla terra il quale, essendo androgino, diede vita al figlio Borr che a sua volta diede vita alle divinità Odino, Vili e Vé. La prima cosa che fecero i figli di Borr fu uccidere Ymir e usare le parti del suo cadavere per creare il mondo: il cranio divenne la volta celeste, dal suo sangue nacque l’oceano e le carni furono usate per creare la terra. Le ossa furono erette per creare le montagne, mentre dai suoi capelli nacquero gli alberi. Il nome dato a questa terra fu Midgard (terra di mezzo), luogo in cui abitavano gli uomini e i troll. Yggdrasil, il “frassino del mondo” Dal corpo di Ymir fu generato anche Yggdrasil, il più alto tra gli alberi. Si tratta di un frassino (un albero di tasso o una quercia in altre versioni) i cui nove rami sorreggono il mondo. Questi sono: Ásahemir, il mondo delle divinità celesti Álfheimr, popolato dagli elfi di luce Midgard, popolato di uomini e troll Jǫtunheimr, la terra dei giganti (Jotunh) Vanaheimr, il mondo […]

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Culturalmente

Architettura organica: arte e natura

L’architettura organica è una corrente di pensiero artistica concepita dall’architetto Frank Lloyd Wright. Con il termine si intende la totale armonia fra paesaggio antropico (ambiente costruito, edilizio, paesaggio naturale modificato dall’uomo) e paesaggio naturale. Architettura organica: definizione ed esempi Il termine, si è detto, sta ad indicare il “sistema di equilibrio” fra ambiente costruito e ambiente naturale, sistema, questo, raggiungibile attraverso l’inserimento armonico – integrazione “non forzata” – degli elementi architettonici artificiali (da utilizzare per la costruzione) con gli elementi naturali del sito in cui si va a costruire l’impianto architettonico. «Una poetica serenità»: così Frank Lloyd Wright, architetto moderno e fondatore dell’architettura organica, ha definito lo stile; essa, quindi, in contrasto con l’architettura razionale, intende ricuperare l’armonia fra uomo e natura erigendo opere architettoniche che facciano del rapporto di simbiosi uomo-costruzione il dittico fondamentale e precipuo della messa in opera architettonica. I punti salienti di tale modello – definiti, nel loro insieme, attraverso i termini di “progetto organico” – riguardano i concetti di aria, luce, spazio: in termini pratici, le costruzioni rispettose dei principi dell’architettura organica (che deve, in primo luogo, armonizzare la triade uomo-tecnica-natura), per seguire pienamente i “dettami organici”, devono essere concepite e realizzate come unità architettoniche in cui aria e luce si espandono libere, senza ostacoli d’ombra (di cui fanno parte, ad esempio, le “chiusure” delle prospettive e degli spazi causate dalle stanze); come unità architettoniche in cui vi è perfetta intersezione fra la costruzione stessa e l’ambiente naturale circostante. Sono preferibili l’aggetto delle superfici orizzontali – ossia la sporgenza dell’edificio che contribuisce, similmente a quanto accade con l’ombra in pittura, a donare caratteristica dinamica e risalto alla costruzione -, e l’utilizzo di singoli materiali edilizi (e di elementi d’arredamento interno) in grado di integrarsi al meglio con l’ambiente naturale circostante. L’edificio, dunque, non è considerato come “isolato”, come costruzione a sé stante, o “fissato” entro determinati schemi precostruiti, ma è concepito come spazio libero che forma “un unico sistema” con l’ambiente circostante; in altre parole, si potrebbe dire che sono gli ambienti naturali a “richiedere” adattabilità agli schemi di costruzione e non gli edifici, con i loro schemi fissi di costruzione, ad imporsi “con tirannia” sugli ambienti naturali. Il modello architettonico organico e le sue derivazioni Dal modello architettonico organico sono discesi vari modelli architettonici che rispettano il principio di armonia-coesione espresso dalla triade uomo–architettura–ambiente; è questo il caso dell’architettura bioclimatica, dell’architettura ecosostenibile, dell’arcologia, della bioarchitettura: correnti architettoniche che, per un verso o per l’altro, hanno in comune la progettazione e la costruzione di edifici che rispettano i principi dell’ecologia (ricerca e utilizzo di materiali naturali o sintetici ma con impatto inquinante prossimo allo zero, prospettive di risparmio energetico) e della salute psico-fisica (recupero per l’individuo della dimensione di “abitante della Natura“); tutti pensieri, dunque, che, a ben vedere, hanno l’intento di recuperare le “facoltà visive” dallo stato di forte cecità dell’edilizia disattenta e nociva; un recupero, questo, realizzantesi attraverso lo studio di tecniche consapevoli che si riavvicinano ai sani modi di comprendere gli spazi […]

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Riflessioni culturali

Esistono i fantasmi? Scopriamo se vi sono maggiori prove scientifiche

Più volte nella vita di ciascuno è comparsa questa domanda: “Esistono o no i fantasmi?”. Una questione che forse ci poniamo alla fine di un film dell’orrore o quando sopraggiungono a noi interrogativi esistenziali quali la possibilità di una vita dopo la morte. Ma come prova della loro esistenza, dai tempi antichi fino a quelli odierni, abbiamo solo qualche testimonianza vaga di persone che affermano di aver assistito ai cosiddetti eventi paranormali, ma si tratta solo di fatti sprovvisti da prove tangibili. Il termine fantasma deriva dal greco φάντασμα, phàntasma, che significa “apparizione”. Chiamato anche spettro o larva  è un’entità delle leggende e del folclore. Ci si riferisce ad esso come a una presenza incorporea, spesso caratterizzata da alcuni elementi macabri o sinistri. Del pari anche le circostanze delle apparizioni sono caratterizzate da elementi sinistri ricorrenti quali l’ora notturna, i luoghi lugubri e isolati, ecc. In tempi remoti rispetto ai nostri, la superstizione e l’ignoranza scientifica portavano a galla la suggestione e la convinzione nell’uomo di poter attribuire ceca fiducia nell’esistenza di suddette entità. Esistono i fantasmi? Spiegazioni scientifiche Esistono varie ipotesi a dimostrare quanto ci sia di vero in queste leggende e quanto le cause delle apparizioni possano essere spiegate in termini scientifici. Più testimoni sostengono che le apparizioni si verifichino principalmente durante la notte. Gli scienziati rispondono con la teoria della paralisi del sonno: quando si raggiunge uno stato di sonno profondo (fase REM), dove il corpo mantiene una sorta di paralisi per far si che i sogni non condizionino i suoi movimenti, in alcune persone prevale lo stato di coscienza, quindi sembra che i loro sogni influenzino la realtà. Un’altra spiegazione la si attribuisce alla sindrome della testa che esplode: fase in cui percepiamo un forte scoppio poco prima di addormentarci. A ciò si deve ad un ritardo nel processo di addormentamento, quando la formazione reticolare del tronco cerebrale, una parte del cervello coinvolta nella coscienza, inizia ad inibire i nostri sensi in ritardo. Altre ricerche scientifiche si appellano alle allucinazioni per spiegare suddetti incontri. Queste avvengono infatti se la mente è posta sotto un forte stimolo di stress. Esistono varie tipologie di allucinazioni: dalle visive alle uditive, dalle olfattive alle tattili. In più possono essere collettive, poiché una persona può trasferire il proprio stress ad un’altra portandola a suggestionarsi a sua volta. Inoltre se i fantasmi esistessero dovrebbero essere fatti unicamente di energia, poiché per definizione non possono essere fatti di materia. Ma se così fosse si dissiperebbero nell’immediato per via della seconda legge della termodinamica che sostiene l’impossibilità per il calore di fluire spontaneamente da un corpo freddo a un corpo più caldo. Una delle ultime teorie scientifiche sui fantasmi tira in ballo l’elettromagnetismo. Secondo lo studio di alcuni psicologi britannici coordinati da Richard Wiseman, c’è una correlazione tra avvistamenti spettrali e variazione dei campi magnetici. Gli studiosi hanno analizzato Hampton Court Palace a Londra e le cripte di South Bridge a Edimburgo, dove si sarebbero verificati vari avvistamenti: ebbene, questi posti sarebbero soggetti a variazioni dei campi magnetici più elevate […]

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Riflessioni culturali

Cos’è il pH: fra acidi, basi e soluzioni

Cos’è il pH? Con la notazione chimica di pH si indica la grandezza di misura dell’acidità e della basicità di una soluzione acquosa. Cos’è il pH e come si misura la potenza d’idrogeno Il pH esprime, precisamente, l’attività degli ioni d’idrogeno ed è rappresentata dalla formula pH= -log [H+]; in base alla concentrazione di tali ioni all’interno delle soluzioni acquose è possibile distinguere, tramite potenziometro (detto anche “piaccametro”, da pHmetro) tra soluzioni neutre (il cui pH è uguale a 7), tra soluzioni acide (il cui pH è minore di 7) e tra soluzioni basiche (il cui pH è maggiore di 7). Il motivo per cui il numero 7 diviene numero di riferimento per la distinzione e il calcolo del pH delle soluzioni risiede nel fatto che si prende come riferimento il seguente prodotto ionico dell’acqua (che nella sostanza acquosa pura presenta bilanciamento della concentrazione degli ioni di idrogeno con la concentrazione degli ioni di idrossido): [H+]= 10-7. Il pH nell’attività macrocellulare e nell’uomo La misurazione del pH risulta di fondamentale importanza – essendo la potenza d’idrogeno responsabile di varie attività macrocellulari e cellulari – anche nella conoscenza medica dell’uomo e nella farmacologia. Nell’uomo il pH non è uguale in valore unitario, ciò vuol dire che in base alla regione dei corpo da studiare, la concentrazione degli ioni è diversa, in seguito alla pluralità dei processi biologici e chimici che avvengono all’interno delle cellule umane; inoltre, il pH risulta essere variabile da individuo a individuo poiché suscettibile a fenomeni tanto endogeni quanto esogeni; il calcolo e la valutazione del pH, quindi, in alcuni casi è cosa assolutamente e strettamente personale, in altri casi si può ragionare per grandi linee e per gruppi. Quando dall’analisi potenziometrica il pH, in un determinato soggetto e per un periodo più o meno variabile, differisce dai valori di riferimento, si parla di alterazione di pH e, rispetto al valore di riferimento, quel determinato ambiente biochimico risulterà ad alterazione acida o basica, a seconda dell’alterazione (minore o maggiore del valore preso come riferimento); ad esempio, di norma, la pelle ha un pH che oscilla fra valori acidi e valori neutri, il sangue ha un pH alcalino (sue alterazioni provocano l’acidosi ematica e l’alcalosi ematica, entrambe nocumento per la salute umana e potenzialmente ferali), e alcalino risulta anche, in condizioni salutari, il pH dei tessuti dell’organismo. Al fine del proprio corretto funzionamento, l’organismo attua meccanismi automatici di equilibrio acido-base che è necessario per la salute umana: squilibri in tal senso, si diceva, portano a problemi di salute di varia intensità che, se alterano il valore di 7,4 del pH ematico, causano gravissime condizioni patologiche, quali l’acidosi metabolica e l’alcalosi metabolica. Il “pH delle emozioni” Cos’è il pH delle emozioni? Partendo dalla definizione di acido – sostanza che, dissociandosi, fornisce ioni idrogeno, oppure che è capace di aumentare la concentrazione degli ioni di idrogeno – e dalla definizione di base – sostanza che, dissociandosi, fornisce ioni idrossile, oppure che è capace di aumentare la concentrazione degli ioni idrossile – si […]

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Riflessioni culturali

Tyche nel mondo greco-romano: la dea dell’imperscrutabile

Il concetto di sorte/fortuna, che nella mitologia greca confluisce nella dea Tyche, varia a seconda del contesto filosofico, religioso o letterario. La fortuna è interpretabile in senso “prescrittivo”, come concetto soprannaturale e deterministico, in base al quale vi sono forze che determinano il verificarsi di certi eventi, ed in senso “descrittivo”, ovvero in relazione ad eventi che hanno come esito la felicità o l’infelicità. Essa è, pertanto, il motore imprevedibile e incontrollabile delle circostanze, da lei plasmate in modo non razionalmente motivabile, di cui è impregnata ogni cultura. Dai Greci la Tyche, dea della sorte e del caso, è identificata con il fato ed è definita dal termine μοῖρα, dal verbo μείρομαι, “avere in parte”, dal momento che essi ritenevano che a ciascun uomo toccasse in sorte una porzione della sorte umana. Il termine Tyche, invece, ha la radice di τυγχάνω, “accadere”, che conferisce al termine una connotazione di inevitabilità, ben esemplificata da un passo dell’Aiace di Sofocle: «Aiace, mio signore, non c’è per gli uomini un male più terribile della sorte cui non è possibile sfuggire». La Tyche ne I miti greci di Robert Graves Menzionata nella Teogonia di Esiodo – opera nella quale il poeta delinea la genealogia delle varie divinità – fra le figlie di Teti e di Oceano, è una delle forze primigenie pre-olimpiche che, esclusa dall’Olimpo omerico, in età arcaica figura per lo più subordinata alle divinità principali. Stando a quanto scrive Robert Graves nel suo celebre volume I miti greci, «Tyche è la figlia di Zeus ed egli le diede il potere di decidere quale sarà la sorte di questo o quel mortale. A taluni essa concede i doni contenuti nella cornucopia, ad altri nega persino il necessario. Tyche è irresponsabile delle sue decisioni e corre qua e là facendo rimbalzare una palla per dimostrare che la sorte è cosa incerta». L’autore, inoltre, aggiunge in nota che si tratta di una divinità “artificiale” inventata dai primi filosofi, la cui ruota rappresentava in origine l’anno solare, come indica il suo nome latino, Fortuna (da vortumna, “colei che fa volgere l’anno”), ed era legata al destino del re sacro, sottoposto a una morte rituale allo scadere della sua buona sorte, allorquando avrebbe dovuto procedere alla vendetta sul rivale che l’aveva soppiantato. Il culto della dea Tyche è attestato in Attica dalla prima metà del IV secolo a.C., giacché il nome Ảγαθὴ τύχη, “buona sorte”, compare sempre più assiduamente nelle iscrizioni, e nel corso del IV secolo esso si formalizza e diventa popolare. Iconografia e amplificazione del suo ruolo in età ellenistica  Acquistò invece particolare importanza durante la crisi religiosa dell’ellenismo: Tyche, infatti, rappresentò non soltanto la personificazione del caso, nell’ambito di un pensiero scettico e pessimistico che dubitava delle divinità tradizionali e dei loro interventi provvidenziali, ma anche la forza oscura e sovrana di una divinità superiore a tutte le altre, inaccessibile, reggitrice dei destini secondo un disegno ignoto agli umani. A quest’ultima interpretazione, nettamente mistica, si affiancava quella più laica e storicistica di cui è principale […]

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