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Origine dell’Ankh: la croce egizia, simbolo di vita

Origine dell'Ankh

La croce egizia – o Ankh volendo rispettare il suo nome originale – è uno dei simboli più popolari dell’antico Egitto. È rappresentata come una croce completa di un anello nella sua parte superiore, talvolta con l’aggiunta di ornamenti decorativi.

Qual è il significato della croce egizia?

Si tratta di un simbolo geroglifico egiziano traducibile con “vita” o “soffio di vita”, ma il suo significato è più vicino al concetto dell’immortalità, poiché gli egizi credevano che il percorso terreno fosse solo una parte di una vita in realtà eterna. L’ankh, in effetti, simboleggia non solo l’esistenza mortale, ma anche l’aldilà. È uno dei simboli più antichi dell’antico Egitto e nei geroglifici veniva spesso rappresentato in coppia con il djed – o zed – che rappresentava, invece, la stabilità. Non era rappresentato solo nelle pitture o iscrizioni tombali, molti egiziani indossavano questo gioiello, spesso in oro, come amuleto portafortuna.

Croce egizia e il Cristianesimo: cosa li lega?

Ad oggi, appare incredibile pensare che il culto e le credenze professate dagli antichi egizi possano avere qualcosa in comune con il Cristianesimo. Tuttavia, pare che proprio la croce sia stata adottata dai cristiani copti d’Egitto nel IV secolo d.C. per simboleggiare la vita eterna promessa da Dio, in cambio della fede dei fedeli. Non solo. È interessante sottolineare che, con una maggiore diffusione del Cristianesimo in Egitto, molti simboli furono, volontariamente e involontariamente, messi da parte: lo zed, a differenza della croce che trovò nuovo significato, fu uno di questi.

L’origine

Non si hanno notizie certe circa l’origine della croce egizia. Alan Gardiner, egittologo del primo ‘900, suppose fosse nata dal cinturino di un tipo di sandalo: un anello superiore a circondare la caviglia e la fascia verticale a unire l’anello alla suola, tra le dita dei piedi. Ad avvalorare la tesi, la traduzione della parola sandalo in egiziano, “nkh”. Questa teoria, tuttavia, non fu mai largamente accettata.

Wallis Budge, contemporaneo di Gardiner, ipotizzò che si trattasse della fibbia della cintura della dea Iside. Questa tesi, anche se non universamente riconosciuta, fu considerata più verosimile della precedente. Il nodo di Iside – o tjet –, infatti, era una cintura cerimoniale che simboleggiava la fertilità attraverso la rappresentazione dei genitali femminili.

L’ultima, quella più accettata tra le altre, ipotizza che il simbolo rappresenti una chiave, utile dopo la morte per accedere alla vita eterna.

L’utilizzo degli amuleti nel culto dei defunti

Realizzati con i materiali più disparati – l’oro tra i più benestanti, ma anche in altri metalli, in legno, pietra o terracotta – gli amuleti erano molto diffusi tra la popolazione. Si credeva, infatti, che questi wedjau avessero poteri magici, donando fortuna e benessere a chi li indossava. Quanto funzionassero era determinato dal valore del materiale, dalla grandezza e addirittura dall’incantesimo di origine fatto sull’oggetto. Dato, però, la grande considerazione per il culto dei morti, gli egizi vestivano di amuleti i propri defunti prima di riporli nei sarcofagi. Quali far indossare veniva stabilito secondo quale divinità rivolgere le proprie preghiere affinché i propri cari avessero garantito un percorso semplice verso l’aldilà. La croce egizia era uno degli amuleti più utilizzati, subito dopo lo scarabeo sacro.

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Fonte immagine: ai

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A proposito di Cinzia Esposito

Classe ’96 e studentessa magistrale in Corporate communication e media all’Università di Salerno. Vengo da una di quelle periferie di Napoli dove si pensa che anche le giornate di sole vadano meritate, perché nessuno ti regala niente. Per passione scrivo della realtà che mi circonda sperando che da grande (no, non lo sono ancora) possa diventare il mio lavoro.

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