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Eroica Fenice

Donne, lavoro e cultura tra coercizione ed emancipazione

Donne, lavoro e cultura tra coercizione ed emancipazione

L’evoluzione nei valori ed ideali della società ha da sempre influito in maniera determinante sulle possibilità per le donne di accedere agli impieghi retribuiti e a svolgere un ruolo significativo nell’economia.

Esaminare il lavoro delle donne nelle società del passato sottintende la volontà di mettere in luce situazioni, comportamenti, ruoli che sono stati occultati, dimenticati, ma anche quella di riflettere, in senso storico, su continuità e mutamenti, su realtà che sono di lunghissima durata, in parte perché dipendono dal ruolo riproduttivo che la natura ha assegnato alle donne. Per le donne, infatti, l’identità di genere ha sempre prevalso sull’identità lavorativa: i salari femminili in età moderna erano inferiori a quelli maschili, perché considerate non specializzate, era impedito loro l’accesso alla formazione e all’educazione ed erano mantenute in uno stato di minorità e subordinazione. Molte donne lavoravano a domicilio ed erano raramente ammesse nelle associazioni di mestiere; inoltre, il dibattito filosofico sui diritti del “cittadino” escludeva le donne da tali diritti, identificandole con la “natura”: lo spazio pubblico della politica era di competenza degli uomini, quello privato della casa spettava alle donne.

Tuttavia, le ricerche storiche hanno dimostrato l’importanza dei lavori svolti dalle donne, ma anche la diffusione di attività al limite della legalità, come il contrabbando e la rivendita di materiali da lavoro dei padroni. Artigianato, servizio domestico e commercio al dettaglio erano le occupazioni femminili più diffuse nelle realtà urbane, spesso determinate dalla specializzazione produttiva di alcune città; anche nei monasteri femminili esse lavoravano e producevano beni da mettere in commercio, non di rado entrando in conflitto con le organizzazioni corporative. Molto spesso si tratta di vedove che avevano “ereditato” il lavoro dei mariti: ad esempio, rammendavano le vele per le imbarcazioni, svolgevano il mestiere di muratore, fabbro o falegname. All’epoca della rivoluzione industriale si registrò una massiccia immissione di donne nelle manifatture, il che offrì loro maggiori possibilità di emancipazione. In particolare nell’Olanda seicentesca, le donne erano impiegate nella lavorazione della seta e del filo d’oro, nelle stamperie, nel commercio ambulante e, nell’Europa nord-occidentale, si rilevò perfino uno sviluppo imprenditoriale femminile: infatti, nelle città portuali, esse erano a capo di imprese industriali e commerciali, partecipando attivamente alle attività marittime di pesca e fondando compagnie mercantili. Non va trascurata, inoltre, la fondamentale presenza femminile nell’agricoltura, a tutti i livelli: servizio e attività salariata, contributo al lavoro dei campi svolto in famiglia, ma anche gestione di aziende agricole e commercializzazione dei prodotti della terra. Ma l’attività maggiormente monopolizzata dalle donne fu il lavoro a domicilio di filatura e tessitura svolto nelle campagne, a beneficio delle industrie e dei mercanti di città, secondo il modello detto della “protoindustria”.

Il contributo della donna all’economia europea in età moderna

Pertanto, non ci sono dubbi sull’effettiva partecipazione delle donne alle economie europee di età moderna. Si trattava di partecipazione formalizzata, ufficiale, regolata dalle leggi, ma anche sommersa, clandestina, illegale, eppure altrettanto diffusa e a volte persino tollerata dalle stesse autorità municipali e statali, perché necessaria alla sopravvivenza della popolazione. Economia di espedienti, arte di arrangiarsi, ma anche capacità imprenditoriali, investimento, gestione; attività svolte individualmente o in gruppo, in coppia o in famiglia: non c’è forse nessun settore dell’economia al quale le donne non abbiano contribuito. La rivoluzione industriale creò molti paradossi: da una parte, di fronte alle conseguenze tragiche dello sfruttamento indiscriminato delle donne, fu avvertito il bisogno di leggi di protezione della maternità. Dall’altra, si estese alla classe lavoratrice l’ideale borghese della madre di famiglia che non lavora, teorizzando che il salario femminile dovesse essere solo un complemento di quello maschile.

Donne lettrici: una storia di repressione e controllo

In età moderna le giovani donne e le bambine avevano un accesso molto limitato alla formazione professionale e all’educazione scolastica. La diffusione della stampa e delle lingue volgari fu certamente favorevole all’ammissione delle donne all’istruzione, integrata dalla creazione, nell’Europa cattolica, di fondazioni finalizzate a creare insegnanti e missionarie. Fu così che nel corso del Cinquecento le lettrici costituirono gradualmente un vero e proprio pubblico, sul quale agirono politiche di controllo e tutela che si realizzarono attraverso le direttive impartite a parroci e confessori, la promulgazione degli Indici, l’istituzione delle Congregazioni romane dell’Indice e del Sant’Uffizio. Le misure si concretizzarono nella correzione di passaggi ritenuti nocivi, nelle “correzioni coatte” imposte ad autori che si rivolgevano alle donne con opere specifiche e perfino nell’eradicazioni di interi filoni letterari, come le lodi cortesi della superiorità femminile. Tuttavia, nonostante tale definizione di confini entro i quali le lettrici potevano muoversi, esistevano al loro interno dei margini tali da consentire letture individuali e personali, che documentano un’appropriazione autonoma e in qualche misura originale – seppure modesta – dei contenuti autorizzati, come le note poste al margine o nei taccuini.

[L’immagine in evidenza è tratta da beniculturali.it

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