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Eroica Fenice

Le donne raccontate da J. W. Waterhouse

Waterhouse e le sue donne, tra forme e contrasti

La donna è da sempre musa ispiratrice e soggetto prediletto da artisti di ogni epoca, tra i tanti fu il pittore John William Waterhouse a raccontare il gentil sesso dalla sua personale prospettiva. Parole d’ordine? Grazia e femminilità, calate in mille contesti, in mille forme.

J. W. Waterhouse nacque a Roma nel 1849, per poi morire a Londra all’età di 67 anni. Viene definito un pre-raffaelita moderno, essendo le sue opere successive allo scioglimento della suddetta società artistica, nonché innegabile l’influenza stilistica e tematica da questi esercitata sul nostro pittore. Il suo lavoro gira intorno alla ritrattistica delle figure femminili, mitologiche e letterarie soprattutto. Ogni donna ha una sua storia, che Waterhouse dipinge sullo sfondo accanto ai loro corpi delicati e visi malinconici. Per l’artista, la donna è sensualità che smuove lunghi capelli, delicatezza che tocca mani sottili, dolcezza che incontra pelli pallide e volti segnati da quella giovinezza a cui le donne dipinte sono condannate per l’eternità. Ve ne presentiamo alcune.

Waterhouse, tra grazia e sofferenza: la femminilità dal suo punto di vista

Da dove avrebbe potuto Waterhouse trarre ispirazione se non dalla mitologia greca, la galassia della bellezza del corpo e dell’anima? Gli spunti sono tanti e quelli raccolti appartengono soprattutto al panorama delle creature magiche, delle donne non umane, ma divine: da un’Arianna vestita di rosso alla Danae madre premurosa.

Come non menzionare la maga Circe, dipinta in più sfaccettature, tutte coerenti con l’aura con cui la tradizione l’ha circondata. La prima è una Circe del 1891, Circe che porge una coppa a Ulisse”, la coppa che contiene l’inganno, il filtro che ha trasformato i compagni dell’eroe in maiali, la coppa che Odisseo rifiuterà, attirando l’attenzione dell’incantatrice. L’anno successivo, Waterhouse dipinge la Circe Invidiosa”, avvolta dal blu, col volto che trasuda rancore, colta nell’atto di avvelenare l’acqua che trasfonmerà Scilla, la sua rivale per il cuore di Glauco, nel mostro orribile disegnato da Omero. Circe torna protagonista nel dipinto del 1911-1915, La Strega (The Sorceress)”, e la troviamo persa in sé stessa, una maga tra le sue pozioni e i suoi incantesimi, da sola, alle prese con la più pericolosa delle magie: l’amore.

Le sirene di Waterhouse

Mentre Circe è confinata sulla terraferma, le sirene, altrettanto amate dal pittore preraffaelita, albergano nei mari. O quantomeno, questo è quello che emerge nei dipinti del 1900, A Marmaid” e The Siren”, in cui la donna ibrido con le squame viene dipinta, rispettivamente, mentre pettina i capelli e mentre incanta col suono di un’arpa uno sfortunato marinaio. Lontana dal nostro immaginario è invece la rappresentazione che ne dà in “Ulisse e le sirene”, del 1891, dove le sirene sono dipinte come uccelli: forse tra tutte la versione più fedele alla tradizione, considerando che nei testi classici le sirene vengono descritte col corpo alato, mentre è soltanto nell’alto Medioevo che vengono associate alle figure metà donna metà pesce alle quali pensiamo ancora oggi.

Sempre greche sono le belle ninfe de “Ila e le ninfe”, fatate, dai capelli lunghi e dallo sguardo seducente. Il dipinto, che ritrae le ninfe nell’acqua mentre rapiscono Ila, il giovinetto amato da Ercole, è stato al centro della recente polemica che ha coinvolto il museo di Machester che lo ospita: il quadro è stato infatti rimosso per sollecitare un dibattito sull’approccio dell’arte al corpo femminile e al suo modo di raccontarlo. La parete occupata dal dipinto, svuotata, si è in poco tempo riempita di post-it lasciati dai visitatori, con suggestioni e opinioni in merito, la maggior parte delle quali contrarie alla decisione del museo.

Spostiamoci in avanti nel tempo, e diamo uno sguardo alle donne del Medioevo, quelle dei poemi cavallereschi, donne come la dama di Shalott. Protagonista dell’omonimo poemetto romantico del poeta inglese Alfred Tennyson, la Lady of Shalott (così detta perché confinata in una torre sull’isola di Shalott) è vittima di una maledizione: qualora avesse guardato in direzione di Camelot, sarebbe stata destinata alla morte. Osserva, allora, all’esterno attraverso uno specchio e riporta tutto ciò che vede su una tela magica (viene, non a caso, ritratta da Waterhouse, intenta a filare), e così trascorre la sua vita, fin quando non vede Lancillotto. La donna cede alla tentazione e guarda direttamente fuori, verso Camelot. Stanca di un’esistenza cieca vissuta in riflessi, decide di lasciare la torre e navigare verso la città proibita a bordo della barca sulla quale morirà, mentre canta una triste melodia, per l’ultima volta. È questa l’immagine riprodotta da Waterhouse nel celebre dipinto del 1888 (intitolato semplicemente The Lady of Shalott”), in cui l’artista racchiude la quintessenza di una donna che, condannata all’ombra, muore cercando la luce.

Waterhouse e William Shakespeare

 

Il pittore guarda anche a pilastri della tradizione letteraria come le donne shakespeariane: l’eterna romantica Giulietta, la drammatica Ofelia dell’Amleto e l’ingenua Miranda, protagonista femminile ne La Tempesta, da Waterhouse due volte dipinta con lo sguardo rivolto verso il mare. Non mancano figure femminili tratte da libri di storia: proprio agli antipodi sono la provocatoria Cleopatra e Santa Eulalia di Mérida, la martire bambina di epoca dioclezianea, raffigurata a terra, ormai abbandonatasi al dolore.

Ciascuna delle donne di Waterhouse ha una sua precisa identità che si specchia nella sua espressione, nella sua posa, nell’ambiente in cui è ritratta: ogni donna da lui rappresentata è accompagnata dalla propria storia, dai suoi amori e dalle sue sofferenze. Non c’è filo conduttore al di fuori di questo: la donna e la sua vita, tirata fuori dalle pagine di un libro o dalla voce di un racconto.