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Eroica Fenice

San Berillo: del cielo, del mare e dei destini.

Katanè si poggia sull’Etna che tante volte l’ha tolta dal mondo e, altrettante, al mondo l’ha ri-data.
La sua storia, sopra e sotto gli strati di lava, brulica di versi scritti in lingue morte, di martiri e di voci che parlano da quando non esisteva il tempo.
I flussi che videro i Ciclopi si addormentano dove li cinge il porto. Lì, nel cuore della città vecchia, si trova quello che era il quartiere a luci rosse di Catania, il più vasto del Mediterraneo. Si tratta di San Berillo, adagiato sul porto, a pochi passi dalla Cattedrale di Sant’Agata, vergine e martire. Oggi i suoi vicoli sono ferite che mostrano carne viva e dove finiscono c’è l’inizio -o la fine- del cielo, del mare e dei destini che ci vanno a cercare sollievo. E pare che si riflettano nei tramonti.

Rigenerazione urbana e speculazione dei destini

Come in molte città siciliane, San Berillo è stato martirizzato dalla speculazione edilizia. Lo sventramento, iniziato nel 1957 lo ha reso una carcassa, un corpo morente che è stato tenuto in vita dalle prostitute e dai «puppi» (omosessuali in dialetto catanese, ndr.) che lo abitavano. Ognuno seduto a fianco alla propria vita, fuori dalla porta: erano l’hard street nel cuore della città. La sedia vuota a significare che si stava lavorando.

Nella Sicilia di metà Novecento, come nel resto del meridione, l’omosessualità era considerata peccato mortale. Eppure in quel dedalo di viuzze, vivevano 30.000 persone: artigiani, bottegai, bambini e prostitute, resistendo alle convenzioni borghesi e chiudendo un occhio sulla radicata morale cattolica.

Come in molte città italiane, spesso, la lotta al «degrado» non fa che portare degrado. Il decoro urbano è diventato una questione urgente, più dei destini delle persone. Nel 2000, in quello che voleva essere un tentativo di rigenerazione urbana, il sindaco di Catania, Umberto Scapagnini (pessimo sindaco nonchè medico personale di Berlusconi) ha deciso di intervenire sull’area. Così, ha proceduto allo sfratto delle prostitute e ha provvisto a far murare le porte delle loro case e il quartiere, oggi, è preso di mira da gruppi speculativi che puntano a gentrificare l’area.

Un storia che ricorda il mito del pastore Aci: il suo amore per la Nereide Galatea non fu tollerato dalla gelosia del gigante Polifemo che lo uccise lanciandogli addosso una grossa pietra. Dal suo sangue, nacque l‘omonimo fiume, a dare fertilità a quelle terre.
Altro amore non è stato perdonato a Catina e, altri giganti con altre pietre, l’hanno ammazzato.

I muri davanti alle porte delle belle di San Berillo non sono simbolici, poggiano sul valore economico-borghese. Come quelli «anti-migranti», quelli che delimitano i carceri, come le gated-zones statunitensi.

Res Publica Temporanea : riqualificazione del quartiere, rigenerazione dei destini

Ma anche da questo assassinio, sembra che stia nascendo qualcosa. Sulle pietre che murano le porte di quelle case, l’arte di quattro street artist catanesi ha fatto nascere una protesta silente e vigorosa, che si oppone alla gentrificazione e non passa inosservata.

Perchè questa non è una storia grottesca. A sue spese, ha la memoria e la dignità di una tragedia post-moderna che, in quanto tale, non ha bisogno di eroi, ma di coscienza. La co-scienza di San Berillo e la sua dignità, sono state prese – e ri-date- dalle mani degli artisti del collettivo Res Publica Temporanea, composto da quattro street artist siciliani. «Giovini carbonari liberi in uno stato lavico. Debellatori certificati di pubbliche distonie. Ideatori e installatori di messaggi iconici».

La loro azione, sociale e artistica, nel quartiere ha generato un movimento opposto, di riqualificazione del quartiere e dei destini di chi lo abitava. Le loro opere di street art sulle porte murate rendono dignità a quelle storie.

Ci rendiamo conto che si tratta di unico, vero muro che è stato innalzato e, poi, frammentato su ogni porta. Che è un’unica grande tragedia, fatta dalle vite di chi a San Berillo ci abitava. Lì, adesso, si trovano murales che sembrano proiezioni delle stanze, degli amori, dei dolori che ci sono rimasti intrappolati dentro. L’intervento, artistico e semiotico, di Res Publica ce li restiuisce fuori dalle porte, frammentando la Storia e dandolcela fatta a pezzi, all’esterno. Ci fa sperare che da quel sangue, sia nato un altro fiume.

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