Virginia Woolf e il cinema, il loro rapporto

Virginia Woolf e il cinema

L’opinione di Virginia Woolf sul cinema fu espressa nel saggio The Cinema (tradotto come “Sul cinema”), pubblicato sulla rivista Arts nel giugno 1926, in piena epoca del muto. Il suo pensiero, complesso e profetico, si articola in una critica feroce al cinema del suo tempo e in una visione lucida del suo potenziale come forma d’arte autonoma. Un’analisi che affonda le radici nel cuore del Modernismo e nella sua ricerca di nuovi linguaggi per rappresentare la vita interiore.

Il pensiero di Virginia Woolf sul cinema: critica e visione

La critica al cinema-realtà La visione del cinema-arte
Il cinema è un “parassita” quando si limita ad adattare i romanzi, tradendone l’essenza. Deve sviluppare un proprio linguaggio, basato su simboli e astrazione, non sulla narrazione letteraria.
Mostra solo l’esteriorità (abiti, luoghi) e non la complessa interiorità dei personaggi. Può rappresentare visivamente emozioni, sogni e pensieri che le parole non riescono a esprimere.
L’immagine concreta (l’attrice) si scontra con l’immagine mentale che il lettore ha creato. Può dare forma visiva al “flusso di coscienza”, mostrando la mente al lavoro.

La critica al cinema come “parassita” della letteratura

Nella prima parte del saggio, Virginia Woolf attacca duramente l’abitudine del cinema nascente di realizzare adattamenti dalle opere letterarie, un’alleanza che considera innaturale. Per lei, il cinema che si limita a questo è un “parassita”. La sua critica si concentra sulla visione di un film tratto da Anna Karenina. Woolf osserva che le immagini sullo schermo, con l’attrice vestita di velluto e perle, tradiscono la complessa figura che lei aveva conosciuto attraverso le parole di Tolstoj. Il cinema mostra solo l’involucro, l’esteriorità, ma non riesce a catturare “il suo charme, la sua passione, la sua disperazione”. L’immagine concreta del film si scontra con l’immagine mentale, infinitamente più ricca, creata dalla lettura.

La visione: verso un linguaggio cinematografico puro

Dopo aver demolito l’idea dell’adattamento, Woolf esplora il potenziale unico del cinema. Si chiede quali siano gli “stratagemmi” che questa nuova arte può usare per diventare pienamente comunicativa. La risposta, per lei, risiede nella sua capacità di creare immagini simboliche e astratte. Cita come esempio la visione del Dottor Caligari di Robert Wiene, un capolavoro dell’Espressionismo tedesco. Un’ombra che si gonfia in un angolo dello schermo, scrive, riesce a rappresentare perfettamente la “mostruosa fantasia della mente malata di un pazzo”. Qui il cinema non sta raccontando una storia altrui, ma sta usando un linguaggio puramente visivo per esprimere un’emozione, un concetto, uno stato mentale.

Il cinema e il modernismo: un’arte per il flusso di coscienza

La posizione di Woolf, come analizzato anche da istituzioni come la Tate Modern, è profondamente legata alla sua poetica modernista. Come scrittrice, lei stessa stava cercando di superare la narrazione tradizionale per rappresentare il flusso di coscienza (*stream of consciousness*), ovvero il caotico e ininterrotto fluire di pensieri, sensazioni e ricordi nella mente umana. In questo senso, la sua era una critica al realismo. Vedeva nel cinema il potenziale per fare con le immagini ciò che lei faceva con le parole: mostrare l’interiorità. Un’immagine simbolica, un’associazione visiva inaspettata, potevano catturare “emozioni che non sono riuscite ancora a trovare parola”. Il cinema, liberato dalla letteratura, poteva diventare l’arte in grado di ricreare “ad occhi svegli” le logiche del sogno e della mente, raggiungendo una profondità che la semplice rappresentazione della realtà non poteva avere.

Fonte immagine: Wikipedia

Articolo aggiornato il: 28/09/2025

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