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Eroica Fenice

Attualità

No Entry: i luoghi nel mondo vietati all’altro sesso

Lo sapevi che nel mondo esistono ancora dei luoghi vietati all’altro sesso? Monti sacri chiusi alle donne, isolette sperdute in cui ritrovare se stesse senza farsi distrarre dagli uomini e anche l’ultimo bagno d’Europa diviso per sessi. Nel mondo, che si tratti di motivi storici, religiosi o culturali, esistono posti in cui il proprio genere può essere una discriminante per l’accesso.  il Monte Athos Situato in Grecia, il Monte Athos è stato dichiarato Patrimonio Culturale dell’Umanità nel 1998. La particolarità di questo luogo è che si tratta di una zona così inaccessibile che anche gli uomini necessitano di un permesso speciale per visitarla. Durante l’anno, infatti, il limite massimo di visitatori è di 200. Alle donne, invece, oltre a essere vietato l’accesso, devono tassativamente restare ad oltre 500 metri da esso. Non è fatta eccezione per gli animali: le uniche creature femmine che si possono trovare sono gatti, utili per la caccia ai topi o altri animali. Il divieto, già dall’XI secolo, è stato imposto perché – trattandosi di un luogo sacro – le donne potevano rappresentare una tentazione per i monaci che vi abitavano.  La foresta di mangrovie in Indonesia Se sul monte Athos non c’è spazio per le donne, al contrario, a Jayapura, capoluogo della provincia indonesiana di Papua, c’è una foresta di mangrovie riservata solo alle donne. Da generazioni, si ritrovano per condividere le loro storie e raccogliere vongole che vengono poi rivendute nei mercati locali. La tradizione vuole che le donne si tolgano i vestiti una volta giunte lungo le rive delle mangrovie per pescare le vongole. Gli uomini che non rispettano questo divieto rischiano multe fino a 1 milione di rupie indonesiane, l’equivalente di circa 60 euro. La spiaggia di Trieste “El Pedocin” o Spiaggia della Lanterna a Trieste è forse l’ultimo stabilimento balneare in Europa rimasto nel quale un muro separa la spiaggia in due zone, una riservata a donne e bambini sotto i 12 anni e l’altra agli uomini. Per poter accedere all’altro settore, è necessario essere in possesso di un permesso speciale. A chi li accusa di essere retrogradi, spiegano che questo genere di divisione concede anche molte libertà, come – per le donne, per esempio, quella di sentirsi libere di prendere il sole in topless.  Partite di club in Iran Sembra incredibile, eppure in Iran – fino al 2019 – nessuna donna poteva accedere agli stadi, neanche se accompagnata da suo marito o da un parente di sesso maschile. Da quell’anno, grazie ad un’apertura da parte del governo moderato del presidente Hassan Rohani, alle donne è stato concesso di partecipare alle partite della nazionale iraniana ma non ancora a quelle di club. Il motivo di questo divieto sta nel fatto che alle donne non è concesso stare a contatto con uomini non parenti.  SuperShe Island Da alcuni anni, in una piccola isoletta privata sulle coste della Finlandia, è nato un progetto completamente pensato per le donne. Kristina Roth, americana di origini tedesche, ha dato vita a SuperShe Island, un “campo” che unisce vacanza […]

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Attualità

L’Iran delle contraddizioni: nasce il – Tinder di Stato –

Lanciata nel luglio scorso, l’app di dating dello Stato punta a invertire i dati riguardanti la fertilità e il matrimonio. Uno slancio di modernità nel paese delle contraddizioni. Accade davvero di rado che dal Medio Oriente arrivino notizie che si distanzino dalle travagliate vicende politiche che da anni lo colpiscono. Di certo, del popolo iraniano nello specifico e della condizione delle donne nel Paese si conosce poco, ma le poche storie che leggiamo lo dipingono come lo stato delle contraddizioni. Quello che è accaduto nelle scorse settimane ne è la prova.  L’Iran ha creato un’app di incontri – una sorta di “Tinder di Stato” per favorire un aumento del tasso di fertilità. Questo dato, infatti, ha subito un forte calo, soprattutto a causa di alfabetizzazione e l’urbanizzazione del territorio. A marzo scorso il Parlamento iraniano (in arabo, Majlis) ha approvato una legge per “la crescita della popolazione e il sostegno alle famiglie”. Questa prevede maggiori opportunità educative per le studentesse madri, un miglioramento dell’assistenza prenatale e incentivi finanziari per le coppie sposate che scelgono di avere due o più bambini. La legge proposta restringe ulteriormente le condizioni per l’aborto, già limitato da una legge del 2005 che lo consentiva solo prima dei quattro mesi di gestazione e solo se la vita della donna era a rischio o se il feto non era vitale o cresceva in modo anomalo. Al momento della stampa la legge è in attesa dell’approvazione definitiva da parte del Consiglio dei Guardiani per garantire che le disposizioni siano compatibili con la legge islamica e la Costituzione. La nascita in Iran del Tinder di Stato Il Tebyan Cultural and Information Center, fondato nel 2001, è un’organizzazione approvata dal governo coinvolta in numerose iniziative a favore della famiglia. Secondo un’indagine da loro svolta, su una popolazione totale di 86 milioni, ci sono circa 13 milioni di single iraniani di età compresa tra 18 e 25 anni. Questo dato ha favorito la nascita – nel luglio del 2021 – di Hamdam, un’app di incontri che mira a invertire la tendenza non solo del tasso di fertilità, ma anche del crollo dei matrimoni e l’aumento di divorzi. L’Iran, insomma, ha dato vita a una sorta di Tinder del matrimonio: Hamdam, infatti, si traduce dal farsi proprio con “compagno di vita“. L’obiettivo dell’Iran è che nascano matrimoni tra giovani duraturi e soprattutto informati. Secondo la tradizione, infatti, i matrimoni venivano organizzati dai padri di famiglia secondo accordi d’interesse. Il portavoce del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf ha presentato la piattaforma durante una conferenza stampa, nella quale ha anche chiarito che l’app è totalmente compatibile con l’Islam tradizionale e i valori della famiglia. Come funziona Nel presentare Hamdam, Tebyan Cultural and Information Center e il Parlamento hanno spiegato che la piattaforma si presenta come più di un sito di incontri. Attraverso l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, l’app trova corrispondenze solo per scapoli che cercano un matrimonio duraturo e un coniuge single. Quest’elaborato processo di matchmaking prevede una serie di step. I partecipanti fanno richiesta e, prima […]

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Napoli e Dintorni

Terra Felix: 5+1 curiosità sulla Campania che non sapevi

Una meravigliosa terra da scoprire: storie, leggende e curiosità sulla Campania, terra felix La bellezza della Campania si cela non solo nelle cose che possiamo vedere (o assaggiare). Spesso, dietro ogni tradizione, dietro la superstizione, nelle ricette e nei miti ci sono storie che vengono tramandate di generazione in generazione. Sono proprio queste curiosità che la Campania cela che la rendono una regione così poco incline ai cambiamenti radicali che la costringerebbero a snaturarsi. Le curiosità che la riguardano toccano gli ambiti più disparati: dalla storia al mito, dalla cucina ai primati. Scopriamo insieme alcune interessanti curiosità sulla Campania! Il malocchio Da sempre, la nostra regione è emblema di contraddizioni. Tra queste è necessario annoverare certamente la capacità di coniugare la forte fede cattolica con la tendenza ad assecondare rituali legati alla superstizione. Il malocchio ne è un esempio. Nello specifico, il malocchio indicherebbe la presunta capacità di alcune persone che – mosse da sentimenti di odio o invidia – riescono a portare sfortuna solo con uno sguardo. Qual è, dunque la curiosità legata a questa pratica? Pare, infatti, che questa “capacità” venga trasmessa dalle nonne direttamente alle proprie nipoti, saltando una generazione. Tuttavia, bisogna stare attenti: se una persona dovesse disgraziatamente diventare vittima del malocchio, non avrà più questo tipo di facoltà da utilizzare o trasmettere. Il Munaciello Un’altra curiosità legata alle credenze che riguardano la Campania e, più nello specifico la città di Napoli, riguarda il celebre “Munaciello”. Tutti, o almeno tutti i campani, conoscono la leggenda di questo spiritello che vaga per le vie di Napoli portando talvolta bene, talvolta male. Non tutti, però, conoscono la sua storia e le sue origini. Esistono tre versioni che raccontano la nascita di questo personaggio. La prima è legata alla possibile vicenda di un giovane garzone vissuto durante la metà del ‘400, innamorato della figlia di un ricco mercante. I due, costretti a non poter stare insieme, riuscivano a vedersi clandestinamente, quando di notte il giovane si arrampicava per raggiungere la sua amata. In una di queste occasioni morì, cadendo. La ragazza, poco tempo dopo, diede alla luce un bambino che nacque deforme e che lei vestiva con un saio con cappuccio. Questo cominciò a provocare l’ilarità della gente che gli affibbiò il nomignolo “o’ munaciello”. La seconda versione deriva da un vecchio mestiere, quello del “pozzaro”, ovvero gli addetti alla manutenzione del sistema idrico. Conoscendo a menadito le strade del sottosuolo, erano perfettamente in grado di entrare all’interno delle case. In alcune rubavano preziosi, in altre s’intrattenevano con le donne della casa regalandogli i gioielli rubati. Spesso, accadeva anche che fossero le donne stesse a ripagarli con dei gioielli, attribuendo la sparizione al fantomatico “munaciello”. È per questo motivo che la leggenda racconta di un personaggio e ruba ma dona anche. Secondo l’ultima ipotesi, invece, la figura di questo personaggio potrebbe derivare da piccoli demoni che vagavano per la città lasciando in giro oggetti e monete. L’intento era di attrarre le persone per portarle con loro negli inferi. Beneventum […]

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Attualità

Bambini soldato in Messico: allarme a Guerrero

Bambini soldato in Messico: emergenza o tattica? In una zona dimenticata dalla legge del Messico occidentale, bambini di pochi anni imbracciano le armi contro la criminalità organizzata. Vengono arruolati in gruppi di vigilanti, che da anni combattono i cartelli della droga nel disgraziato stato di Guerrero. I bambini soldato in Messico partecipano a cerimonie di iniziazione all’interno delle quali giovani in uniforme e armati di fucile eseguono manovre in stile militare. Indossano berretti e fazzoletti legati al collo che coprono i loro volti. I più grandi sono armati di fucili, mentre quelli sotto i 12 anni impugnano bastoni e pistole giocattolo.  Queste immagini diffuse dalla stampa hanno suscitato forte indignazione in tutto il Paese, condannando l’azione come una grave violazione dei diritti umani. Secondo il leader di uno di questi gruppi, armare i bambini trasformandoli in soldato è stata una scelta obbligata a causa della totale assenza delle istituzioni sul territorio del Messico. I piccoli soldati, che partono da un’età di sei anni fino ad arrivare a quindici, difendono la regione dalle bande criminali locali che controllano le rotte del traffico di droga ed estorcono denaro alle imprese. I commenti delle istituzioni Ciononostante questa pratica non è molto diffusa in America Latina, sebbene gruppi di guerriglieri come le Forze armate rivoluzionarie della Colombia, meglio conosciute come FARC, fossero noti da tempo per impiegare bambini soldato. L’ONU ha istituito nel 2002 una giornata finalizzata alla sensibilizzazione della questione. Il 12 febbraio, infatti, è il “Red Hand Day“, Giornata mondiale contro lo sfruttamento dei minori costretti a combattere e sacrificati in conflitti annosi. Bambini soldato: realtà o finzione? Alcuni studiosi hanno ipotizzato che il reclutamento di bambini soldato in Messico all’interno di gruppi armati possa essere una tattica utilizzata dai vigilanti per attirare l’attenzione dei media e delle istituzioni sulla vicenda al fine di trovare una soluzione alla crescente violenza nella regione. “Non credo che queste persone siano seriamente intenzionate a coinvolgere bambini così piccoli nella difesa la città rischiando persino la vita“, ha detto Chris Kyle, un antropologo esperto della regione Guerrero. L’anno scorso, infatti, questa ipotetica “tattica” ha dato i risultati sperati. In seguito alla pubblicazioni di immagini raffiguranti bambini armati con fucili giocattolo, il governo di Andrés Manuel López Obrador è stato costretto a reagire all’allarme internazionale. Fonte immagine: english.elpais.com

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Attualità

La regione delle donne senza utero in India

Da secoli, milioni di donne nel mondo si battono per i diritti propri e per quelli delle altre donne che non hanno voce. E nonostante l’impegno, lo sforzo e i passi fatti in avanti, la strada è ancora lunga. Ed è lunga certamente per i salari differenziati per posizioni uguali, per la libertà di circolare in strada con tranquillità indipendentemente dall’abbigliamento, ma è lunga soprattutto per le donne cui vengono negati i diritti fondamentali in paesi troppo lontani dal nostro per accorgercene. Negli ultimi tempi, nelle comunità più rurali dell’India, in particolare a Beed, città indiana nello stato del Maharashtra, un allarmante numero di giovani donne sceglie di sottoporsi a isterectomia. Questa pratica chirurgica prevede la totale asportazione dell’utero e il suo scopo è tutelare le donne da condizioni potenzialmente letali. Spesso si pratica in seguito a gravidanze e a parti cesarei difficili e l’età consigliabile è sempre oltre i 40 anni. I motivi che spingono queste giovanissime donne a sottoporsi a un intervento tanto invasivo, però, non sono legati alla sfera personale ma a quella lavorativa. Per comprendere bene il contesto, però, sarà necessario contestualizzarlo. Il contesto Negli ultimi anni, a causa di una forte siccità prolungata, il fallimento dei raccolti ha causato una serie di problemi collaterali come l’accumulo di debito tra gli agricoltori, un aumento dei costi dell’agricoltura parallelo al calo delle vendite dei prodotti agricoli e la mancanza di opportunità di lavoro alternative. Per questo motivo, c’è stata una migrazione di massa in alcune città che vengono definite “della cintura dello zucchero”. Si parla di diverse città del Maharashtra occidentale e del Karnataka, regione a sud del paese, in cui centinaia di migliaia di persone si trasferiscono nel periodo che va da ottobre a maggio per lavorare nei campi di canna da zucchero. Il lavoro è arduo e fisicamente faticoso. Agli operai, infatti, tocca legare, caricare, scaricare e trasportare la canna da zucchero alle fabbriche. Di solito si lavora in coppia – spesso marito e moglie – che vengono supervisionati dai mukadams. Queste figure si occupano di fare da ponte tra il lavoro in fabbrica e quello all’interno dei campi nei processi di taglio della canna. Ma cosa c’entra tutto questo con le donne costrette a farsi asportare l’utero? Bisogna pensare che nei campi una giornata di lavoro dura all’incirca 12/13 ore. Per un’intera stagione ogni operaio viene pagato tra le 50.000 e le 60.000 rupie (in euro 560€/670€). Il problema più grave, però, è che per ogni giorno di lavoro mancato sono costretti a pagare una multa di 500 rupie (circa 5€). Inoltre, trattandosi di una “migrazione” temporanea, i braccianti si sistemano in piccole capanne nei pressi dei campi. Le strutture sono sprovviste di qualunque tipo di servizio: mancano servizi igienici, acqua potabile e strutture igienico-sanitarie adeguate. Queste condizioni nuocciono gravemente alla loro salute. Nuocciono in particolare alla salute delle donne che riscontrano infezioni e problemi all’utero. Le donne con l’utero in India non lavorano Le donne che vivono in queste zone dell’India non vengono […]

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Culturalmente

Armocromia: cos’è e come ha influenzato la body positivity

È proprio vero che il nero sta bene a tutti e che ognuno dovrebbe tenere nel proprio armadio un capo salvavita di questo colore? Beh, secondo l’armocromia non è proprio così. Questa pratica non è altro che un’analisi sulle proprie caratteristiche fisiche: incarnato, occhi e capelli (selezionati nell’ordine di importanza). A cosa serve, però, quest’analisi? Il senso è quello di individuare una palette di colori che consenta di esaltare i punti di forza e celare i piccoli difetti che si desidera nascondere. La nascita dell’armocromia A dispetto di quanto si possa pensare, le analisi dei propri colori hanno radici abbastanza profonde. All’inizio del XX secolo, infatti, Johannes Itten, artista e insegnante alla Bauhaus School of Art in Germania, ha scritto un libro intitolato The Art of Color. Questo testo, incredibilmente all’avanguardia per le nozioni presenti all’epoca, ha segnato il profondo cambiamento nella teoria del colore fino ad allora dominante. La nuova teoria che Itten presentava prevedeva delle variabili da considerare durante l’analisi di un colore, quali: La temperatura: i colori possono essere caldi o freddi; Il valore: i colori possono essere molto intensi o avere una bassa intensità. Di cosa si tratta e come individuare la propria stagione cromatica Come già anticipato, dunque, l’analisi armocromatica è semplicemente una valutazione delle proprie caratteristiche al fine di inserirsi in una stagione cromatica. Le stagioni cromatiche sono identiche a quelle dell’anno: primavera, estate, autunno e inverno e a ognuna di queste corrisponde una sottocategoria: Le sottocategorie della primavera sono: Light (chiaro); Warm (caldo); Bright (brillante); Puro; Quelle dell’estate sono: Light (chiaro); Cool (freddo); Soft (tenue); Puro Quelle dell’autunno, invece: Deep (profondo); Warm (caldo); Soft (tenue); Puro Infine, quelle dell’inverno: Deep (profondo); Cool (freddo); Bright (brillante); Puro Ad ognuna di queste stagioni cromatiche è abbinata una palette di “colori amici”. Questa tavolozza ci permetterà di illuminare il nostro viso, esaltarne le qualità, minimizzarne i difetti e le imperfezioni. Come l’armocromia ha influenzato il concetto di body positivity Questo genere di analisi, per quanto frivola possa apparire al primo sguardo, poggia su solide basi di body positivity. L’armocromia, infatti, ha adottato come leitmotiv il concetto secondo cui nessun essere umano può essere considerato “brutto”. Uno straordinario modello di self love della quale, in Italia, si fa prima portavoce Rossella Migliaccio, consulente d’immagine nata all’ombra del Vesuvio. Questa pratica, infatti, è un mezzo d’inclusività. C’è un importante cambio di paradigma che dice alle persone: non è il corpo che deve adattarsi all’abito alla ricerca di un ideale astratto e, spesso, irraggiungibile, ma è l’opposto. In base al corpo sceglieremo l’abito giusto. Questi piccoli accorgimenti aiutano a fare in modo che gli altri ci vedano migliori, ma principalmente aiutano a migliorare consapevolezza e autostima. Fonte immagine: cloeshop.it

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Attualità

Matrimoni omosessuali in Giappone: la Corte dice sì

“Un grande passo verso l’equità matrimoniale”, è questo lo slogan che si legge sulle bandiere arcobaleno sventolate al di fuori del tribunale di Sapporo, città principale della regione di Hokkaido, nel Giappone settentrionale. Il 17 Marzo 2021, il riconoscimento dei matrimoni omosessuali in Giappone ha rappresentato, infatti, un giorno storico per la tutela dei diritti della comunità LGBT+ alla quale, sorprendentemente, il Sol Levante ha sempre dato poco spazio ed attenzione. Seppur l’omosessualità sia considerata legale dal 1880, essa continua ad essere motivo di scherno e di discriminazione nel paese, rendendo particolarmente difficile agli omosessuali di vivere in maniera serena la loro sessualità. I dettagli della nuova legge sul matrimoni omosessuali in Giappone Non sorprende, infatti, che il Giappone sia l’unico dei paesi del G7 a non aver ancora preso una posizione stabile e chiara in materia. Nonostante ciò, la corte di giustizia di Hokkaido ha accolto la richiesta da parte di tre coppie omosessuali (una coppia di donne e due coppie di uomini) richiedenti diritti matrimoniali e alle quali tali possibilità sono state negate. Per questo motivo, le coppie hanno richiesto un risarcimento economico per danni psicologici che, però, non è stato accolto. In compenso, la corte ha dichiarato incostituzionale la negazione del matrimonio per coppie dello stesso sesso, in quanto tale assunto viola profondamente il principio di uguaglianza che caratterizza la costituzione giapponese. Dal punto di vista legislativo, la situazione risulta piuttosto variegata: In alcune prefetture giapponesi è possibile ottenere un “certificato” che permette alle coppie omosessuali di ricevere permessi speciali in casi di malattia del partner, ma il matrimonio effettivo resta ancora impossibile: il codice civile nipponico sul tema delle unioni non solo non considera validi i matrimoni omosessuali non celebrati in Giappone, ma cita testualmente “l’approvazione di entrambi i sessi”. I commenti A questo proposito, la Professoressa Yayo Okano, docente presso il Dipartimento di Global Studies della Doshisha University, considera questo passo come una svolta necessaria all’interno di una società che ha sempre dato un’importanza fondamentale alla famiglia tradizionale composta da uomo e donna. Su tale questione si è anche espressa l’attivista LGBT e personalità politica Kanako Otsuji la quale si dice estremamente felice dei recenti avvenimenti, sollecitando il Governo a muovere ulteriori passi verso la modifica del codice civile giapponese in materia matrimoniale e, in particolare, verso il riconoscimento dei diritti civili delle coppie omosessuali. Si tratta davvero di uno straordinario passo verso il riconoscimento dei diritti della comunità LGBT+ che, ormai da troppo, è costretta alla discretezza e al silenzio dettati dai valori di un paese che sta, a piccoli passi, andando nella direzione dell’equità. Immagine: ilMeteo

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Attualità

Campi di rieducazione in Cina: i lager del nuovo millennio

Che molte cose della Cina potessero essere sconosciute a noi occidentali è cosa risaputa, ma venire a conoscenza del fatto che nel nuovo millennio esistano ancora campi di “rieducazione” fa pensare che, dopotutto, non abbiamo ancora imparato la lezione. Il Paese delle grandi contraddizioni, infatti, pare abbia costruito nella regione dello Xinjiang poco meno di 400 “laogai“, ovvero veri e propri campi di rieducazione. Ufficialmente, l’obiettivo è combattere la povertà e l’estremismo religioso nella regione a maggioranza musulmana. Questa “rete” di campi, in realtà, è stata costruita per detenere uiguri e altre minoranze e, secondo le immagini satellitari ottenute dall’Australian Strategic Policy Institute, 14 istituti sono ancora in costruzione. Il dato inquietante è che molti di questi campi delle vere e proprie carceri di alta sicurezza. Il lavoro dell’ASPI sui campi di rieducazione in Cina È stato anche pubblicato online un database con le informazioni appena descritte: lo Xinjang Data Project. All’interno del file è possibile leggere anche le coordinate dei campi, ottenute grazie alle testimonianze dei sopravvissuti e ai progetti di monitoraggio dell’ASPI. “Le prove in questo database mostrano che, nonostante le affermazioni dei funzionari cinesi sui detenuti che si diplomano dai campi, sono proseguiti investimenti significativi nella costruzione di nuove strutture di detenzione per tutto il 2019 e il 2020″, ha detto il ricercatore dell’ASPI Nathan Ruser. Interessante porre l’accento sulle immagini notturne che sono risultate particolarmente efficaci perché questi istituti di detenzione risultavano essere zone anomalamente illuminate fuori dalle grandi città. Le immagini diurne, invece, permettevano una mappatura chiara delle costruzioni. Secondo alcune testimonianze, avallate dalla costruzione dei centri nei pressi di zone industriali, si è scoperto che molti detenuti sono stati messi a regime di lavori forzati, come suggerisce anche il rapporto dell’ASPI. “I campi sono spesso anche co-localizzati con complessi di fabbriche, il che può suggerire la natura di una struttura ed evidenziare la linea diretta tra la detenzione arbitraria nello Xinjiang e il lavoro forzato“, afferma il rapporto. Proprio il contributo dei sopravvissuti agli istituti di rieducazione è stato fondamentale non solo per l’individuazione delle strutture ma per avere ottenuto maggiori dettagli su cosa succedere all’interno. Grazie a questo, al lavoro dell’ASPI e ad alcuni documenti trapelati dal Governo è stato possibile avere una panoramica più dettagliata possibile. Le dichiarazioni di Pechino È pazzesco pensare che in uno stato del mondo civilizzato possano ancora avvenire queste cose. Ma ancora più assurdo immaginare i motivi per i quali gli uiguri e altre minoranze vengono incarcerate. Possedere un corano, esporre una bandierina indipendentista o astenersi dal mangiare carne di maiale nello Xinjiang possono costare la libertà o – nel peggiore dei casi – la vita. Dopo aver negato l’esistenza dei campi per poi descriverli come programmi di formazione professionale e rieducazione che mirano ad alleviare la povertà, Pechino non risulta più un interlocutore affidabile. Tuttavia, il Governo continua a dichiarare che nello stato dello Xinjiang non avvengano violazioni dei diritti umani. A sostegno di questa tesi il fatto che la maggior parte delle persone detenute sono tutte tornate […]

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Culturalmente

Teoria delle finestre rotte: ordine per ottenere ordine

Nata negli Stati Uniti negli anni ’80, la teoria delle finestre rotte è un concetto che ha spaccato a metà le opinioni dei sociologi dell’epoca. Nel tempo ha raccolto schiere di sostenitori e detrattori, ciononostante resta un approccio ancora largamente utilizzato dai dipartimenti di polizia negli Usa. A parlarne per la prima volta furono George L. Kelling e James Q. Wilson nel numero di marzo del mensile “The Atlantic”, anno 1982. L’articolo partiva da un esperimento sociologico condotto dallo psicologo della Stanford University, Philip Zimbardo nel 1969, riadattato su più ampia scala. Di cosa si tratta? L’esperimento di Zimbardo prevedeva che due automobili identiche fossero piazzate in due zone molto differenti: nel quartiere Bronx di New York City e in una ricca zona di Palo Alto, in California. Quello che accadde fu quello che tutti immaginiamo. In poche ore la vettura lasciata nel Bronx fu completamente distrutta. Tutto ciò che era possibile rivendere fu rubato e il resto vandalizzato. A Palo Alto, invece, l’automobile restò intatta. Ma non era questo il fine ultimo dell’esperimento. Infatti, Zimbardo spaccò un finestrino di quest’ultima auto. La cosa curiosa fu scoprire che, dopo una settimana che la vettura era rimasta intatta, subito dopo aver rotto un vetro, anche questa fu derubata e vandalizzata nel giro di poche ore. Cosa intendeva dimostrare Zimbardo con quest’esperimento? È chiaro. Le persone hanno maggiori probabilità di vandalizzare e commettere un crimine se qualcosa sembra trascurato. La più ampia teoria delle finestre rotte Ma la teoria delle finestre rotte prende solo spunto da questo esperimento per allargarsi a riflessioni più ampie. Lavorando sullo studio di Zimbardo, Kelling e Wilson hanno ipotizzato che non contrastare da subito situazioni di degrado o di disordine sociale nei quartieri poteva generare una spirale di crimine e violenza che poteva in poco tempo sfuggire a qualsiasi controllo. I segni di “abbandono e disordine” includono persone che vagano, spazzatura, graffiti, prostituzione e giri di droga. Tutti questi problemi, infatti, denotano poco interesse da parte degli abitanti a prendersi cura del posto in cui vivono. Per questo motivo, se le forze dell’ordine – o più in generale, chi deve occuparsi del controllo del territorio – è in grado di contrastare problematiche partendo dalla base, per esempio vetri rotti o questioni come quelle elencate pocanzi, è meno probabile che si verifichino eventi peggiori. New York: l’esempio del Sindaco Giuliani sulla teoria delle finestre rotte Negli anni ‘90, il Sindaco di New York Rudy Giuliani, grande sostenitore della teoria delle finestre rotte, decise di seguire i principi di questo studio. D’accordo con la polizia, dedicando particolare attenzione ai crimini minori, fu registrato un calo effettivo del tasso di criminalità. Tuttavia, non è certo che il risultato sia da attribuire a questa politica, in quanto in quel periodo si registrò un calo del tasso di criminalità anche in molte città che non avevano seguito lo studio Kelling-Wilson. Dibattito aperto Ancora oggi – soprattutto facendo riferimento ai fatti recenti e al neonato movimento Black Lives Matter – questa teoria divide […]

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Attualità

Cina cashless: un primato mondiale

Si prevede una Cina cashless: il paese potrebbe riuscire per primo a raggiungere l’obiettivo. Pare, infatti, che quattro persone su cinque adottino metodi di pagamento digitale. Lo scenario sembra raccontare una società alla Black Mirror, dove la tecnologia prende il sopravvento sull’uomo. In Cina, tutto questo è avvenuto con una incredibile velocità. All’inizio del nuovo millennio la Cina utilizzava quasi esclusivamente contanti. Il sistema di pagamento tramite carta di credito, infatti, non ha mai funzionato. Perché? In primis, per le poche opzioni di scelta disponibili nel Paese e, in secondo luogo, per la difficoltà. È nota, infatti, la difficoltà che si riscontra nel trattare con le banche cinesi. Il metodo di pagamento digitale ha eliminato soprattutto l’ultimo problema, rendendosi semplicissimo nell’utilizzo. Non più dispositivi o strumenti utili alla lettura di una carta, ma un semplice account e un codice QR personale, che ai paganti basterà inquadrare. Il mercato fintech cinese è in mano a due società: WeChat Pay di Tencent (attivo dal 2014) e AliPay di Ant Financial, società affiliata di Alibaba, lanciato nel 2004. Queste due applicazioni, che contano rispettivamente 900 e 500 milioni di utenti attivi al mese, puntano a rendere la Cina il primo paese cashless al mondo. La cosa straordinaria è che si tratta di soli utenti cinesi. Per rendere l’idea della diffusione di questo metodo di pagamento, basti pensare che Apple Pay conta solamente 127 milioni di utenti attivi al mese. Tra l’altro, bisogna specificare che quest’ultima raccoglie utenti da tutto il mondo e risulta già installata su tutti i dispositivi iOS. Cina cashless: lo scenario attuale Inoltre, oltre a rendere semplici e immediati i pagamenti dal vivo, WeChat Pay e Alipay offrono decine di servizi aggiuntivi estremamente utili. Grazie a queste due app, è possibile pagare le bollette o prenotare un taxi. Prenotare biglietti per il cinema o un tavolo al ristorante. Ad oggi, più del 70% dei pagamenti avviene tramite transazioni digitali e sono disponibili per qualunque genere di servizio. Non solo negozi o supermercati, il pagamento digitalizzato è possibile anche nei mercati – grazie alla grande immediatezza che caratterizza lo strumento – e, addirittura, per lasciare offerte a mendicanti o artisti di strada. È curioso sapere, infatti, che molti cinesi affermano di uscire di casa quasi sempre senza portafogli. Il futuro del settore Fintech Il rapporto inaugurale di China Fintech, società che si occupa della condivisione di dati e informazioni sul più grande mercato fintech del mondo, ha rilevato che all’interno dell’enorme mercato finanziario nazionale, circa l’87% dei consumatori usufruisce di servizi finanziari digitali. Questo settore ha sfiorato il valore di 29 trilioni di dollari nel 2019. Il grande successo dei pagamenti digitali ha fatto anche sì che le aziende interessate e il paese stesso si preparassero per lanciare, entro il 2021, la prima valuta virtuale nazionale al mondo. A far concorrenza alla Cina è un paese europeo altrettanto avanti con il progetto di “cash free”: la Svezia. Gli ultimi dati provenienti dal ministero delle finanze svedese hanno rilevato che praticamente meno […]

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Attualità

Giraffa uccisa: il suo cuore come regalo di San Valentino

La donna, trentaduenne, ha iniziato a cacciare all’età di 5 anni e ha ucciso circa 500 animali tra cui leoni, leopardi ed elefanti. Merelize ha sconcertato il web quando ha pubblicato più foto di se stessa, sorridente, con una giraffa che aveva appena ucciso. La caccia a quest’animale era un’esperienza costata 2.000 dollari (circa 1.650€), regalo di San Valentino ricevuto dal marito, al quale ha poi donato il cuore. La caccia ai trofei è ampiamente criticata in tutto il modo per non rispettare i diritti degli animali. Ma la cacciatrice Merelize Van Der Merwe, sudafricana di nascita, non si è preoccupata troppo quando, a San Valentino, ha posato per una foto con il cuore di una giraffa che aveva appena ucciso. Ciò che ha sconcertato maggiormente è stato proprio il fatto che Merelize dopo aver sparato alla giraffa, ha martoriato il suo corpo per estrargli il cuore. Questo gesto, così eclatante, ha fatto infuriare gli attivisti per i diritti degli animali che sui social continuano ad attaccarla. Pioggia di critiche «Ti sei mai chiesto quanto è grande il cuore di una giraffa? Sono al settimo cielo per il mio grande regalo di San Valentino!», ha scritto nel post di Facebook in cui ringraziava suo marito per il regalo, con tanto di foto allegate. Tuttavia, la pioggia di critiche non ha avuto alcun effetto su Merelize che, intervistata da un giornale locale, ha risposto: «Non ho rispetto per loro, per gli animalisti integralisti. Io li definisco Mafia». In un post sul suo profilo Facebook, invece, ha scritto: «Mentre faccio notizia in tutto il mondo ho pensato di prendermi un secondo per una birra e godermi la nostra fattoria (che gestisce con suo marito, ndr.). Spero di poter almeno rivendicare qualche profitto da tutti i kleenex usati questa settimana per tutte le persone emotivamente instabili là fuori». Infatti, dopo aver ucciso la giraffa di 17 anni – una specie che l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura definisce come “vulnerabile” – la Van Der Merwe ha dichiarato di essere stata «inondata di emozioni». Uccidere una giraffa come regalo di San Valentino La donna e suo marito avevano programmato un weekend per festeggiare San Valentino nella località di Sun City, poi è stata contattata per una richiesta fatta alcune settimane prima legata a una giraffa nera anziana. «Ho aspettato anni per l’animale perfetto – ha detto –. Mi piaceva il fatto che fosse un animale così iconico per l’Africa. Così, i nostri piani sono cambiati rapidamente. Il mio meraviglioso marito Gerhardt sapeva che questo era il mio sogno. Sono stata per due settimane contando i giorni. Poi è stata un’ondata di emozioni enorme». Per difendersi dagli attacchi, la donna ha raccontato che l’uccisione della giraffa – già molto vecchia e che avrebbe potuto vivere solo altri pochi mesi – ha dato lavoro a 11 persone quel giorno e ha sfamato, con la sua carne, molta gente del posto. Il manto dell’animale, invece, verrà utilizzato per la realizzazione di un tappeto, come dichiarato da […]

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Culturalmente

Mizukokuyō: lutto per i feti non nati, un rito giapponese

Che si tratti di aborti spontanei o farmacologici, di feti o di bambini molto piccoli, la cultura giapponese impone che per ritrovare la serenità con se stessi vada compiuto il rito del Mizukokuyō. Non solo. Questa pratica, a metà tra esorcismo e un rituale curativo, va compiuta per scongiurare la possibilità che lo spirito del piccolo defunto danneggi eventuali fratelli e/o sorelle. Il Giappone è un paese lontano da ciò che l’Occidente considera convenzionalmente come “religioso” che, nella maggior parte dei casi, si associa a una visione monoteistica e, tendenzialmente, cristiana. Ciò che invece caratterizza la spiritualità nipponica è una molteplicità di credi e dottrine, che rendono l’identità religiosa giapponese piuttosto ambigua e, di conseguenza, difficilmente ascrivibile a un singolo credo. Tuttavia, se si volessero definire i culti che più risultano avere un impatto sulla popolazione giapponese bisognerebbe fare riferimento a una classe di credenze che appartengono a ciò che viene definito come il culto di stato giapponese per eccellenza, lo Shintoismo, e l’ormai addomesticato culto buddista di matrice indo-cinese. È proprio da queste basi che prende vita la pratica del Mizukokuyō. Mizukokuyō: la pratica dedicata ai “bambini d’acqua” Una peculiarità della spiritualità giapponese è quella di avere una tendenza ibrida, i culti si uniscono e si rinnovano vicendevolmente, fornendo al credente un’estrema libertà spirituale. Altre volte, invece, si riesce facilmente a individuare la maternità di un determinato rito o funzione e questo il caso del rituale del Mizukokuyō (Nutrimento del bambino d’acqua) di matrice esplicitamente buddista, in quanto il ruolo di mediatore tra il mondo terreno e quello extraterreno viene affidato al bodhisattva Jizō Bosatsu, protettore noto per la sua vicinanza a bambini e donne. Ma cos’è un Mizuko, letteralmente “bambino d’acqua”? Si tratta, nella maggior parte dei casi, di un feto mai nato (sia che si tratti di un aborto spontaneo che farmacologico) ma, recentemente, si attestano funzioni di Mizukokuyō anche per bambini morti in tenera età.  La pratica del Mizukokuyō non è altro che una funzione funebre, un memoriale per i bambini che non sono riusciti a vedere la luce del sole. Dal punto di vista occidentale/cristiano, questo potrebbe essere letto come un semplice funerale. In realtà questa pratica può essere considerata come un’intersezione tra esorcismo e un rituale curativo. Si dice, infatti, che lo spirito del bambino morto possa, in qualche modo, essere violento e vendicativo: ciò viene definito Mizukotatari (Maledizione del bambino d’acqua) e i destinatari principali di questa fattura, se presenti, sono i fratelli e/o sorelle del feto abortito. Loro hanno avuto la possibilità di vivere, quindi devono essere puniti. Si cerca quindi di “alimentare” lo spirito del bambino tramite specifiche preghiere e richiedendo l’intercessione di Jizō Bosatsu. L’aspetto psicologico Più interessante è, invece, la questione legata alla cura, soprattutto psicologica. Da parte dei familiari, c’è la necessità di chiedere perdono allo spirito del bambino, in particolare quando si tratta di aborti farmacologici. Il genitore sente la colpa della sua azione e la necessità di alimentare lo spirito del proprio figlio tramite tale funzione: […]

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Attualità

Amazon acquista 11 aerei per accelerare le consegne

Amazon acquista 11 aerei Boeing 767-300 per potenziare il sistema di spedizioni e ridurre i tempi di consegna. Durante la pandemia, soprattutto durante i primi tempi di lockdown totale, gli acquisti online sono stati un’ancora di salvezza per molti. Che si trattasse di giochi da tavolo, puzzle o qualunque cosa facesse trascorre il tempo più velocemente o che fossero oggetti essenziali che ci risparmiavano code chilometriche ci siamo resi conto di non poterne fare a meno. Così, solo qualche giorno fa, Amazon ha annunciato l’acquisto di 11 aerei Boeing 767-300 usati che verranno utilizzati per potenziare il sistema di spedizioni della prima azienda di commercio elettronico al mondo. La grande novità sta proprio nell’effettivo acquisto di mezzi che verranno utilizzati esclusivamente per le spedizioni Amazon. Fino ad oggi, infatti, il colosso americano aveva fatto affidamento su aeromobili in leasing per lo sfruttamento del carico aereo. Di questi undici Boeing, sette verranno acquistati dall’americana Delta Air Lines, gli altri quattro, invece, dalla compagnia canadese Westjet Airlines. Questi ultimi, in particolare, come annunciato da Amazon, sono già in fase di conversione da aerei per trasporto passeggeri a vettori cargo. Proprio per questo motivo saranno a disposizione dell’azienda già dal 2021, per i mezzi targati Delta, invece, bisognerà attendere il prossimo anno. Tutti gli aerei, compresi quelli appena acquistati, saranno comunque gestiti da appaltatori. Quest’ultima acquisizione, non solo indica una novità (abbiamo già spiegato che tutti gli aeromobili utilizzati da Amazon sono a noleggio), ma rappresenta un notevole consolidamento alla già ottima “flotta” del colosso di Bezos. Infatti, dopo quest’accordo gli aeromobili a disposizione di Amazon arriveranno a quota 85. Questo segna un incremento straordinario rispetto al 2015, quando fu annunciata la volontà di fondare una propria compagnia aerea cargo al fine di migliorare le capacità di spedizione. Amazon acquista 11 aerei e furgoncini per le consegne “in-house” Nel 2016, infatti, le merci viaggiavano con “soli” 11 aerei. Il fine, molto chiaro, è quello di garantire ai propri utenti (nello specifico gli utenti Prime) una tempestiva consegna degli ordini in tutti i paesi. Le prospettive, intanto, sono rosee. L’azienda aspira a raddoppiare il numero di mezzi a disposizione raggiungendo i 200 nel giro di pochi anni. Questa crescita e la riduzione dei tempi di consegna riguardano anche le compagnie di trasporto merci che, gradualmente, verranno messe da parte. Amazon, attualmente, continua a fare affidamento su fornitori come FedEx e UPS, ma questa espansione della sua rete di cargo aerei è solo la punta dell’iceberg di un progetto ben più ambizioso. L’intento è puntare a gestire in maniera totalmente autonoma le spedizioni. Basti pensare che sono già decine di migliaia i furgoni merci che l’azienda gestisce, garantendo la consegne dei pacchi in tempi estremamente ristretti. “Avere un mix di aeromobili sia in leasing che di proprietà nella nostra rete in crescita ci consente di gestire meglio le nostre operazioni, il che a sua volta ci aiuta a tenere il passo nel soddisfare le promesse dei nostri clienti”, ha detto Sarah Rhoads, Vicepresidente di Amazon […]

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Culturalmente

Tradizioni di Capodanno: le 10 più particolari nel mondo

Capodanno, a differenza di qualunque altra festa, ha dalla sua parte la bellezza di essere una festa che unisce il mondo intero. Dall’Europa agli Stati Uniti, passando per l’Asia, tutto il mondo festeggia il passaggio dal vecchio al nuovo anno. E la parte più divertente è che non tutti lo fanno allo stesso modo. E qualche tradizione di Capodanno ci potrà sembrare davvero molto stramba. Spagna: mangiare 12 chicchi d’uva nei dodici secondi che precedono la mezzanotte Iniziamo, senza andar troppo lontano, dai nostri fratelli europei. In Spagna, la tradizione vuole che nei dodici secondi che precedono il Capodanno, vengano mangiati dodici chicchi d’uva al ritmo dei 12 rintocchi di campana che segnano la mezzanotte e, ovviamente, terminarli tutti prima che sopraggiunga il nuovo anno. Grecia: Rompere un melograno Al di là dell’Adriatico, invece, i greci sono soliti rompere, gettandolo sul pavimento, un melograno. Secondo la tradizione, quanti più chicchi rotoleranno, tanta più fortuna avrà la famiglia che vive in quella casa. È consuetudine che il gesto venga fatto dal primo ospite che entra in casa durante il nuovo anno. Infatti, la persona prescelta (di solito si prediligono i bambini) entra in casa seguendo un rituale ben stabilito: entra in casa con due passi (il primo viene fatto col piede destro) e parimenti all’indietro. Il rito propiziatorio fa in modo che la fortuna entri in casa e la sfortuna esca. Una volta dentro, si procede col rito del melograno. Polonia: secondo la tradizione, a Capodanno non si spazza in casa Restando ancora in Europa, in Polonia c’è la tradizione di non spazzare assolutamente per terra il 31 gennaio. La credenza, infatti, sostiene che così facendo si potrebbe rischiare di scacciare la dea bendata e non avere più fortuna per tutto l’anno. Parallelamente, a mezzanotte si dovranno spalancare le finestre di casa per permettere alla fortuna di entrare in casa. Germania: Bleigiessen, la pratica di fondere piombo per prevedere il futuro In Germania – ma la pratica è ampiamente utilizzata anche in Finlandia, in Austria e in Svizzera – è tradizione fondere dei piccoli pezzetti di piombo e buttarli in acqua fredda. Questa pratica, il Bleigießen (letteralmente “fondere il piombo”), prevede che, una volta immerso in acqua, a seconda della forma che l’oggetto assumerà, prevedrà cosa succederà nel nuovo anno. Una forma simile a quella di un maiale auspicherà prosperità, mentre una barca indicherà un intenso anno di viaggi. Un calice indica un futuro felice, una spada coraggio nelle avversità. Negativo, invece, il significato di una sfera che indica che la fortuna sarà destinata a rotolare via per tutto l’anno. Estonia: mangiare sette, nove o dodici volte durante il giorno Se i cenoni in Italia ci sembrano pranzi e cene da record, allora sarà necessario fare un salto in Estonia per Capodanno. Nel paese, in occasione dell’ultimo dell’anno, è d’obbligo mangiare sette, nove o dodici volte nell’arco della giornata. In questo modo, si avrà la forza di altrettanti uomini per affrontare con forza il nuovo anno. Danimarca: lanciare piatti contro le […]

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Attualità

Cashback: le città piene sono responsabilità del Governo?

Dallo scorso 8 dicembre, il Ministero dell’Economia e delle Finanze del Governo Conte ha attivato un’iniziativa volta all’incentivazione di pagamenti con carta di credito. Il programma cashback al 10% permetterà a chi sceglie la carta come metodo di pagamento di essere rimborsato del 10% sulla spesa effettuata, fino a un massimo di 150€. La somma accumulata sarà prelevabile solo raggiunte dieci transazioni. Qual è il problema del cashback? Un’ottima iniziativa che mira principalmente a combattere l’evasione fiscale nel paese e che costituisce un ramo del più ampio piano Italia cashless. Quest’ultimo, nello specifico, è stato elaborato nell’ambito della Legge di Bilancio di quest’anno, con l’obiettivo di generare un maggior numero di pagamenti tracciabili e con la conseguenza di diventare più efficienti nei controlli. È importante segnalare che, secondo le stime, l’Italia è il paese con il tasso più alto in Europa. Si calcola che ogni anno lo stato perda quasi 200 miliardi di euro. Ma non solo. Dopo l’importante danno che l’economia del nostro paese ha subito in questi mesi, la scelta di incentivare gli italiani a tornare a spendere nei negozi si è rivelata vincente. O quasi. Si, perché se da un lato le immagini dei centri delle città d’Italia gremiti di gente hanno ridato un po’ di speranza – e non solo speranza – ai commercianti, dall’altro sono state duramente condannate per il timore di ritrovarci a gennaio, con gli ospedali ancora saturi con la conseguenza di essere costretti in casa per la terza volta in meno di un anno. Il dissenso dei Governatori Secondo i Presidenti delle regioni italiane, è impensabile allentare le restrizioni e lanciare il cashback due settimane prima del Natale, pensando che le persone restino in casa. Il cashback non andava fatto. O, quantomeno, non andava fatto adesso. Il Presidente dell’Emilia-Romagna Bonaccini, l’ha definito un’illogica contraddizione, dichiarandosi già pronto a possibili nuove misure restrittive. Di chi è la colpa? Ma il punto attorno al quale la polemica di questi giorni ruota è: “di chi è la colpa?”. Per i cittadini sarebbe semplice dire che è del Governo e, viceversa, per chi ci amministra asserire che il problema sia il poco senso di responsabilità dei cittadini. Ma la verità, è che si tratta di una realtà profondamente complessa che già racchiude dentro di sé enormi contraddizioni. Per questo, se una colpa c’è, è da attribuire a chi giudica operati e comportamenti altrui senza cognizione di causa. Le persone da condannare sono quelle che liquidano in maniera superficiale e semplicistica la faccenda, pensando quanto sia semplice fare gli equilibristi sul filo a metà tra la salute e la sicurezza dei cittadini e il tracollo finanziario. Immagine in evidenza: Metaping

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Leblouh: l’alimentazione imposta alle bambine in Mauritania

In Mauritania, la tradizione impone che le bambine da circa sette anni in su vengano sottoposte a severi regimi di alimentazione forzata al fine di raggiungere l’obesità nella prima adolescenza, così da permettere l’accettazione in società e concretizzare la possibilità di trovare marito. In un contesto come quello delle popolazioni rurali della Mauritania sahariana dove la povertà è considerato un problema sociale ancora molto ingombrante, il valore e il prestigio delle donne viene misurato in base alla loro forma fisica. Per la popolazione mauri, piccola società patriarcale di origine berbera, l’obesità viene considerata manifesto di salute e di abbondanza. Infatti, la “Mbelha” (tradizione) prevede che una donna prima di trovare marito o prima di sposare il suo fidanzato raggiunga una soglia minima accettabile di peso, di solito intorno ai 100 kg. In lingua hassaniyya, dialetto arabo parlato in Mauritania, questa pratica di alimentazione forzata alla quale vengono sottoposte le bambine e le giovani donne viene definita Leblouh. Ciò che desta più preoccupazione rispetto a questo costume è che spesso per raggiungere l’obiettivo di un corpo grande, simbolo di opulenza, e magari anche in tempi brevi, si ricorre a mezzi estremi, molto dolorosi e dannosi per la salute. Nonostante questa pratica sia stata abbandonata quasi del tutto nelle zone urbane, continua ad essere fortemente radicata nelle aree più rurali del paese. Una fotografa francese, Carmen Abd Ali, ha raccontato questa tradizione attraverso un progetto fotografico intitolato proprio “mbelha”. Cosa impone la “Mbelha”? «La donna occupa nel cuore del suo sposo lo stesso posto che occupa nel suo letto», recita un vecchio proverbio autoctono. Ciò significa che fin dagli ultimi anni dell’infanzia si comincia con il processo di alimentazione forzata. Le bambine in Mauritania, a partire dai sette anni o poco più vengono costrette ad assumere latte, pappa d’avena, farina di miglio e cous cous in enormi quantità. Questi cibi, ricchi di grassi, contribuiscono a un repentino aumento del peso (si parla di quasi dieci chili in un paio di mesi). Spesso vengono condotte in centri che si occupano di sottoporle a regimi di dieta ipercalorica con più di quattro pasti al giorno che vengono somministrati anche di notte. La pratica è stata paragonata al trattamento riservato agli animali che crescono negli allevamenti intensivi. L’ossessione per la “forma perfetta” non si limita alla sola alimentazione – che comunque rappresenta il problema principale -. Le giovani donne, soprattutto in occasione delle feste, utilizzano ventose e olii contenenti fieno greco al fine di far apparire le braccia più gonfie. I rischi per la salute delle bambine e delle donne in Mauritania Come abbiamo già detto la Leblouh può essere estremamente dannosa per la salute delle donne che ne vengono sottoposte. Oltre agli evidenti disturbi legati al sovrappeso e all’obesità, questa pratica può comportare bulimia, disturbi digestivi, diabete e problemi di pressione sanguigna. Tutte le patologie che se non curate con grande attenzione, potrebbero facilmente portare alla morte. Non solo. Data l’enorme pressione psicologica alla quale vengono sottoposte, molti adolescenti che non riescono a prendere […]

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