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Eroica Fenice

Sylvia Plath

L’orlo oltrepassato – Ricordando Sylvia Plath

L’11 Febbraio del 1963 la poetessa e scrittrice statunitense Sylvia Plath, dopo aver preparato due tazze di latte e il pane imburrato per i figli Nicholas e Frieda, si toglieva la vita a Londra.
“Il gas è filtrato, strano e dolce fino alla nausea. Ho sentito che la bocca mi si spalancava in un sorriso. Ecco com’era, allora… così semplice e nessuno me lo aveva detto.”
Ricordo che la prima volta che lessi una poesia di Sylvia Plath ero a scuola e avevo circa sette anni. Allora mi piaceva perdermi tra le letture del mio libro d’italiano e così un giorno i miei occhi incrociarono Io sono verticale. La rilessi mille volte e la sensazione che mi lasciò fu la prima sensazione non adatta ad una bambina che provai. Più la leggevo e più mi assaliva un senso profondo d’angoscia tanto che ne fui spaventata nel momento stesso in cui mi accorsi di adorarla.

Sylvia Plath, la poetessa “verticale”

Col passare degli anni non vi pensai più finché, un giorno, quando ero ormai grande e di sensazioni non adatte ad una bambina ne avevo provate già tante, mi ritornarono in mente come per magia quei versi che la mia memoria non aveva mai cancellato:“Io sono verticale, ma preferirei essere orizzontalecosì la cercai ovunque.
Da allora gli scritti di Sylvia Plath sono diventati per me l’enigma più attraente. Nelle sue poesie, Sylvia sembra condurti svogliatamente per mano attraverso sé stessa tanto che t’illude quasi di poter arrivare a comprendere del tutto il suo mistero personale e, nel momento in cui hai la sensazione di essere finalmente in “aperto colloquio” con lei, ecco che ritira la mano e ti porta alla durissima realtà: tu sei un lettore che ha avuto la sfortuna di leggere i deliri di una pazza suicida che nessuno potrà comprendere mai.

Eppure Sylvia Plath aveva un insopprimibile bisogno di essere compresa, aiutata, salvata. “Dovremmo incontrarci nell’aria, in un’altra vita,
io e te.” Anche il suo suicidio fu una richiesta d’aiuto: il giorno in cui infilò la testa nel forno a gas sapeva che sarebbe passata in visita una ragazza australiana e lasciò per lei un biglietto con scritto “Per favore chiama il Dottor…” ma la sua richiesta d’aiuto sparì nell’aria appestata dal gas e Sylvia se ne andò con lei.Herr Doktor. Herr Nemico.”

Il suo era un bisogno che lei stessa sembrava vergognarsi di mostrare: non voleva ammettere di avere bisogno di essere salvata. Era dura, impietosa verso sé stessa, perennemente convinta di non essere all’altezza di niente che non fosse la morte. “Morire è un’arte, come ogni altra cosa. Io lo faccio in modo eccezionale. Io lo faccio che sembra l’inferno. Io lo faccio che sembra reale. Ammettete che ho la vocazione.” 
Per una donna che sentiva di essere “parte delle ceneri del mondo, qualcosa da cui niente può germogliare, niente può fiorire né portare frutto”  era impossibile non tendere costantemente verso la morte. Non si sentiva collocata nel contesto giusto. Sapeva e non sapeva di cosa era capace. 

La morte di Sylvia Plath fu un avvenimento troppo spettacolare per non avere alcuna ripercussione: a soli 47 anni, Nicholas Hughes, il figlio di un anno per cui aveva imburrato il pane e preparato il latte caldo quell’11 febbraio, è stato trovato impiccato nel marzo 2009.
“Si sono rannicchiati i morti infanti ciascuno come un bianco serpente a una delle due piccole tazze del latte, ora
vuote.”

Parlare di Sylvia Plath in questi termini, in questo giorno, è un modo per prolungare il suo spettacolo personale senza la pretesa di averlo compreso fino infondo. Attraverso le sue parole trapela il suo io ma è impossibile sapere per certo quale sarà il suo prossimo passo.
Per questo oggi saremo noi a fare un passo verso di lei.

“Dico che forse tornerò.
Tu sai a che servono le bugie.
Nemmeno nel tuo cielo Zen ci incontreremo.”


Sylvia Plath, libri