L’avvento delle workhouses: la condizione delle famiglie inglesi

Avvento delle workhouses

Prima ancora di avviare il nostro discorso circa l’avvento delle workhouses, e di come queste abbiano condizionato la vita delle famiglie inglesi, è necessario contestualizzare l’epoca storica precedente alla nascita delle stesse.

Il regno della regina Vittoria fu caratterizzato da un’epoca di riforme per la quale i movimenti chiave dell’epoca lottarono per il suffragio femminile; i limiti al lavoro minorile; la temperanza e la riforma carceraria. Con il Factory Act, ad esempio, nessun bambino tra i 9 e i 13 anni poteva lavorare per più di 48 ore settimanali e nessuna persona, tra i 13 ed i 18 anni, poteva lavorare per più di 72 ore settimanali.

L’ufficiale avvento delle workhouses è, dunque, fatto risalire al 1834, anno in cui venne emanato il Poor Law Act, atto secondo il quale si dava ufficialmente avvio alla creazione ed alla costruzione effettiva delle workhouses o case di lavoro. Presso queste istituzioni, i poveri ricevevano vitto e alloggio in cambio di lavoro e cibo; l’idea alla base delle case di lavoro, però, era tutt’altro che misericordiosa: secondo il governo i poveri, maturando la consapevolezza circa le loro condizioni di vita, sarebbero stati ispirati a migliorare la stessa, sottostando a qualsiasi tipo di lavoro. L’avvento delle workhouses, come in un rapporto causa-effetto, diede avvio ad un sistema interno basato su un regime di vita tutt’altro che umano: le donne ed i bambini, nello specifico, erano impiegati nello svolgimento dei lavori più insidiosi, le famiglie erano costrette a sottostare a diete al limite della sopravvivenza e tutti erano costretti ad indossare uniformi. È come se la vita all’interno delle workhouses stesse in un certo modo prevedendo quella che sarebbe stata la vita degli ebrei -derubati della loro dignità ed umanità – all’interno dei campi di concentramento della futura Germania nazista. 

La condizione delle famiglie dopo l’avvento delle workhouses

Quando parliamo delle case di lavoro in Inghilterra facciamo riferimento a famiglie di poveri inglesi che, in cambio di lavoro, domandavano aiuto a queste istituzioni le quali, a primo acchito, parevano venir davvero in contro a chi vi richiedeva ausilio; una volta varcata la soglia delle workhouses, però, le reali condizioni di vita a cui sarebbero stati presto sottoposti gli operai erano ben lontane dalla loro immaginazione: incessante lavoro, inumanità, sporcizia. Alle famiglie non era concessa la libertà di scambiarsi un gesto d’affetto o una parola né durante gli orari di lavoro, né durante i pasti, durante i quali erano spesso divisi gli uni dagli altri. Queste istituzioni parvero avere una sorta di predilezione verso bambini orfani o abbandonati, madri nubili, madri vedove o verso donne instabili mentalmente e disabili fisicamente. I bambini costretti alla vita nelle workhouses non ricevevano la cosiddetta complete skills education, ovvero un’educazione completa che li abilitasse alla lettura o alla scrittura; lo stesso valeva anche per gli adulti, costretti ad una vita di eterna umiliazione e vergogna, dettata da una disciplina dura ed alienante.

L’avvento delle workhouses: cosa spinse i poveri a chiedere aiuto?

Il processo di industrializzazione avvenuto durante l’epoca vittoriana mandò in rovina non pochi cittadini inglesi. La maggior parte delle famiglie era composta da una media di 5 o 6 individui con stipendi miseri, incapaci di coprire economicamente sia le spese sanitarie, sia le spese dedicate gli alimenti per sostentarsi; per queste famiglie la vita non era vita, ma mera sopravvivenza, soprattutto quando a mancare era proprio il capofamiglia: la malattia (o nei peggiori casi la morte) del padre era una vera e propria disgrazia a tal punto da mandare in rovina la madre ed i figli a carico. Il destino delle donne vedove durante questo periodo era nefasto: le stesse venivano additate come inette, spesso costrette alla vita negli slums (i bassifondi), all’interno dei quali le stesse, pur di dar da mangiare ai propri figli, davano avvio ad attività di prostituzione. La vita in Inghilterra durante questo periodo era come spaccata a metà, fra il governo ed i ricchiincuranti delle obbrobriose condizioni dei poveri nei bassifondi ed i poveri, spesso alcolizzati, ammassati negli slums, nella sporcizia e lerciume più totale. Ciò che portò i poveri a chiedere aiuto alle workhouses fu senz’altro la speranza di una vita migliore per sé stessi ed i propri figli, un piatto caldo, un letto per dormire. Quello che però si verificò, non fu tanto lontano o migliore dalla vita che avevano vissuto fino a quel momento. 

Le reali condizioni delle donne 

La condizione delle donne abbienti dopo l’avvento delle workhouses è molto lontana rispetto a quella delle donne povere costrette alla vita negli slums e nelle workhouses. Queste ultime erano considerate esseri puri che dovevano essere protetti dai loro mariti: le donne erano viste come donne angelo, in un rapporto passivo, dipendente dalla volontà dei loro mariti, che erano il fulcro della vita sociale. L’enfasi sul dovere degli uomini di rispettare e proteggere le donne stava crescendo: le donne erano viste fisicamente più deboli ma moralmente superiori. Tutta questa idea era legata alla respectability, ovvero alla rispettabilità, un concetto nato durante l’era vittoriana. Un aspetto cruciale della rispettabilità era l’atteggiamento generale nei confronti del sesso, con un’intensa preoccupazione per la castità femminile. Le donne single con un bambino erano marginalizzate ed erano considerate dalla società come donne non meritevoli di alcun tipo di rispetto. Ma c’era un’eccezione: Florence Nightingale. Durante la guerra di Crimea, questa donna si offrì volontaria per guidare una squadra di 38 infermiere presso l’ospedale della base di Scutari, ed era conosciuta come la Woman with the lamp, a causa dei suoi turni notturni per l’assistenza personale ai feriti.

Il progetto di Sampson Kempthorne

Volendo concludere il discorso circa l’avvento delle workhouses, è doveroso citare l’architetto che ha dato avvio al progetto delle stesse. Nel corso del 1835, l’architetto Sampson Kempthorne elaborò due progetti per le case di lavoro: il quadrato e la pianta esagonale, o a “Y”. Ogni progetto prevedeva un centro di supervisione da cui si irradiavano ali di alloggio per le diverse classi di detenuti definite dai commissari: maschi infermi, femmine inferme, maschi abili, femmine normodotate, ragazzi, ragazze e bambini sotto i sette anni. Il terreno tra le ali è stato utilizzato per fornire cortili di esercizio segregati. Gli edifici di servizio lungo il perimetro davano alla casa di lavoro il suo caratteristico profilo quadrato o esagonale. Ogni progetto presentava anche un blocco amministrativo all’estremità di una delle ali. Il duro sistema della casa di lavoro divenne sinonimo dell’epoca vittoriana, un’istituzione che divenne nota per le sue terribili condizioni; il lavoro minorile forzato; le lunghe ore di lavoro; la malnutrizione; le percosse e l’abbandono.

Fonte immagine in evidenza: Wikipedia

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