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Eroica Fenice

Intervista al poeta Guido Catalano

guido catalano

Ciao Guido, comincerei la nostra intervista da una domanda semplice. Come comincia la scalata di Guido Catalano, giovane laureato, appassionato di letteratura, che è riuscito a toccare le alte vette degli scaffali de La Feltrinelli Editore?

 La mia “scalata” inizia ancor prima dell’esperienza universitaria, avevo 17 anni ed ero membro di un gruppo di amici per cui scrivevo dei testi, e li cantavo pure (anche se non sapevo cantare). Tutto inizia lì, e continua fortunatamente anche dopo lo scioglimento del gruppo. Io continuavo a scrivere dei testi, testi che poi sono diventati delle poesie, testi che sono diventati ciò che scrivo adesso.

Ovviamente parlo di molti anni fa, ho cominciato in un periodo in cui internet non esisteva ancora e l’unico modo per farmi ascoltare era quello di organizzare dei reading. Ho organizzato dei reading a Torino e ho visto che la cosa funzionava! È da lì che pian piano sono arrivato ai cosiddetti scaffali de La Feltrinelli.

 Nel preambolo al libro Piuttosto che morire m’ammazzo scrivi «Si può fare i poeti senza essere poeti? Si può non fare i poeti ed esserlo? Che cosa significa essere poeta?» Ebbene, come risponde lo stesso Guido a tali domande?

 Eh… -ride- Questa è una domanda un po’ senza risposta. Chi scrive poesie è un poeta? Non credo sia così. Ecco, posso forse risponderti al negativo: so che non bisogna scrivere poesie per essere poeti. So che non bisogna essere pubblicati per essere poeti. Io penso che bisogna scrivere delle belle poesie, il che non è così semplice come sembra. Io parlo ovviamente di capacità tecnica, di saper trasmettere delle emozioni, delle immagini…

 Nessuna delle tue sillogi poetiche contiene poesie in metrica, come mai? La tua è una presa di posizione?

Prima abbiamo parlato del poeta, adesso parliamo della Poesia: che cosa può essere catalogato sotto tale etichetta nel 2014?

 Io scrivo in verso libero. Io scrivo in un verso molto libero. Non uso quello che si può definire la metrica classica. Ciò ovviamente non significa che io non faccia attenzione all’aspetto fonico e musicale del componimento. Molto spesso il verso libero è criticato come “non poesia” ma io non credo affatto sia così.

La mia è inoltre una caratteristica che nasce dalle stesse circostanze, come abbiamo detto prima ho cominciato con i reading, e questo diretto contatto col pubblico mi ha di conseguenza portato a scrivere in tale determinata maniera.

 Sulla stessa riga della precedente, la tua è una poesia molto vicina al quotidiano, e da questo riprende schemi, forme e convenzioni. A tal proposito, l’uso di parolacce possono, oggigiorno, rientrare in quello che è il vocabolario del poeta? 

 Il vocabolario del poeta per me equivale al vocabolario della persona; non c’è una scissione tra Guido poeta e Guido di tutti i giorni. Il quotidiano mi ispira, è vero, e anche la parolaccia è filtrata nella scrittura perché so che la parolaccia usata in maniera intelligente influisce tantissimo sul pubblico. 

 Entrando nello specifico. Mi ha particolarmente colpito la tua poesia “14 minuti”, e insieme a questa “Ottimismo d’inverno” e “Tra ventun giorni è natale”:  tutte poesie costruite sull’escamotage del “finale a sorpresa”.

Ne prendo spunto per chiederti ciò che forse non si chiederebbe mai a nessun artista: com’è che avviene la composizione delle tue opere?  

 Tutto è cambiato molto negli anni. All’inizio ero guidato da quella che chiamo libera ispirazione e cioè scrivevo di getto un qualsiasi componimento. Adesso, invece, sono costretto a ripetermi: è cambiato tutto, è una metodologia di lavoro diverso, impiego molto moltissimo tempo in più per scrivere una poesia. Me ne devo stare tranquillo a casa e battere a mano, forse perché ci penso di più, cerco delle minuzie tecnico ritmiche che prima non ero in grado di considerare.

Per quanto riguarda il finale, la chiusura delle mie poesie, beh, è per me un elemento fondamentale.  È la parte di lavoro che mi impiega più tempo, spendo ore e ore a chiudere i miei testi. Ed è anche vero che ho una tendenza a fare dei finali un po’ ironici, “a sorpresa”. Mi piacciono. Mi piacciono molto, e parlo da lettore, non da poeta.

 La storia della letteratura ci insegna che ogni artista, qualsiasi artista, è inevitabilmente influenzato dalle opere e dalle idee dei suoi scrittori preferiti. Quali sono stati i tuoi modelli, o forse, più semplicemente, quali i tuoi poeti preferiti?

 A questa domanda, ovviamente, risponderò con nomi di poeti ma non solo; ci sono cantanti, registi o fumettisti (per dire) che io citerei: Schulz, ad esempio, le cui strisce sono quanto di più vicino alla poesia credo possa esserci al mondo o anche le canzoni d’amore dei cantautori italiani!

Per quanto riguarda i poeti non potrei fare a meno di citare Bukowski che senza dubbio amo sopra ogni altro. Oppure, meno famoso e tuttora vivente, Billy Collins, poeta americano, o ancora Jacovitti per la sua capacità di inventare le parole di creare neologismi mai prima formulati. È una cosa che molto spesso faccio anche io.

 Ho un’ultima domanda da farti, e quest’ultima più che riguardare la tua persona, o il tuo modo di scrivere, riguarda una frase che spesso risuona nella mia mente, quasi come un monito «La scrittura è ricordo». Credi anche tu, come molti e autorevoli scrittori di fama, che la scrittura sia essenzialmente un ricordare? E quanta importanza viene concessa a tale dato nei tuoi componimenti?

 Il ricordo è molto importante. Ricordare è molto importante. Quello che io scrivo è spesso legato a esperienze passate, esperienze che catalizzate nel tempo si sono sedimentate e da cui riesco ad attingere per i miei componimenti.

Il ricordo è una fonte importantissima e, sì, indubbiamente la creazione scrittoria è anche un ricordare, sebbene io non tenda a considerarlo come unico elemento di un quadro ben più composito.

-Intervista al poeta Guido Catalano-

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