Tacito e il Germania: tra storiografia e morale

Tacito e il Germania: tra storiografia e morale

Tacito e il “Germania”: importanza della fonte storica

Prima di giungere a Tacito (I d.C.), dobbiamo comprendere perché la fonte storica è così importante. Non si può avanzare uno studio filologico senza sussidio del dato storico, questo è certo. Tuttavia, nel caso della filologia germanica, assume una pregnanza maggiore: se la tradizione romanza, per fornire un esempio a noi più vicino, può vantare una documentazione ben attestata con il latino, non può dirsi lo stesso col germanico. Attraverso un’indagine volta su più piani: archeologico, storico e linguistico, si riescono a ricostruire gli elementi linguistici comuni ai vari dialetti germanici.

Prima del “Germania

Secondo la tradizione storica ed etnografica greca, le popolazioni del Nord Europa erano identificate con i Celti, ad Ovest, e gli Sciti, ad Est. Posidonio, filosofo e storico greco appartenente alla scuola stoica, nel I a.C. ancora non distingue i Germani dai Celti, parlando di genti che abitano lungo il Reno. Il Reno costituisce un confine naturale importante, che ricorrerà anche nelle fonti romane e che poi diventerà un vero e proprio confine politico tra la Germania e la Gallia romanizzata.
Chi parla di Germani come unità etnica ben identificata è Cesare (I a.C.), nel suo “De Bello Gallico”: sono distinti dai Galli (Celti) perché quest’ultimi erano stanziati sulla riva orientale del Reno, mentre quella occidentale era occupata dalle genti germaniche. Sebbene sia dato a Cesare il merito di aver operato una distinzione rilevante, rispetto alla storiografia precedente, è chiaro che il fulcro sia orientato alla differenziazione con i veri protagonisti dell’opera: i Galli. Egli, infatti, ci dice poco sui loro usi e costumi e le notizie presenti sembrano essere frutto di luoghi comuni già diffusi nella mitologia dell’epoca. 

L’opera tacitiana

Le due più rilevanti fonti, degli autori classici, sulla storia dei Germani sono quelle Plino il Vecchio e Tacito.
Plinio il Vecchio nel I d.C, militando nell’esercito romano, conobbe queste popolazioni. È, quindi, da considerarsi, in lessico storiografico, una fonte di prima mano, in altre parole, primaria e diretta.

Di Tacito, uno dei più grandi del genere storiografico nel mondo latino, la tradizione vuole si ricordino maggiormente opere come le “Historiae” e gli “Annales“. Ma la sua produzione non si ferma qui: egli è autore di una monografia “De Origine et Situ Germanorum“, chiamata anche “Germania“.
Tacito ci riferisce caratteristiche culturali di questo popolo, ormai visto come un collettivo e i Germani sono consapevoli di questa componente. Perché parliamo di consapevolezza? Nei primi capitoli dell’opera è presente la narrazione del mito della comune origine da Mannus, l’uomo primordiale (da notare “man”, in inglese uomo), personaggio semi-divino da cui discenderebbero le varie stirpi. Frutto indubbiamente di un racconto fittizio, come qualsiasi mito genealogico, ha la pregnante funzione di individuare una comunanza in cui la vastità di popolazioni, che sono considerate germaniche, possano rivedersi.

Di particolare importanza è anche la definizione di “indigeno” che Tacito attribuisce ai Germani. Egli scrive: «Ipsos Germanos indigenas crediderim minimeque aliarum gentium advertibus et hospitiis mixtos» (Capitolo 2).  I Germani sono, quindi, indigeni della zona in cui sono stati collocati – nella cosiddetta Cerchia Nordica e privi di mescolanze dovute a immigrazioni o altri contatti. Questo dato è stato ripreso più volte in epoche successive e travisato dalla propaganda nazista, fornendo la base per l’ideale della purezza della razza ariana.

Pro e contro dell’opera di Tacito

Se i dati della prima parte del trattato sembrano più compatti e coerenti – probabilmente lo si rimette al fatto che le informazioni erano tratte dalla vicinanza alla tribù vicine al confine romano – nella seconda parte, il dato è indubbiamente più incerto: dei costumi delle popolazioni più lontane si hanno notizie frammentate. Un esempio di questo è la ripresa del luogo comune delle popolazione dell’estremo Nord come “crudeli” e “feroci”. 
In più, Tacito non fornisce una corretta localizzazione geografica: mancano dati precisi su monti, fiumi, città, fortificazioni, ma anche sull’economia.
A differenza di Plinio, inoltre, non ha conosciuto direttamente il popolo di cui parla, ha unito fonti e testi vari; si pensa si sia servito di informazioni riferitegli da Germani presenti a Roma. 

A fronte di tutte queste mancanze, perché è considerata così significativa? Se fino a quel momento, tutti coloro che non erano romani o greci erano “barbari”, secondo le diverse traduzioni “balbuzienti” o “barbuti” e quindi gretti, non civilizzati. Tacito ci dà una lettura, anche politica, diversa. Egli ci presenta un popolo che vive in maniera semplice, libera, dall’organizzazione militare e sociale elaborata, con un proprio pantheon religioso, ma soprattutto privo di quelle mollezze che caratterizzano la decadenza del periodo romano di quel tempo. Rispetto alla gloria delle epoche passate che hanno visto l’instaurarsi della monarchia e poi della repubblica, fino all’impero, la storia di cui può raccontare Tacito, si trova ben distante. Allo splendore dei tempi eroici, si contrappone l’infausta parentesi neroniana, le guerre intestine e, ancor di più la tirannide di Domiziano che non fanno che dare misura alla fondamentale aura di pessimismo tramandata insieme alla sua figura e che ben traspare nella sua produzione.
Basandoci di questa chiave di lettura ulteriore, il Germania può essere letto come una critica sociale e morale nei confronti dei Romani stessi.

Fonte immagine: Freepik

A proposito di Diana Natalie Nicole

Studentessa di Letterature Comparate, sostengo la continuità tra filosofia e letteratura, con qualche benigna interferenza di linguistica, arte e cultura.

Vedi tutti gli articoli di Diana Natalie Nicole

Commenta