Jean Giraudoux, riflessione su La Folle de Chaillot

La Folle de Chaillot di Jean Giraudoux: una riflessione

La Folle de Chaillot di Jean Giraudoux, la pièce teatrale dallo sfondo noir, riecheggia sorprendentemente anche dopo 8 decenni.

Il testo teatrale La Folle de Chaillot di Jean Giraudoux dai tratti spiccatamente satirici e dallo sfondo noir, scritto nel 1943, echeggia sorprendentemente anche dopo 8 decenni. Proprio l’anno scorso, nel marzo e aprile 2022, il Teatro San Ferdinando di Napoli ha ospitato la pièce teatrale di Jean Giraudoux con la regia di Franco Però, la produzione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e l’interpretazione di Manuela Mandracchia nel ruolo protagonista di Aurélie, la Pazza di Chaillot.

Il testo teatrale andò in scena per la prima volta il 19 dicembre 1945 con Marguerite Moreno, attrice per la quale si dice fu scritta la commedia stessa e il personaggio protagonista. L’anno di pubblicazione del testo teatrale, 1943, sembra far riflettere sulla premonizione dell’autore stesso: i temi trattati sono, infatti, declinabili largamente al contesto attuale se pensiamo alla crisi ecologica, macro-tema della vicenda.

Gli avvenimenti si consumano nel quartiere di Chaillot (sedicesimo arrondissement di Parigi), che ospita due piani della realtà paralleli quanto allegorici. Proprio a Chaillot, la società subisce una biforcazione dando vita a due rami che sembrano avere vita propria: quello della corte della Pazza di Chaillot Aurélie, punto perno dei suoi favoriti e il versante degli uomini d’affari, votati alla ricerca delle ricchezze, al sopruso a danno dei più deboli e allo sfruttamento della terra. La sub-società della Pazza sembrerebbe avere delle regole a sé: i personaggi che ne fanno parte incarnano gli aspetti più fanciulleschi dell’uomo che includono, per loro natura, le arti e l’attaccamento sconfinato alla vita e alle sue bellezze. Proprio quest’ultima caratteristica trova massima espressione nel personaggio protagonista, che si muove costantemente verso la visione utopica della massima coscienza sociale.

La vicenda ha inizio quando il quartetto dei loschi uomini d’affari che incarnano il male, la materialità e le debolezze dell’uomo pianificano nel dettaglio la trivellazione della città di Parigi alla ricerca di petrolio. Il che avrebbe significato conseguentemente un estremo sconvolgimento degli abitanti e l’implicito tentativo di sovversione dell’ordine della grottesca corte della Pazza di Chaillot. A tal proposito, il testo è ricco di riferimenti al mondo che cambia fatalisticamente e sprofonda verso la distruzione, a motivo della disparità di averi tra gli uomini e la spasmodica ricerca del bene effimero. Il rendiconto che i favoriti della Pazza le espongono con l’intento di chiamarla all’azione nella difesa della città ha, perciò, duplice valenza: da un lato il discorso indiretto circa il piano degli affaristi da sabotare a tutti i costi, dall’altro un invito ad una riflessione di tipo filosofico e inglobante. È proprio in questi casi che Jean Giraudoux, attraverso le battute di vari personaggi, su tutti il Cenciaiolo e la stessa Pazza, si rivolge direttamente al lettore:

E quel che vi farò vedere, e questa sera stessa. E voi che cosa avete da lagnarvi?
Perché non avete agito? Voi potete tollerare una cosa simile, potete vivere in un
mondo dove la gente non è felice dal momento in cui si alza a quello in cui va a
dormire? Dove nessuno sa più chi è il suo padrone? Siete così vili? 

La Pazza di Chaillot incontrerà, preventivamente all’organizzazione del sabotaggio, altre amiche al limite tra normalità e follia che sembrano incarnare fasi diverse della vita nonché tipi differenti di divergenze, che fanno contrasto con la follia più lucida dell’anziana Aurélie. Tuttavia, le interpretazioni sono molteplici circa il tema della follia. A tratti, pare sensato supporre che la follia macchiettistica sia solo una messinscena orchestrata dai personaggi sui generis, utile al raggiungimento di nobili scopi, seppur attraverso mezzi discutibili. Il piano che risolverà la vicenda prevede, infatti, il sequestro e l’uccisione degli uomini malvagi, non prima di un processo in un finto tribunale rivoluzionario dove a giudicare le turpitudini dei personaggi malvagi (di cui viene costruita la caricatura) sarà la stessa Aurélie. Altra domanda indiretta al lettore: il fine giustifica il mezzo? Chi giura di sì, potrebbe dare una lucida chance alla riflessione sul concetto di follia stesso proposto da Jean Giraudoux. 
La trama, oltre che concludersi con lo scambio di un bacio tra i due personaggi più giovani (a simboleggiare un suggello e una promessa per un mondo migliore), si risolve come una fiaba con la sua morale. Il lettore è, così, sommerso da molteplici spunti di riflessione e interrogativi, non solo sui personaggi stessi ma soprattutto sulle loro scelte.

La pazza di Chaillot Aurélie è a tutti gli effetti l’incarnazione dell’uomo che, per parafrasare Jean Giraudoux, ha scelto di abitare il mondo anziché esserne fantino, motivo per cui ci si affeziona a lei come lo si fa verso uno spirito pacifico e rivoluzionario.

L’amore profondo e devoto per i suoi oggetti e riti quotidiani, la sua vanità infantile, la sua speranza sconfinata e la sua fiducia nel prossimo la convertono nel personaggio chiave a cui tutti fanno capo quando si tratta di prendere decisioni e monitorare il benessere del quartiere in primo piano e del mondo a livello simbolico. Non è, per questo, chiaro quanto di davvero folle ci sia nel personaggio. Non è strano supporre che la pazzia venga sfruttata come nominativo prima e come aggettivo poi a motivo dell’impossibilità di riconoscere in sé stessi le caratteristiche di Aurélie se non si è disposti a farlo, poiché implicherebbe di conseguenza un riconoscimento della propria condizione corrotta.

Il concetto di sub-società è espresso attraverso un interessante parallelismo letterario e concettuale.

Jean Giraudoux utilizza, non a caso, l’appellativo Corte dei miracoli per riferirsi ai fidati della Pazza di Chaillot, che ci riporta direttamente a Victor Hugo e il suo Notre Dame de Paris, in cui viene utilizzato lo stesso epiteto per connotare i clandestini gitani nascosti alle porte di una Parigi in cui è impossibile essere riconosciuti ufficialmente dalla società. Se in Notre Dame de Paris, la capitale francese del 1482 viveva le rivolte contro l’occupazione degli zingari franco-spagnoli, la stessa città, nel periodo in cui La Folle de Chaillot viene scritta, è lo scenario delle resistenze contro l’occupazione nazista dei tedeschi. Non è un caso, quindi, la contrapposizione tra i due estremi della società, ben evidenziata nella trama da Giraudoux.

Il gioco di ruoli a cui Giradoux da vita nella scena del finto tribunale è un altro elemento fortemente simbolico. La messinscena ha, secondo la trama, l’obiettivo ultimo di incastrare gli uomini loschi attraverso una simbolica e fasulla legalità (l’unica a cui fanno riferimento i seguaci della pazza). Tutto ciò non può che essere messo in relazione con una mancanza di fiducia verso il sistema e, quindi, un rovesciamento totale della giustizia e dei corpi ufficiali. L’evidenza di quest’ultimo punto è patente anche nel contrasto che Jean Giraudoux descrive tra il personaggio della Pazza di Chaillot e la guardia:

Voi ghigliottinate gli assassini. Voi buttate all’aria le bancarelle degli ambulanti
sprovvisti di permesso. Voi vietate ai ragazzini di scrivere sui muri. Voi volete la
vita, trovate che la vita è una cosa degna e pulita […] Sono i
funzionari come voi che organizzano la vita: sta a loro di difenderla. […] 
cos’è che amate nella vita, guardia? Per aver scelto di essere il campione
della vita, il suo campione in uniforme, bisogna pure che essa vi procuri molte gioie,
pubbliche o private […]
Non valete lo stipendio che vi dànno, guardia. Sfido chiunque, deciso al suicidio,
a rinun-ziarvi in seguito ai vostri discorsi.

Ecologista, ambientalista, femminista e a suo modo pacifista, la Folle de Chaillot di Jean Giraudoux si specchia nella società di oggi in molteplici punti. L’utopia di un mondo migliore che possa evitare lo schiavismo verso il sistema capitalistico la fa da padrone. Molteplici riferimenti, visto l’anno in cui la pièce è stata scritta, sono destinati anche all’imperante e inarrestabile urbanizzazione delle campagne che troverà poi esito effettivo.
La trivellazione del suolo alla ricerca del petrolio, tra le tante, non ha mai risuonato così tanto e così vicino a noi come appena quattro mesi fa, nell’aprile del 2023, quando la notizia di una miniera di litio nel sottosuolo di Roma si è diffusa a macchia d’olio generando a cascata piani di ricerca ed eventuali estrazioni quasi da far competere la zona laziale con i mercati internazionali.

Perché, se così non fosse,
avresti visto che questi uomini che si danno tante arie di costruttori, in fondo in
fondo sono segretamente votati alla distruzione. Il più nuovo dei loro edifici non è
che il manichino d’una rovina. Guarda i nostri consiglieri municipali e i loro
impresari. Tutto quel che costruiscono come muratori lo demoliscono come franchimuratori.
Costruiscono banchine distruggendo rive – pensa alla Senna – costruiscono
città distruggendo la campagna – pensa al Pré-aux-Cleres – costruiscono il palazzo
di Chaillot distruggendo il Trocadéro. Dicono che dànno l’intonaco ad una casa:
nient’affatto, io sono stata ad osservarli. Usano le loro spatole, i loro raschiatoi
soltanto per farsi largo. 
L’occupazione dell’umanità è niente altro che un’impresa
universale di demolizione. Parlo dell’umanità maschile, beninteso.

Fonte immagine: Wikipedia

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