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Eroica Fenice

2020: bilancio di un anno non proprio da buttare

2020: riflessione di un anno non proprio da buttare

Al termine di un anno così, la prima cosa che viene da fare è buttare tutto. Non lasciare proprio niente, fare damnatio memoriae alla latina e sperare che non ricapiti più, che neanche si possa mai ripresentare in una forma simile. Buttarlo, proprio senza possibilità di ritrattare niente o di redimersi all’ultimo. Il 2020 è stato un anno tragico, che era venuto fuori bene all’inizio, coi problemi in sordina che poi sono diventati catastrofi a meno della metà.

La verità è che il 2020 si è preso proprio tutto, all’improvviso. La vita, frenetica, un po’ ordinaria, sottovalutata spesso, persino messa all’angolo delle volte. La socialità, fatta di tantissime persone (ma poi mica si vedevano tutte), a tratti rimpicciolita dietro lo schermo quando ancora neanche c’era bisogno degli schermi.

Il 2020 si è preso il diritto all’istruzione fatto a misura di bambino o ragazzo (che un po’ era uno sbatti svegliarsi prestissimo di mattina e ci si lamentava in continuazione).
Si è preso il movimento, il tran tran quotidiano e si è preso persino quelle volte in cui ci si trascinava in un posto o in una situazione e non si aveva proprio la voglia di farlo.
E poi la scelta di decidere cosa fare. Pure scegliere di non fare niente, invocare il niente quando serviva, era una scelta, che funziona pure spessissimo.
Non se n’è risparmiata una, alla fine. Anzi, ha isolate, le ha fatte ammalare.

Però il 2020 un po’ lo sapeva che prima di lui le cose erano così buttate lì che rischiavano di essere solo cose, scontate, grezze, senza valore.
Sapeva che c’erano duemila amici e poi è bastata un pochino di distanza per farne rimanere due soltanto. Che l’amore era una parola bellissima ma a tratti rimaneva una parola. Invece quest’anno proprio non ci è stato alle parole. Ha preteso un passo in più, sacrificio, fatti, investimento.
Sapeva pure ci si poteva spostare ovunque e poi, invece, si rimaneva a casa. Era bello pure quello, rimanere a casa e infatti poi lo ha permesso per un anno intero.
Ma a parte ciò, è stato brutto e tuttora fa un sacco paura, quando prima non si era spaventati molto e la vita era resa più piccola di quella che è adesso, ché si vorrebbe fare il mondo ed invece è il mondo con la sua emergenza a fare tutto.

Forse quest’anno è davvero da buttare dalla finestra il 31 mentre si ascolta “l’anno che verrà” di Lucio Dalla.
Però se proprio bisogna trovarci del buono, una cosa viene fuori.
Proprio quest’anno, mentre non si è potuto vivere normalmente e mentre si è provato il dolore vero, Ungaretti avrebbe detto «non sono mai stato così tanto attaccato alla vita»
Nell’anno della non vita, la vita ancora più forte.

Fonte immagine: pixabay.com

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