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Eroica Fenice

Tito, il sisma dell’Ottanta – Intervista a Ostuni Michele

Come anticipato nel precedente articolo, seguiranno interviste che ho realizzato nel 2015 rivolte a cittadini lucani del comune di Tito (PZ) in merito al sisma dell’Ottanta che colpì l’Irpinia e la Basilicata.

Diceva bene, Cesare Pavese.
Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei, resta ad aspettarti.
Solenne come un monito, questo bellissimo stralcio del memorabile libro “La luna e i falò ci esorta a conoscere le nostre origini. È indagando su noi stessi che possiamo confrontarci con la pluralità d’identità di cui la società è costituita, al fine di accettarla, arricchirci e collaborare.

Il Comune di cui si parlerà, Tito, era un paese. Dal 2011, città. Si tratta di un lembo lucano di settanta chilometri quadrati, a 650 metri sul livello del mare. Ha la forma di una sfinge che si erge in posizione d’attesa per incutere timore in difesa degli abitanti. Si distende ai piedi del Monte Carmine, nel mezzo dell’Appennino lucano, ed è lambito dalle acque boschive del torrente detto “delle Noci”, o più semplicemente “Noce”. Il parroco di Tito, don Nicola Laurenzana, in passato lo ha definito un luogo di pace, lontano dai rumori di una città caotica, dov’è possibile sentire il richiamo della natura.

Sarebbe necessario risalire al principio della storia di questo luogo per avere un quadro chiaro della città attuale, ma non mi basterebbe un articolo.
Mi limito a dire che gli stemmi di Tito sono due: il primo contiene un campo color giallo, due stelle di colore argento – simboli dei poteri ecclesiastico e civile – una grossa T con un punto aggiunto e un sole d’oro; il secondo – inserito nel Catalogo generale degli Stemmi dei Comuni d’Italia – presenta una T dorata affiancata da due stelle e sormontata da un sole dorato in un campo azzurro, sotto cui è stata aggiunta una frase latina, Post nebula Phoebus o Post nubila Phoebus, che richiama un’espressione riportata in un’Epistola di Plinio, Dopo la tempesta viene il sereno. La metafora sintetizza tutta la storia di Tito, nella sua origine tempestosa e nel sole della certezza per tempi migliori.

Intervista a OSTUNI MICHELE (58 anni – meccanico); a. 2015

(Si sono lasciati il più possibile invariati i modi di esprimersi e il “linguaggio” parlato usato dagli intervistati).

Cosa serba la sua memoria del drammatico 23 novembre 1980?

Di quel drammatico giorno ricordo che erano le 19.37 e mi trovavo con gli amici in un locale di Tito Scalo, dove eravamo soliti trascorrere le serate in compagnia. Avevo appena ventitré anni. Mentre si ballava, si è sentito un forte boato e poco dopo mi sono sentito ondeggiare come se fossi su una barca. In quell’attimo ho avuto come l’impressione che, avendo bevuto un bicchiere di troppo, quell’ondeggiare fosse semplicemente una reazione; in realtà il pavimento tremava e la luce era andata via.
Ho avuto paura che mi crollasse addosso il soffitto e il mio pensiero è andato ai miei genitori, che erano soli a casa, e a mio fratello minore, che era in giro.
Terminata la scossa, siamo usciti fuori. Essendo buio, con gli accendini abbiamo cercato le nostre auto e siamo tornati a casa. Insieme alla mia famiglia siamo andati in una baracca in campagna di altri compaesani per trascorrere la nottata. Dopo aver trascorso due notti fuori paese siamo tornati a casa, la quale nonostante qualche lesione era agibile. Casa mia si trova a pochi passi dalla chiesa che era stata distrutta. Il campanile era crollato e il tetto sprofondato.

Ponendo la suddetta data come spartiacque tra il “prima” e il “dopo”, secondo lei cosa è cambiato a Tito?

Le conseguenze sono state negative perché, al di là delle case distrutte, anche chi aveva un’attività si è visto crollare tutto ciò che aveva costruito. 

Attualmente, come le sembra la situazione a Tito a trentacinque anni dal terremoto, sia dal punto di vista dell’aspetto urbanistico della città, sia da quello di una ricostruzione sociale?

A distanza di trentacinque anni, la situazione urbana è migliorata. Sono state costruite case più agibili e migliorate strade che hanno permesso di raggiungere posti più scomodi. Dagli anni Ottanta in poi, per circa quindici anni, c’è stato uno sviluppo economico abbastanza notevole, che ha permesso a tutti di lavorare e crearsi una vita migliore.

(Ma prima iern ati tembi. Vu mend li uaglioni d’ vinditrè anni d’mo cu queddi d’tannu?! I già fat’ava, stascia bonu puru cu cinguciendu lir’ ind la sacca, fascìa li sacrifici, a vinditrè anni ier’n già ott’anni ca fat’ava e n’accund’ndamu d’pocu. Cu lu terramotu, stascenn fuora, m’smbrava a fortu gì a Putenza tutti li matì cu acqua e vendu, però l’aggiu fatt.)

Nello specifico, rispetto al 1980, oggi quali sono le condizioni del centro storico della città, la zona più colpita dal sisma?

La zona più colpita del sisma è stata quella del centro storico. Nell’attuale piazzetta Belvedere c’erano tanti palazzi che sono stati distrutti. Il centro era impercorribile. Ind lu paisu gn’ern tutt l’pundell (sostegni di legno), tav’l p’menz la strada, p’sconi, mattoni, dermsci (tegole)…

La ricostruzione della Chiesa Madre sembra essere una grande delusione per la comunità titese. Perché e cosa si poteva fare di più?

Non sono soddisfatto di come hanno ricostruito la Chiesa Madre. Io sono nato in una casa situata proprio là davanti e ricordo che già durante un terremoto precedente a quello dell’Ottanta la chiesa subì qualche danno, ma era stata ristrutturata come prima. Ora non mi piace per vari motivi: il campanile attuale è di ferro e non ha nulla di storico, la campana che si trovava sopra mo è davanti alla porta, dentro è più piccola, non ci sono due navate, colonne di marmo…

Si ringrazia Ostuni Michele per la gentile partecipazione!

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