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Eroica Fenice

Non una di meno a Roma

La logica perversa del femminismo violento, Non una di meno a Roma

Nel Novecento, il Secolo delle grandi ideologie, l’uomo europeo ha scoperto la natura intima delle masse. Ha scoperto che egli stesso è facilmente manovrabile dall’alto. Remissivo laddove il compromesso tra atrocità e vantaggio, seppur lo scarto sia orroroso, gli sembri piuttosto conveniente. Sembrava che la lezione fosse stata appresa da quando, dalla grande distesa padana, s’alzò il canto ‘Bella ciao’, dopo la Liberazione e dopo tutte le vicende di fine Seconda Guerra Mondiale, compresa la caduta del Muro di Berlino nel 1989, rottura dell’ultimo baluardo che rendeva solido il confine tra due mondi che si ponevano agli antipodi.

Non una di meno a Roma, una lezione che fatica a essere compresa

Invece no. L’equazione estremismo uguale violenza è ancora poco compresa nella grande stalla umana che è il mondo urbanistico occidentale. Forse l’avvenimento è ciclico, forse no. Il cancro degli ambienti non già praticamente violenti ma ancora fermi a un’idea eufemisticamente poco graziosa, al di là del susseguirsi storico delle convinzioni sociali, è nell’educazione. Se oggi i tg sono popolati da quotidiani casi di cronaca nera, la riflessione è da riferire al fallimento dell’istruzione, la quale, nonostante l’esperienza storica, non riesce a contrastare le conseguenze della frequentazione dell’individuo di ambienti “poco graziosi”.

Non una di meno a Roma e l’estremismo violento delle frange femministe

Basta andare indietro nel tempo. Un passo indietro et voilà. Si assiste alla realtà come uno spettatore ascolterebbe rapidamente un cantastorie popolano. 25 novembre 2017, Roma. Una fiumana di donne manifestano dietro gli striscioni di Non una di meno, titolo del corteo facilmente riconducibile ad una protesta contro il femminicidio che cresce e preoccupa. Si aggiunge un uomo. L’uomo doveva essere contro qualsiasi forma di violenza e si piazza tra le prime file. Qui accade qualcosa di incredibile. Una capobanda di quella fiumana gli dice che non ha il diritto di manifestare, tantomeno in prima fila. Pam. Buttato fuori. Motivo: qui comandano le donne.

Chiaro il concetto, no? Chiodo scaccia chiodo, tutto chiaro, giusto. Se non fosse che a quello che era un solo buco nel muro sociale se ne aggiunge un altro, di senso opposto ma di uguale natura. Il visionario Walter Benjamin scrisse tempo fa una cosa che oggi è men che mai attuale: «L’uccisione di un criminale può essere morale… ma non la sua legittimazione». Luminare. È come se stesse dietro quelle donne e gli dicesse che non è la bandiera a contare, ma il buonsenso. L’humanitas, per i più dotti.

Diciamocelo: che la si pianti: la parola sessismo non è più tipicamente novecentesca. È contemporanea e da tale va usata adattandola con semplicità alla realtà circostante e storica. Non è più il maschio carnefice e la donna vittima, ma l’uomo che mangia il suo simile, al di là del sesso. Non una di meno a Roma è stato violento tanto quanto il maschio femminicida e non è giustificabile assolutamente dalla bandiera che erge e dietro cui si nasconde.