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Dolcetto, scherzetto e porte chiuse nella notte di Halloween

Ieri sera, in un piccolo paese qualunque, una famiglia ha provato a inseguire un sogno semplice: vivere la magia di Halloween attraverso gli occhi di un bambino. Il piccolo, affascinato da quella festa che vedeva nei cartoni animati e nei balletti in televisione, che sentiva nominare a scuola e dai compagni, aveva chiesto ai suoi genitori un costume da mostriciattolo. Poi, come sanno fare solo i bambini, aveva voluto estendere l’incantesimo: “Anche mamma e papà devono travestirsi!”. Così, la sera del 31 ottobre, in casa loro si respirava un’aria di gioco antico. Trucco, risate, un pizzico di imbarazzo e la fantasia che riempiva il cuore come quando si era piccoli e bastava una maschera di cartone per credersi qualcun altro.

In tre, mano nella mano, sono usciti per le vie del paese. Il bambino, con la voce ancora incerta di chi ha da poco imparato a parlare, suonava i campanelli e diceva timidamente dolcetto o scherzetto?”. Ma le risposte, invece di sorrisi, sono state spesso porte chiuse. Su trenta campanelli, solo tre si sono aperti. Tre famiglie che hanno accolto quel piccolo gruppo mascherato con un sorriso, un dolcetto, una parola gentile. Tutte le altre, invece, hanno preferito la paura al gioco, il sospetto alla fantasia. “Non è il caso”, “Andatevene”, hanno gridato alcuni. Altri, ancora più tristi, si sono limitati a chiudere la porta a chiave.

In quelle chiusure non si è spento solo l’entusiasmo di un bambino, si è chiusa, simbolicamente, una parte di noi. La parte che credeva nella condivisione, nella curiosità, nella sorpresa, quella parte che sa che un piccolo gesto come quello di aprire una porta, offrire una caramella, può accendere un ricordo felice. In quel paese, come in molti altri, l’infanzia sembra non avere più spazio: l’individualità e l’isolamento hanno avuto la meglio. Eppure bastano tre porte amiche per non distruggere del tutto un sogno, per ricordarci che la gentilezza esiste ancora.

Ogni anno, in Italia, Halloween divide: c’è chi la ama, chi la deride, chi la considera “una festa importata”. Ma in fondo, quale festa non lo è? Persino l’abito bianco delle spose, simbolo della tradizione per eccellenza, è arrivato solo nel dopoguerra dall’Inghilterra. Prima, le nostre nonne si sposavano con l’abito buono, quello della domenica. E anche Babbo Natale, il compleanno con la torta e le candeline, le stesse canzoni di auguri: tutte invenzioni moderne, venute da lontano, accolte e fatte nostre col tempo.

Forse tra cento anni Halloween sarà ricordata come una vecchia usanza dei nostri nonni, sostituita da qualcos’altro, ma il punto non è quale tradizione seguiamo. Il punto è se abbiamo ancora la capacità di condividere un momento, di uscire di casa, di ridere insieme. In un’epoca in cui ognuno vive chiuso nel proprio schermo e persino in famiglia si fatica a scegliere un film da guardare insieme, la vera trasgressione non è travestirsi da mostro, ma bussare a una porta con il cuore aperto.

Quando ieri sera quel bambino ha trovato le tre porte amiche, nei suoi occhi si è accesa una luce che vale più di mille tradizioni. Bastano pochi sorrisi per ridare fiducia alla fantasia. Perché, in fondo, Halloween — come ogni festa, da sempre — non è che un pretesto per ricordarci che essere insieme è la cosa più spaventosa, e allo stesso tempo la più bella, che possiamo ancora fare.

Felice Halloween, allora, a chi crede nei sogni, e anche a chi non ci crede più. Tanto, come diceva il piccolo protagonista di questa storia: “Chissenefrega… noi ridiamo ugualmente.”

 

 

Di Yuleisy Cruz Lezcano

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