Dal latino all’e-commerce: tutti gli usi della parola bonus

Bonus

La parola “bonus” ormai è all’ordine del giorno. Se all’inizio veniva utilizzata soprattutto nel commercio al dettaglio, oggi questo termine, entrato nell’uso comune in Italia a seguito dei tanti incentivi fiscali e monetari ancora erogati dal governo – dal bonus bebé, al bonus casa – si applica in larga misura anche all’e-commerce di beni e servizi.  Vediamo quali sono i suoi principali usi, ma anche le sue origini etimologiche e in che modo è entrato nel parlato di tutti i giorni.

Il bonus come “buono”

Le origini della parola “bonus” sono latine, e letteralmente il termine si traduce con “buono”. In realtà, nell’utilizzo commerciale, oltre a un “abbuono”, ovvero uno sconto, la parola sta a significare anche un beneficio aggiuntivo rispetto a un prodotto oppure a un servizio che si è acquistato o di cui si è usufruito. Un qualcosa “in più”, e non in meno, dunque.

Facciamo qualche esempio del primo tipo.

Il bonus, inteso come “abbuono” o “buono”, trova le prime applicazioni nel commercio tradizionale al dettaglio e richiama i tagliandi sconto che venivano stampati dai commercianti o ritagliati dai prodotti per ottenere uno sconto.                                 

I buoni esistono ancora oggi, e si chiamano coupon, molto comuni e utilizzati nello shopping digitale, nel food, nell’abbigliamento, nella cosmetica, nel tech e in ogni altro settore.                                                                                                        

Anche i voucher, in quanto tagliandi digitali, possono essere definiti buoni di ultima generazione, soltanto che si applicano al settore dei servizi, dai viaggi all’estetica: ad oggi dire “ti regalo un buono per una notte in albergo” o “ti regalo un voucher per una notte in albergo” hanno lo stesso significato: cambia solo la modalità di acquisto e trasmissione, che ora è tutta telematica.

Il bonus come “extra”

Il bonus però, oltrepassando l’etimologia precisa che lo vede, appunto, come un “abbuono”, può avere anche un significato che per certi versi è opposto alla radice del termine. Il dizionario Garzanti spiega questa accezione e la definisce comequalcosa in più rispetto a quanto è stato pattuito. Un extra, insomma.

Il bonus come extra ha iniziato a entrare nell’uso comune già dal commercio tradizionale, con le formule del genere “tre per due”, “un prodotto lo paghi, uno è in omaggio”, oppure “500 grammi in più di prodotto”, allo stesso prezzo, tipico dei generi alimentari, dei cosmetici, del cibo per animali, dei detersivi, e chi più ne ha più ne metta.

Anche i programmi televisivi generalisti hanno contribuito a diffondere questa idea di “bonus”: il classico bonus di 50 punti per chi rispondeva esattamente a un quiz, ad esempio. Questa accezione di bonus somiglia molto a quella tipica dei servizi di intrattenimento in voga oggi.

In questi ultimi troviamo addirittura termini più estesi che contengono tale parola, come “Bonus preorder”, quando si ordina un videogame in anticipo e si ottiene un gadget o un contenuto extra, o come “Bonus Benvenuto”, utilizzato invece nel campo del gioco legale a distanza insieme ad altri vantaggi elencati nei maggiori portali di comparazione dei servizi come MigliorCasinoBonus. Da “Bonus Primo Deposito” a “Bonus Senza Deposito”, fino a “Bonus Rimborso Perdite”, ormai questo è il gergo promozionale delle piattaforme online.

Anche gli operatori di telefonia mobile sono un esempio tipico di questo significato di bonus inteso come “servizio aggiuntivo” rispetto a quello basico: basta pensare ai “Bonus giga illimitati” o ai “Bonus minuti e sms senza limiti”, che ormai fanno parte delle promo di tutti i fornitori.

 Il bonus come incentivo

Il “bonus”, però, ha ancora un altro significato, diverso dai due precedenti.                

Lo ricorda, ancora una volta, il dizionario della lingua italiana Garzanti, in cui il termine viene spiegato con la voce “gratifica che un’azienda dà come incentivo a un dipendente, in aggiunta allo stipendio base”.

In questo modo il “bonus” viene a rappresentare un incentivo, dunque, e non un “abbuono” o uno sconto. Ancora una volta l’etimologia originale cambia nell’uso, e si presume che questa accezione sia entrata a far parte del linguaggio comune italiano, passando per l’inglese commerciale. Questa tipologia di “bonus” è esattamente quella di cui si fa largo utilizzo oggi in riferimento agli incentivi governativi introdotti negli ultimi anni come misure salva crisi.

Dal Bonus Tv al Bonus Decoder, dal Bonus Rottamazione al Bonus Famiglia, fino al Bonus Cultura e al Bonus Psicologo, le manovre fiscali hanno dato il via a una serie di iniziative rivolte ai cittadini e alle imprese aventi diritto, consistenti nell’erogazione di contributi, sconti sugli acquisti e sgravi fiscali, a seconda della tipologia.

Il bonus-incentivo come “aggiunta allo stipendio base” è ad esempio al centro dell’attuale “Bonus 200 euro” per i lavoratori, mentre il bonus come sgravio o contributo contraddistingue l’EcoBonus e il Super Bonus 110%, ormai diventate parole uniche e sulla bocca di tutti.

Un po’ come il Bonus Cashback di Stato, che ha dato il via a tutte queste iniziative e che ha contribuito a diffondere la pratica del rimborso spese sugli acquisti in percentuale anche nel mondo del commercio digitale.

Photo by Frugal Flyer

A proposito di Ciro Gianluigi Barbato

Classe 1991, diploma di liceo classico, laurea triennale in lettere moderne e magistrale in filologia moderna. Ha scritto per "Il Ritaglio" e "La Cooltura" e da cinque anni scrive per "Eroica". Ama la letteratura, il cinema, l'arte, la musica, il teatro, i fumetti e le serie tv in ogni loro forma, accademica e nerd/pop. Si dice che preferisca dire ciò che pensa con la scrittura in luogo della voce, ma non si hanno prove a riguardo.

Vedi tutti gli articoli di Ciro Gianluigi Barbato

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *