Di padre in figlia: l’eredità familiare nel family novel

Di padre in figlia: l'eredità familiare nel family novel

Un excursus nel genere letterario del romanzo familiare con alcune opere del Novecento,  alla scoperta di personaggi femminili che riescono a realizzare un eredità familiare al femminile. 

Sin dall’antichità, l’impossibilità di piena affermazione delle donne, determinata dal loro essere poste sempre in una condizione di inferiorità da parte degli uomini, emerge prima di tutto nell’intimità dell’ambiente domestico e familiare, oltre che nella dimensione sociale. Nel Novecento, complice anche il disfacimento e l’erosione della configurazione patriarcale nelle famiglie, il genere femminile ha cercato con forza di venir fuori da questo status di grande marginalità e sottomissione, ottenendo un’importanza pari a quella degli individui maschi in tutti gli ambiti dell’esistenza, specialmente in quello familiare. Prendendo in esame una forma letteraria come il romanzo di famiglia, si scopre che la rappresentazione dei rapporti genealogici può fungere da vera e propria cartina di tornasole per scandagliare l’evoluzione delle dinamiche e della tensione tra i sessi nello spazio familiare e delle generazioni in cui essa si dirama propagandosi nel divenire storico. I personaggi, di volta in volta analizzati in alcuni romanzi di famiglia e serie tv con la stessa impostazione narrativa familiare, dimostrano la possibilità di carpire una tendenza all’autodeterminazione femminile che non sempre va a scontrarsi con il legame con i propri consanguinei e con le proprie radici. In una lotta continua, prima nella loro condizione di figlie e poi di mogli e madri, i personaggi femminili riescono a giganteggiare sulla scena romanzesca, sopravvivendo alle minacce del mondo esterno, a differenza dei personaggi maschili che soccombono sotto il peso della responsabilità di unici depositari del nome di famiglia e di ciò che ad esso è associato: proprietà, beni, ma soprattutto ideali e valori condivisi a partire dai propri avi. Si realizza così un’eredità di padre in figlia.

Di padre in figlia

Alcune caratteristiche del romanzo di famiglia.

Negli ultimi anni è stata sottoposta all’attenzione della comunità intellettuale l’individuazione e la decodifica di un particolare genere di romanzo con grandissime potenzialità letterarie, che possiede caratteristiche fisse e peculiarità, le quali però si combinano di volta in volta con forme espressive, topoi, espedienti narrativi e sperimentazioni artistiche anche molto distanti tra loro. Si tratta di opere letterarie che vengono catalogate sotto l’etichetta di romanzo di famiglia o saga familiare (family novel in inglese; Familienromane in tedesco). I testi che sono stati ricondotti a questa tipologia romanzesca sono stati prodotti in contesti storici diversi e in paesi con culture estremamente lontane tra loro, ma sono accomunati dall’aver tutti assunto, come lente privilegiata di visualizzazione del mondo e della vita umana, la famiglia e i rapporti genealogici.

Nel romanzo la famiglia assume un duplice ruolo: è il soggetto e l’argomento del racconto e lo sviluppo del plot coincide con l’andamento di successione delle generazioni ma è anche l’impalcatura dell’intero sistema narrativo, estremamente efficace tra l’altro perché delle situazioni e dei gesti della quotidianità, dei problemi, dei riti, dei legami sentimentali e affettivi, delle difficoltà della famiglia ne hanno tutti esperienza diretta.     

La narrazione si fonda su ampi archi temporali che sono contenuti però entro una forte concentrazione spaziale: tutte le vicende si svolgono nello scenario della dimora di famiglia e chi tra i componenti del nucleo familiare decide di allontanarsi da essa esce fuori dagli schemi familiari e da ogni linea di sviluppo narrativo. Ciò ci suggerisce un altro principio fondamentale del novel: vi è sempre una prospettiva corale e policentrica con focalizzazione variabile, in quanto il destino dei singoli, (per quanto colti sempre anche nella loro fisionomia individuale) è sempre subordinato e agganciato indissolubilmente a quello collettivo della famiglia che è il vero centro del romanzo.

Di padre in figlia: tra eredità e l’essere figlie.

La famiglia, nel family novel, si trova ad affrontare il trascorrere inesorabile del tempo e i cambiamenti storici, che molto spesso arrivano a farla precipitare in una decadenza che non è solo di una famiglia, come singolo nucleo di individui, ma che distrugge e fa crollare le certezze, gli ideali di un macrocosmo superiore che può essere di dimensioni variabili. Quello dell’eredità, in quest’ottica, è un problema di grandissima rilevanza, sia in questo scontro tra componenti maschili e femminili della famiglia, sia in generale nell’universo del family novel. L’ estinzione della famiglia in queste opere è uno dei topoi letterari che marca l’appartenenza a questo specifico genere romanzesco, una fine tragica che investe soprattutto i discendenti maschi, futuri eredi nella concezione del modello familiare patriarcale, i quali muoiono prematuramente o non sono in grado di prendere in mano le redini della famiglia. È «la destrutturazione della Bildung maschile», scrive Sara Sullam in Leggere Woolf.

Nel Novecento vengono meno le ragioni storico-sociologiche di centralità della figura dell’uomo come l’unico nel rapporto tra i sessi ad avere un ruolo nella società, nella politica e nella cultura. Si percepisce finalmente la voce delle donne nel richiedere maggiori diritti e possibilità di emancipazione e, in continuità con ciò, anche il personaggio femminile chiede spazio nel romanzo, e in quello familiare in particolare cerca di andare oltre quella immagine di angelo del focolare, di moglie e madre senza alcun altro ruolo.

Si verifica quindi la possibilità, a livello spirituale e non sempre materiale, di una successione all’interno del ramo familiare femminile. Così le donne nel romanzo di famiglia conservano la memoria e le tradizioni familiari, riuscendo tuttavia ad andare incontro alla modernità e al futuro, ad adeguarsi al trascorrere del tempo, ad assumersi la responsabilità della successione. Diventano le eredi, non materiali forse ma spirituali della famiglia, mostrando l’inestimabile valore di essere mogli, madri ma soprattutto figlie. È questo il senso ultimo dell’analisi di personaggi femminili di alcuni romanzi di famiglia e serie tv a tema familiare: dimostrare l’esistenza di un’eredità di padre in figlia.

Di padre in figlia: della famiglia e delle sue donne nel primo Novecento.

Il momento decisivo per la vita di una donna, nella visione familiare patriarcale e tradizionale, viene ad essere associato al matrimonio e, nelle grandi famiglie aristocratiche e borghesi delle quali si seguono le vicende nei romanzi familiari tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, non è mai un matrimonio d’amore ma di convenienza. L’unione tra uomo e donna è sempre considerata come un’opportunità di alleanza tra famiglie, al pari di un affare da concludere, per una crescita economica o anche per un’ascesa sociale. La donna è chiamata ad entrare in questo meccanismo di scambio di uomini e donne tra famiglie, ad ignorare la sfera della propria affettività sentimentale e ad agire non per sé stessa, ma solo ed esclusivamente per il bene della famiglia.

È quello che vive Tony Buddenbrook nei Buddenbrook di Thomas Mann, la cui famiglia rappresenta l’ultimo tentativo di mantenere in vita gli ideali della borghesia Ottocentesca. Costretta ad un matrimonio combinato al quale lei, all’inizio, si ribella con forza, Tony capisce ad un certo punto come «la storia della famiglia venga prima della sua» (Costagli, Intimità e distanza: inserti epistolari nei Buddenbrooks) e cede alle imposizioni matrimoniali dei genitori. Tuttavia, a differenza dell’ultimo discendente Buddenbrook, il nipote Hanno, il quale cancella con un tratto di inchiostro il suo nome dal libro di famiglia, che contiene la storia della famiglia dalle prime generazioni, Tony scrive simbolicamente il suo nome e la sua storia, anche se disastrosa, nel libro. Il libro diventa l’oggetto simbolico in cui si racchiude l’eredità di famiglia dopo le alterne vicende di declino economico di quest’ultima. Ed è Tony che riceve l’eredità spirituale quasi in un’investitura solenne a fine romanzo, in un’ultima riunione tra le donne della famiglia, forse non troppo casualmente le ultime sopravvissute alla vita e alla storia. Tony  incarna fino alla fine dei suoi giorni l’essenza della famiglia, aderisce anima e corpo al rispetto delle gerarchie familiari ma che allo stesso tempo, nella sua capacità di resistenza e superiorità rispetto alle fragilità degli uomini della famiglia trova il suo personale trionfo.

Diversa invece è la figura di Eleanor Pargiter nell’opera Gli Anni di Virginia Woolf. In un formato particolare come quello del romanzo-saggio, nel quale si procede non attraverso una solida trama con sviluppo progressivo, ma per accumulazione di episodi e frammenti di vita, la Woolf arriva ad estremizzare l’impossibilità di affermazione ed emancipazione femminile nell’ambiente domestico, rendendo irrealizzabile l’esistenza stessa della famiglia. Quest’ultima si disgrega e frantuma su sé stessa, producendo un gruppo di esseri legati solo dal portare il medesimo cognome e dal condividere ricordi di un passato remoto inabissato e non più recuperabile. E, infatti, Eleanor decide di allontanarsi dalla famiglia, di non sposarsi e proseguire la discendenza perché non sente più di appartenere a quel tipo di ruolo nella famiglia che la società vorrebbe per lei e che non percepisce come suo. È quella l’unica possibilità per affrancarsi dai doveri familiari e sociali dell’individuo imposti dai valori e dalla mentalità borghese. E, per le donne in particolare, significa non immettersi in una nuova condizione di angelo del focolare e null’altro, di moglie e madre senza l’opportunità di vedere il mondo esterno e di viaggiare, di avere dei desideri personali e di poterli esaudire, come invece poi Eleanor effettivamente farà fino alla vecchiaia, senza rimpianti.   

Il problema dell’occupazione femminile e della sua considerazione nell’immaginario familiare e sociale del primo Novecento torna ad essere protagonista, insieme al problema dell’eredità, se ci si sposta dalla pagina allo schermo e si pone lo sguardo ad un successo televisivo degli ultimi anni come Downton Abbey di Julian Fellowes. In particolare, i cambiamenti verso una maggiore equità tra i sessi, il cui spartiacque è in assoluto il primo conflitto mondiale a cui è dedicata un’intera stagione della serie, sono vissuti in primo luogo dalle figlie di Cora e Robert Crawley, Conti di Grantham. Mary, Edith e Sybil, ognuna interprete in una prospettiva diversa del nuovo corso dell’esistenza femminile e, allo stesso tempo, eredi e custodi dei valori familiari, dimostrando la possibilità di conciliazione tra due estremità apparentemente contrapposte, ma che risiedono entrambe e coesistono in tutti i personaggi femminili, romanzeschi e non. Mary, pur essendo donna, diviene erede anche delle proprietà dei Crawley oltre che dei valori tradizionali della famiglia, Sybil è fervente sostenitrice dei diritti delle donne ed Edith diventa giornalista e riesce a tenere la sua bambina avuta al di fuori del matrimonio. Tutte e tre però restano legate all’istituzione familiare, realizzando un’eredità di padre in figlia.

Di padre in figlia: gli anni Settanta della family novel

Un discorso a sé merita Cent’anni di solitudine, che viene pubblicato nel 1967 da Gabriel García Márquez. in cui, tuttavia, si verifica una struttura genealogica del tutto nuova e inedita per un romanzo di famiglia, rispetto alle opere trattate in precedenza e più lontane nel tempo: viene rappresentata una famiglia guidata da una donna che ne diventa così la matriarca: si tratta del personaggio di Úrsula Buendía. Con la sua presenza, Úrsula domina tutti i complicati intrecci delle vicende familiari, anche grazie alla sua straordinaria longevità. La si potrebbe definire la sacerdotessa protettrice della grande casa dei Buendía, che contribuisce a costruire e ad ampliare ogni volta che si accresce il numero dei membri della famiglia e portando avanti una guerra quotidiana contro la tendenza alla rovina, al caos, al disordine provocata dalle disastrose spinte centrifughe dei maschi Buendía.

È, invece, attraverso la ricostruzione del ramo femminile del proprio albero genealogico che l’autrice francese Annie Ernaux ne La donna gelata «parla del proprio apprendistato femminile trasfigurandolo nell’universale. Con la consueta scrittura affilata l’autrice traccia la storia di un’educazione sociale e sentimentale ripercorrendo le tappe esistenziali di una bambina che diventa donna» come si legge nel commento di Alice Figini. Attraverso la ricostruzione delle proprie radici familiari, con una madre che poco si occupa della casa ma che gestisce in prima persona l’attività del negozio di famiglia, e un padre che si prende cura di lei da bambina, della preparazione dei pasti, delle pulizie, la Ernaux registra un’inversione dei ruoli genitoriali anomala quanto simbolo di una modernità anticipata, straordinaria e sorprendente, che l’autrice in tutto il suo processo di crescita non riesce a riscontrare altrove e che cozza con il milieu esterno alla casa. In questo modo si riporta alla luce, attraverso le pagine e la memoria del passato, l’inquietudine e la scissione interiore di una donna che deve fare continuamente i conti con quella società maschilista e bigotta, con quella tensione costante tra attrazione e repulsione verso quell’unica opportunità di vita, quell’unico destino che sembra esserle concesso in quanto appartenente al genere femminile, ovvero l’unione matrimoniale, la totale dipendenza da un uomo e la creazione di una famiglia. Il 1968 è l’anno che conduce ad una svolta totale, per lei ma in generale per tutte le donne: «per la prima volta ci figuravamo la nostra stessa vita come marcia verso la libertà, e questo cambiava molte cose. Stava scomparendo un certo tipo di percezione della donna, quella che la legava a un’inferiorità naturale».           

È quanto accade anche alle donne della famiglia Franza, in particolare al personaggio di Maria Teresa, in Di padre in figlia, una fiction ideata da Cristina Comencini con la regia di Riccardo Milani, mandata in onda nel 2017. Una miniserie televisiva che si pone l’obiettivo, tramite un racconto che ruota intorno alla sfera del conflitto generazionale e di genere, di esporre la mentalità patriarcale di una famiglia della provincia italiana e il tramandarsi dell’infelicità che ne consegue, in un arco temporale compreso tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta, un contesto storico coincidente quindi in parte con quello proposto dalla Ernaux. Tutta la storia è incentrata sulla necessità di spazio nel cuore del padre di Maria Teresa e delle sue sorelle, sul percorso di emancipazione femminile dal maschilismo paterno che prosegue per lacerazioni e fratture sempre più insanabili. Maria Teresa in Di padre in figlia  non perde mai il senso di appartenenza alle sue origini e alla sua famiglia, nonostante tutti i torti subiti dal padre Giovanni e riesce a realizzare una successione al femminile.

Fonte immagine: Pixabay.

A proposito di Rosaria Cozzolino

Sono nata il 13 marzo 1998 a Pollena Trocchia (NA). Fin dall’infanzia ho sempre cercato nuovi modi per esprimere la mia creatività e il mondo delle arti mi ha sempre affascinata e attratta. Ho frequentato per quattordici anni la scuola di danza classica e contemporanea “Percorsi di Danza” di Angelo Parisi, per poi abbracciare un’altra mia grande passione, il teatro, entrando nell’ “Accademia Vesuviana del Teatro e del Cinema” di Gianni Sallustro. La letteratura e la cultura umanistica in tutte le sue sfaccettature sono da sempre il faro costante della mia vita e ho deciso di assecondare questa mia vocazione frequentando il liceo classico Vittorio Imbriani di Pomigliano D’Arco (NA). Nel 2017 mi sono iscritta alla facoltà di Lettere Moderne presso l’università Federico II (NA) e ho conseguito la laurea nel luglio 2021 con una tesi in Letterature Moderne Comparate. Al momento sono specializzanda in Filologia Moderna sempre presso la Federico II e continuo a coltivare tanti interessi: la lettura, il cinema, le serie tv, il teatro, l’arte ma anche i viaggi e la scoperta di posti nuovi. Credo fermamente che la cultura sia il nutrimento migliore per l’anima ed è quello che vorrei trasmettere con la scrittura.

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