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Eroica Fenice

Reimpiego di elementi architettonici in età tardoantica

Reimpiego e continuità in Campania in età tardoantica

Il reimpiego su larga scala di spolia, ovvero il riuso da edifici di epoca classica di elementi figurativi ed architettonici di spoglio conservanti la stessa funzione originaria (colonne, capitelli, basi, fregi, sarcofagi), comincia a diffondersi solo nel III secolo d.C., assumendo precisi caratteri artistici nell’ambito dell’architettura romana di epoca tardoantica e costituendo una delle pratiche più caratterizzanti dell’età medioevale: esso è documentato, ad esempio, nel restauro del portico in summa cavea del Colosseo e nella costruzione delle Terme di Diocleziano. Si è molto discusso sul significato di questo fenomeno, generalmente quale spia di decadenza della cultura artistica, del livello tecnico delle botteghe di scultori e marmorari e, più in generale, delle capacità economiche dell’Impero; tuttavia, pur considerando la minore disponibilità di marmo e i cambiamenti nell’amministrazione delle cave imperiali e nella distribuzione dei marmi, una più moderna chiave di lettura connette il fenomeno a motivazioni di natura ideologica: in altri termini, la pratica del reimpiego diverrebbe scelta consapevole di richiamo al passato, per esprimere precisi contenuti simbolici di natura politica o religiosa.

L’enfatizzazione dello stretto legame con il passato aveva lo scopo di evidenziarne la continuità ideologica, atta a legittimare i profondi mutamenti storici e strutturali verificatisi nel tardo Impero, sicché il materiale proveniente da edifici di epoca classica cominciò ad assumere, oltre alla qualità intrinseca della materia prima, il valore che scaturiva dalla sua antichità.

Il reimpiego nelle fabbriche cristiane della Campania

Il riutilizzo di materiale di spoglio è ben documentato negli edifici di culto cristiani di committenza imperiale, per la cui realizzazione i sovrani si profusero in notevoli finanziamenti, a testimonianza del loro interesse politico. Gettando lo sguardo sulla Campania, si osserva una pratica del reimpiego molto viva durante il periodo dei ducati longobardi e bizantini, allorquando, sulla spinta della tradizione paleocristiana e bizantina e sull’esempio dei grandi monasteri di Montecassino e di San Vincenzo a Volturno, era praticata l’associazione tra un’architettura di prestigio e l’utilizzo delle spoglie, in particolare delle colonne. A segnare il periodo di massima espansione dell’uso di spolia sarà la dominazione normanna, con la sua ideologia del potere espressa dal recupero dell’antico quale richiamo all’Impero romano e dall’uso del marmo al fine di caratterizzare il prestigio del committente.

Le fabbriche religiose promosse dai Normanni ispirate a Montecassino manifestavano un rinnovato interesse per la cultura antica, che nel campo dell’arte e dell’architettura si espresse con una riappropriazione più consapevole di tradizionali repertori decorativi associati a marmo, porfido e granito, che continuavano ad essere i materiali per eccellenza portatori in architettura di prestigio politico, religioso e sociale: questo processo aveva alla base la scelta programmatica di riattualizzare le spoglie attraverso il loro uso nei nuovi contesti architettonici. Le strutture antiche testimoniavano, infatti, la grandezza dell’Impero romano, garantendo il conservarsi di un’identità culturale attraverso la consapevolezza di un comune linguaggio. Gli elementi di reimpiego negli elevati architettonici manifestavano, invece, quel concetto di continuità con il passato imperiale romano, di cui l’uomo medievale si sentiva l’erede e a cui ricollegava tutte le forme del potere politico.

Le modalità tipiche del riuso

Oltre alla derivazione dal modello di Montecassino, in virtù della quale le cattedrali e le abbazie di più grandi dimensioni della Campania in età romanica presentavano costantemente il tipo basilicale paleocristiano a tre navate e con tre absidi, le modalità del riuso riguardavano generalmente file di colonne e capitelli per separare le navate, colonne e capitelli di spoglio nelle cripte, fusti ottenuti dalla sovrapposizione di due o più rocchi, prevalenza di capitelli corinzi reimpiegati, capitelli ionici riutilizzati rovesciati come basi di colonne, sarcofagi rifunzionalizzati come altari, capitelli incavati trasformati in acquasantiere, fonti battesimali o cassette per le elemosine; infine, fregi architettonici, cornici, lastre, iscrizioni, prelevati da monumenti e ville di epoca classica nelle adiacenze o nelle città vicine, reimpiegati soprattutto nei portali, solitamente come architravi o stipiti.

Molte città medievali erano costruite su quelle romane o nelle immediate vicinanze, le quali potevano dunque con facilità prelevare i materiali da reimpiegare. Tuttavia, lo sforzo finanziario intrapreso per il trasporto fu oneroso: basti pensare all’ubicazione della maggior parte delle città nell’entroterra, sicché era necessario dotarsi per il trasporto di carri trainati da bufali, che dovevano spesso affrontare lunghe salite per raggiungere i siti su alture. È evidente, dunque, il conseguente innesco di meccanismi giuridici, economici, logistici, di progettazione architettonica e artigianali di grande portata, che solo si motivano con il significato ad essi attribuito dall’ideologia allora dominante. 

[Immagine di copertina tratta da wikipedia]

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