Il razzismo nel calcio: perché bisogna combatterlo

Il razzismo nel calcio: perché bisogna combatterlo

Da molti anni il mondo del calcio affronta un tema delicato come quello del razzismo. Si tratta di episodi che avvengono a tutti i livelli e le sanzioni appaiono spesso inefficaci: il razzismo nel calcio, con cori discriminatori e insulti nei confronti di calciatori dalla pelle nera, torna ciclicamente senza che si trovino soluzioni definitive per fermarlo.

I casi di razzismo nel campionato italiano

In Italia il fenomeno del razzismo nel calcio fatica a essere eliminato. La stagione di Serie A 2019-2020, ad esempio, vide un numero elevato di episodi spiacevoli. Le vittime sono quasi sempre i calciatori neri: Romelu Lukaku, Juan Jesus, Kalidou Koulibaly e Mario Balotelli furono tra i più bersagliati. L’episodio di Lukaku, durante Cagliari-Inter del 1° settembre 2019, fu emblematico: insultato da alcuni tifosi locali, fu “difeso” dagli ultras della sua stessa squadra, che in un comunicato negarono si trattasse di razzismo, definendolo un semplice modo per “innervosire l’avversario”.

Allo stesso modo, i cori contro Mario Balotelli durante Verona-Brescia (3 novembre 2019) furono definiti “folklore” da Luca Castellini, capo ultras dell’Hellas Verona, minimizzando la gravità del gesto.

I casi più recenti: da Maignan a Vlahovic (2023-2025)

Lungi dall’essere un ricordo del passato, il problema persiste. La stagione 2023-2024 è stata segnata dagli insulti razzisti rivolti al portiere del Milan, Mike Maignan, durante la partita contro l’Udinese. Il giocatore ha abbandonato temporaneamente il campo, portando alla sospensione della partita, un gesto forte che ha riacceso il dibattito. Pochi mesi prima, anche l’attaccante della Juventus, Dusan Vlahovic, era stato vittima di cori discriminatori per le sue origini serbe. Anche l’inizio della stagione 2024/2025 ha visto episodi simili, confermando come il razzismo nel calcio sia una piaga ancora profondamente radicata.

L’inefficacia delle sanzioni contro il razzismo

Nonostante esistano leggi e regolamenti, questi gesti non vengono quasi mai puniti in modo efficace, e le sanzioni non sembrano funzionare come deterrente. La legge Mancino (legge 205/1993) condanna gesti, azioni e slogan legati all’ideologia nazifascista e alla discriminazione, prevedendo pene detentive e multe. Tuttavia, la sua applicazione negli stadi è complessa. Come sottolineato da enti come l’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), il passaggio dalla teoria alla pratica è spesso problematico.

Razzismo nel calcio: le sanzioni e i loro limiti

La giustizia sportiva prevede strumenti come il Daspo (Divieto di Accedere alle manifestazioni Sportive), multe per le società e la chiusura dei settori dello stadio. Ma perché queste misure si rivelano spesso inefficaci?

Sanzione Limite principale nella sua applicazione
Daspo individuale Difficoltà nell’identificare i singoli responsabili in un coro di migliaia di persone.
Multe alle società Importi spesso irrisori (poche migliaia di euro) che non fungono da vero deterrente per i club.
Chiusura di settori o stadi Sanzione spesso sospesa (pena con la condizionale) o applicata a settori diversi da quelli colpevoli, vanificandone l’effetto.
Sospensione della partita Protocollo applicato raramente e in modo non uniforme, spesso lasciando la decisione all’arbitro in un clima di enorme pressione.

Il risultato è che molti episodi di razzismo nel calcio restano impuniti o vengono sanzionati in modo troppo blando, alimentando un senso di impunità e permettendo al fenomeno di ripetersi costantemente.

Fonte immagine: Wikipedia

Articolo aggiornato il: 08/09/2025

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