Pellegrinaggio alla Mecca: non solo un obbligo religioso

pellegrinaggio alla Mecca

Durante la propria vita, il fedele musulmano si impegna nel rispettare cinque obblighi primari, quelli che vengono chiamati i pilastri dell’Islam (in arabo, Arkān al-Islām). Un hadith del profeta Muhammad recita così: «L’Islam è fondato su cinque pilastri: la Testimonianza che non c’è altro dio che Allah e che Muhammad è il Messaggero di Allah (Shahada); il compimento della Preghiera rituale (Salat); il versamento dell’Elemosina rituale (Zakat); il Digiuno (Saum) nel mese di Ramadan; e il Pellegrinaggio alla Casa [Mecca] (Hajj)».

5 pilastro dell’Islam: il pellegrinaggio alla Mecca

Il pellegrinaggio come pilastro dell’Islam è considerato un obbligo che, almeno una volta nella vita, deve essere compiuto. Il presupposto per potere compiere questo rito è condizionato da una stabile situazione finanziaria e da una buona salute; nella misura in cui non si abbia la possibilità – né finanziaria, né fisica – il fedele musulmano potrà compensare questa mancata realizzazione del rito facendo delle opere buone.

Ka’ba: la casa di Dio

Il pellegrinaggio ha come meta la Mecca, dove si trova la Ka’ba. Originariamente di colore bianco, ma diventata nera a causa dei peccati dell’uomo, la Ka’ba fu costruita migliaia di anni fa da Ibrahim e Ismail (Abramo e suo figlio Ismaele) come la casa del culto monoteista. In epoca preislamica, veniva usata per ospitare idoli pagani adorati dalle tribù locali. Questo luogo sacro, che rappresenta la metaforica casa di Dio e l’unicità di Dio nell’Islam, è così importante per i fedeli musulmani che, durante le cinque preghiere quotidiane, ci si rivolge verso di essa.

La canonicità del pellegrinaggio

Esistono due tipi di pellegrinaggio: quello canonico, che deve necessariamente svolgersi durante l’ultimo mese del calendario islamico, il cosiddetto mese di Dhū l-Ḥijja (i giorni dedicati sono l’8, il 9 e il 10) e deve rispettare dei riti prestabiliti; quello non canonico, che consiste nella possibilità di visitare la Mecca: la visita non ha lo stesso valore del tipico pellegrinaggio e, preferibilmente, va effettuato in uno dei mesi sacri dell’Islam. I riti che si compiono sono solo i primi tre di quello canonico.

Le tappe e i riti 

I pellegrini si radunano alla Mecca indossando l’abito della purezza, in arabo «Iḥrām»: gli uomini indossano due abiti bianchi, uno avvolto intorno alla vita e uno che copre la spalla sinistra; le donne indossano un abito lungo che scoprirà solo mani e viso. Una volta entrati nello stato di purità, si compie il «Tawaf» che consiste nella circumambulazione (camminare intorno) della Ka’ba per 7 volte in senso antiorario. Ogni giro inizia toccando o baciando la Pietra Nera – spesso non tutti possono farlo, a causa della folla, quindi si potrà soltanto indicarla – e si continua il rito recitando una preghiera. Seguirà poi il «Sa’ay»: una corsa o una camminata, ripetuta 7 volte, tra le colline di Safa e Marwa, che si trovano nelle vicinanze della zona sacra.

Il nono giorno del mese di Dhū l-Ḥijja, i pellegrini si spostano a Mina, precisamente sul monte ‘Arafāt – anche chiamato “il monte della misericordia” – dove viene recitata la «talbiyah»: grazie a questa preghiera, i pellegrini esplicano che vogliono compiere il pellegrinaggio solo per la gloria di Allah.  Dopo aver compiuto il «wuqūf», cioè lo stazionamento fino al tramonto in questa località, si raggiunge Muzdalifa, dove si eseguirà la ṣalāt al-maghrib – la quarta preghiera delle cinque obbligatorie previste dall’Islam che va recitata subito dopo il tramonto – e dove si pernotterà per riprendersi dalla giornata appena conclusa e rimettersi in forze per il giorno seguente.

Il decimo giorno del mese di Dhū l-Ḥijja prevede un ulteriore spostamento. Da Muzdalifah si ritorna a Mina, dove si conclude l’ultimo rito del pellegrinaggio: si lanciano sette sassolini contro tre grandi pilastri. Con questo gesto, il fedele rappresenta l’obbligo di vincere le tentazioni di Satana. Questo sarebbe il rito conclusivo, però, per abitudine, i pellegrini tornano alla Mecca per compiere nuovamente la circumambulazione della Ka’ba e replicare la “corsa” tra le due colline. Poi si ritorna a Mina per la cosiddetta “festa dei sacrifici“, dove i pellegrini acquistano un capo di bestiame di cui si consuma la carne. Questa festa viene celebrata in tutto il mondo Islamico, anche da chi non fa personalmente il pellegrinaggio quell’anno.

Perché il pellegrinaggio alla Mecca è così importante?

Per i musulmani, l’Hajj non è soltanto un dovere religioso obbligatorio. Il pellegrinaggio alla Mecca ha una profonda importanza spirituale: offre ai musulmani un’opportunità di auto-rinnovamento, di spogliarsi dei propri peccati e di purificare la propria anima.

Uno studio del 2008 sull’impatto della partecipazione al pellegrinaggio islamico ha rilevato che le comunità musulmane diventano più positive e tolleranti dopo l’esperienza dell’Hajj. Intitolato Estimating the Impact of the Hajj: Religion and Tolerance in Islam’s Global Gathering, lo studio ha osservato che il pellegrinaggio alla Mecca «aumenta la fede nell’uguaglianza e nell’armonia tra gruppi etnici» e che «i pellegrini mostrano una maggiore fede nella pace, nell’uguaglianza e nell’armonia tra i seguaci di diverse religioni». 

Immagine di copertina: Pixabay

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A proposito di Nadia Martorana

22 anni passati con la testa fra le nuvole, di cui 3 come studentessa di Mediazione linguistica e culturale, e se ne prospettano altri facendo le cose che più amo: scrivere, fotografare, viaggiare, sognare.

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