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Eroica Fenice

Napolitudine: a smania ‘e turnà

Napolitudine: a smania ‘e turnà

Una strana malinconia, accompagnata da una dolce nostalgia e da quel pizzico di gioia. Una sensazione che riempie cuore, mente, anima e sensi. Un’emozione speciale, che racchiude un universo in un unico termine: “napolitudine”.

Non è semplicissimo spiegare cosa sia la napolitudine, ma son riusciti egregiamente nell’impresa lo scrittore, regista e filosofo partenopeo Luciano De Crescenzo, insieme all’umorista, comico, attore e scrittore napoletano Alessandro Siani, attraverso il libro Napolitudine. Dialoghi sulla vita, la felicità e la smania ‘e turnà, edito da Mondadori.

Cosa esprime dunque questo sentimento così unico e straordinario?

Napolitudine. Cos’è

«E moro pe’ ‘sta smania ‘e turnà a Napule…»

(Da Munasterio’e Santa Chiara di Roberto Murolo).

Proprio questo indica la napolitudine. È una smania che ribolle nelle vene e che fa fremere corpo e mente per il desiderio di tornare, sentito ardentemente da chi, per motivi disparati, è costretto a lasciare l’amata Napoli.

È una sensazione di malinconia, mista a quella nostalgia propria del distacco da ciò che si ama, da ciò che è parte di sé. Ed è una sensazione così inedita e particolare da essere provata persino dai napoletani che la città non l’hanno mai lasciata.

I portoghesi la chiamano “saudade”, ma il sentimento è il medesimo: la malinconia, appunto, quella smania ‘e turnà – come recita l’intramontabile canzone di Murolo – che attanaglia i partenopei, costretti a lasciare la città per lavoro, o i turisti, che ne hanno subìto il fascino e pertanto amareggiati nel ripartire, lasciando la terra dei misteri e delle meraviglie.

La verità è che Napoli è una terra uguale solo a se stessa, diversa da qualsiasi altra città al mondo. Descritta, apprezzata ed amata da poeti e scrittori, e rappresentata in film, opere teatrali e canzoni. Lo scrittore tedesco Goethe, durante il suo tour, così appuntava nei suoi diari: «Vedi Napoli e poi muori». Sì, perché è impensabile ed assurdo non gustarne i sapori, non percepire l’arte e la cultura che la animano, non osservarne la bellezza che delizia i sensi e la mente. È impossibile esistere, calpestare questa terra e non vivere Napoli, almeno una volta nella vita!

Ebbene Napolitudine nasce dall’incontro di due generazioni distanti un cinquantennio, entrambi napoletani e con un medesimo sentimento da condividere. Seduti al tavolino di un bar cominciano a scambiarsi varie considerazioni, le stesse che alimenteranno il libro, partendo dal concetto di felicità, per giungere poi alle differenze tra nord e sud. De Crescenzo e Siani fanno appunto riferimento alla già citata malinconia, che funge da collante tra i termini “Napoli” e “latitudine”. E quell’incontro, quelle chiacchierate amichevoli ispirano la copertina di Napolitudine. Si tratta di un disegno di De Crescenzo, che ritrae due vecchi pini di Napoli, quelli che un tempo ne adornavano il panorama da Posillipo. Per la copertina i pini vengono umanizzati e si parlano, proprio come due vecchi amici, come Luciano e Alessandro. Qui emerge il senso di Napolitudine, ossia un dialogo su quella sorta di inspiegabile nostalgia «perché a me Napoli manca sempre, persino quando sono lì. Io la napolitudine la sento sempre, anche mentre passeggio tra le bancarelle di San Gregorio Armeno e sfioro i pastori creati dai maestri artigiani. Mi si arrampica sulle papille gustative, stuzzicate dal profumo delle sfogliatelle appena sfornate. Mi accompagna come l’ammuina dei vicoli, che ritrovo immutata nel tempo, o come il profilo del Vesuvio, un paesaggio unico al mondo. Insomma, questa nostalgia avvolge tutti i miei sensi…».

È un sentimento viscerale, profondo, inscindibile e imprescindibile. Lo stesso Siani, nel celebre film Benvenuti al Sud, recita: «Quando uno straniero viene a Napoli piange due volte, quando arriva e quando parte». E per i partenopei costretti a lasciare la terra del sole, del mare, dell’arte e dell’amore, è come strappare una parte del proprio cuore o mutilare il corpo di una gamba, di un braccio, di un occhio! Eppure «puoi togliere un napoletano da Napoli… ma non puoi mai togliere Napoli dal cuore di un napoletano». Lontano da Napoli non è possibile resistere a lungo, com’è impossibile dimenticarla. Così la napolitudine è ben descritta anche nel testo Santa Lucia luntana: «Santa Lucia! Luntano ‘a te, quanta malincunia! Se gira ‘o munno sano, se va a cercà furtuna… Ma, quanno sponta ‘a luna, luntano ‘a Napule nun se po’ stà!».

“Napolitudine” e “Napoletanità”. Le differenze

Spesso accade che il termine “napolitudine” venga confuso con “napoletanità”. Il significato è differente ed è opportuno analizzarlo.

A differenza della napolitudine, che è un sentimento fondato sulla malinconia e nostalgia, la napoletanità è la condizione dell’essere napoletano, l’appartenenza a Napoli, l’insieme delle tradizioni, usi, qualità e atteggiamenti, che costituiscono il patrimonio storico della città di Napoli e dei Napoletani.

La napoletanità è dunque l’identità dell’essere napoletano, con la sua miriade di sfaccettature. Concerne tutto ciò che è collegato alla città di Napoli e all’essere napoletani, ossia miti, folklore, modi di fare. La napoletanità, così come si esprime il giornalista partenopeo Valentino Di Giacomo, «è  uno stato dell’anima, un modo di intendere la vita, di ricordare, di amare, un’attitudine allo stare al mondo in modo diverso dagli altri». Come tale non rappresenta né un pregio né un difetto. Semplicemente “diversità” rispetto al resto, rispetto a ciò che si conosce.

La cosa sorprendente è che la napoletanità non è solo propria di coloro che acquisiscono tale condizione per nascita, bensì anche di coloro che non vivono quotidianamente Napoli, perché non partenopei. E ciò è possibile proprio in virtù di un modo d’essere, di sentirsi, di vivere, che entra nelle viscere di quanti, pur non essendovi nati, ne subiscono il fascino, facendo dunque della napoletanità una propria condizione esistenziale. Si pensi ad artisti e talenti quali Vittorio De Sica, Domenico Modugno, Marcello Mastroianni, per citarne alcuni, che hanno acquisito una tale napoletanità, anche maggiore di quanti nella città son nati e cresciuti.

Tale condizione si evince dal modo di approcciarsi agli altri, da quell’allegria inconsapevole e contagiosa, dal modo di amare, totale e incondizionato, forte ed intenso, passionale e viscerale. Per cui ci son persone che imparano le sfumature dialettali, o si innamorano dei luoghi che adornano la magnifica la città, ma se talune attitudini non penetrano in ogni singola particella, nel sangue e nella mente, quelle persone non possono meritarsi appieno l’appellativo di “napoletani”, perché non avranno saputo succhiare e acquisire la napoletanità che possa renderli tali.

Ma quest’ultima risiede anche in quell’eterno dissidio, in quel dialettico giudizio che rende Napoli la città più amata e quella più odiata. Napoli trasuda creatività, energia e dinamismo, ma nel divenire bersaglio e oggetto di mancato rispetto ed abbandono, svela il peggio, il marcio, quello radicato nel ventre, che rende la città tanto splendida quanto dannata.

Non è solo bei palazzi, magnifici scenari da cartolina e gioia diffusa. A formare la napoletanità contribuiscono la sua storia, le tradizioni e i costumi, le leggende popolari, così come il susseguirsi di speranze tradite e sogni stroncati. Nel bene e nel male, Napoli esprime comunque la napoletanità attraverso l’arte e la cultura, attraverso la sorprendente attitudine a sopravvivere ed “arrangiarsi”, attraverso l’ineclissabile contributo offerto da artisti, scrittori, attori e musicisti. Terra caleidoscopica, in cui l’azzurro del mare, il giallo del sole, il rosso di un tramonto e della passione si fondono al grigio dell’inettitudine e dell’insana furbizia, rendendola sacra e profana, sporcandone l’incanto con pregiudizi e malavita.

Il filosofo, storico e scrittore napoletano d’adozione Benedetto Croce dipinge Napoli come «un Paradiso abitato da diavoli». E ancora, il cantautore bolognese Lucio Dalla asserisce: «Napoli è il mistero della vita, bene e male si confondono». Ebbene, spesso la napoletanità si identifica nel binomio legalità-illegalità, dove però risulta quasi impossibile delinearne i confini. Questo perché oggi la criminalità sconfina, mescolandosi a ciò che dovrebbe essere lecito, giusto ed incontaminato. Affari e illegalità, società civile e criminale divengono un’unica terribile piovra. Così, accade spesso ormai, anche e soprattutto per le storture addotte dai mass media, che il napoletano venga additato come “camorrista”: qui risiede il marcio, l’ignoranza e l’indifferenza ipocrita, dimenticando la genialità e la filosofia di vita del vero napoletano, che rendono la meravigliosa Napoli e il suo popolo un patrimonio da difendere e custodire, un tesoro dal valore inestimabile.

In ogni caso comunque, la napoletanità autentica tira fuori il meglio da un napoletano, grazie ai vari fattori che la caratterizzano, primo fra tutti il dialetto, che – come risaputo ormai – diviene vera e propria lingua, dalle sfumature colorate e suggestive e creando fantasiosi modi di dire e metafore che esprimono le diverse situazioni del quotidiano in maniera immediata e pura, ma soprattutto unica, attraverso espressioni impossibili da tradurre, per la carica semantica e l’intensità espressiva che veicolano.

La napoletanità si esprime poi attraverso il carattere e l’atteggiamento dei napoletani. Amichevoli, spontanei ed ospitali, anche e soprattutto con stranieri e turisti. Il napoletano ha il dono della grazia e della generosità, facendo sentire gli altri a proprio agio e aiutando senza attendere esplicite richieste. Essa risiede poi nella teatralità quotidiana: per il napoletano ogni giornata è una rappresentazione teatrale e la strada ne costituisce il palcoscenico. Dunque il napoletano potrà presto apparire come chiassoso, esuberante, esagerato, un po’ volgare talvolta, ma dopo un po’ quell’allegria e sprezzo del pudore coinvolgeranno a tal punto l’interlocutore da innamorarlo e letteralmente stregarlo.

Guai però a tradire l’amicizia e il rispetto di un napoletano! Attirarne l’antipatia significherà scoprire i difetti della napoletanità, l’altro lato della medaglia. Si sperimenterà il suo modo di prendere in giro in maniera sagace, così come i sorrisi maliziosi, espressioni dialettali alquanto colorite e “volgari”, e soprattutto la “cazzimma”, quella che non si può tradurre e che concerne un atteggiamento improntato al cinismo egoista.

Ebbene, la napoletanità è un universo colmo di tutto, dall’incanto all’astuzia, dalla bellezza alla stortura, dalla purezza al putridume. Ma è unicità, e unita alla napolitudine rendono Napoli, non una città, bensì un mondo straordinario, nostalgico e inimitabile.

«Dovunque sono andato nel mondo, ho visto che c’era bisogno di un poco di Napoli»

(Luciano De Crescenzo).

Fonte:  pananti.com/

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