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Eroica Fenice

La Tag: anima contiene 6 articoli

Voli Pindarici

Incomprensibile: tu, l’altra me stessa

Tu l’altra me stessa: incomprensibile. Incomprensibile:  è così che tu sei, è così che io sono. Allo specchio, nuda fra i miei vestiti e le altre abitudini, sola, in mezzo al silenzio che poi sa di rumore. Silenzio. Ti guardo e il tuo riflesso, il mio riflesso, è tutto ciò che mi appare, ed è muto. Interrogativi senza alcuna ragione, domande forse ancora da chiedere. È strano come tutto sembri schiarirsi di fronte al trasparente, ma non sono che opachi frammenti di vetro i tuoi, e non è che un riflesso, altro, quello che appare. Labirinti di segni i tuoi, inestricabili, e arabeschi di sogni i miei, indecifrabili. Disegni, punti di fuga e ritorni, linee, geometrie: inesprimibili. La materia è confusa: i miei tratti nei tuoi, i tuoi tratti nei miei, inafferrabili, e la tua immagine allo specchio, l’altra me stessa all’interno di un miraggio, è inesprimibile. Tu l’altra me stessa, inafferrabile. Io l’altra te stessa, incomprensibile Ti ho cercata, mi sono cercata, al di là della tua immagine, della mia stessa immagine: ci ho provato, disperatamente cercando qualcosa che parlasse di noi, che parlasse per noi. La mia anima è un groviglio di sensi, la tua forma un intrico di cose, emozioni diverse, inconciliabili. Ho provato funambolici equilibri, cadendo e restando pur ferma, restando immobile e sollevandomi ad ogni respiro e riscendendo, come te, guardandoti, guardandomi. Inevitabile. Ho provato con un silenzio, ma quel che ho ricevuto non è stato altro che altro silenzio, altro desolante silenzio, e ho ritentato. Ho provato con un sorriso, ma non era sorriso il tuo, solo un movimento di guance, di occhi, di sopracciglia mi hai dato, o forse ti ho dato, inconsolabile, incomprensibile. Ti ho guardata negli occhi, allora, ancora e disperatamente: solo fenomeni fugaci ho raccolto, apparenti impressioni ad attendermi. Eppure tu eri lì, tu sei lì e ugualmente io, altro riflesso entro cui il tuo stesso riflesso si esprime, e mi scrutavi, sì, resti a scrutarmi come faccio io. Ma i tuoi capelli non sono fili di sogni intrecciati nel vento, le tue labbra non sono alfabeti di voci sull’acqua, i tuoi occhi non sono le profonde tempeste, le distese marine, gli incontri di strane lucerne sul filo dei tempi. No. Sono solo colori e colori, dai contorni precisi e insieme confusi. È meccanica apparente, cinematica degli inganni. Riflessi. Chi sei tu, chi sono io, non lo so. Ancora un’altra illusione. Ma ti cerco. Disperatamente. La tua forma inaccessibile, il tuo spirito inesprimibile. La tua ombra inafferrabile, la cerco, mi cerco: incomprensibile.

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Recensioni

Un’anima che vibra di Loredana Frescura e Marco Tomatis, una scoperta inaspettata

Un’anima che vibra è il titolo dell’ultimo romanzo di Loredana Frescura e Marco Tomatis, pubblicato da Leggereditore, nelle librerie dal 30 marzo 2017. Quando Domenica, detta Mimì, scopre di doversi trasferire dalla sua amata Roma, lontana dalle sue amiche, dal ragazzo che le piace (ma a cui non è mai interessato nulla di lei) per raggiungere un paesino sperduto in cui si sta spostando la fabbrica per cui lavorano sua madre e sua zia, non sa che quella potrebbe essere la cosa migliore che le sia mai capitata nella vita. A Piandiperi sembra che ci sia ogni giorno qualcosa di nuovo da scoprire, persone da conoscere, luoghi da visitare con l’amata bicicletta, un lavoro per poter mettere da parte quei soldi che il padre, con un nuovo figlio in vista, spesso si scorda di mandare. Soprattutto a Piandiperi c’è Gaetano, giovane ragazzo di origini siriane, con i suoi ideali e i suoi segreti, con la sua voglia di amore e giustizia, con cui costruire qualcosa che va al di là di un semplice amore adolescenziale. Ma non è solo una storia d’amore quella narrata in Un’anima che vibra: come Domenica – che nel romanzo parla in prima persona –  specifica all’inizio

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Voli Pindarici

Perchè assecondare le inclinazioni dello spirito

Qualche strano filosofo dell’antica Grecia forse lo diceva, o forse mi sto sbagliando e non serve tornare nella Grecia di millenni fa: dobbiamo sempre assecondare ciò che lo “spirito” ci dice. In che senso? Nel senso che dobbiamo sempre seguire le sue indicazioni, anche quando esse non coincidono con quelle della mente. C’è chi parla di cuore e cervello alla frase fatta “segui il tuo cuore“, a me piace parlare di anima con uno spirito e di individuo con una mente ragionevole. Che forse poi è lo stesso di cuore e cervello, ma lasciate che, da individualista quale sono, pensi che la mia teoria sia “speciale” ed “unica”. Ecco, dicevo, spesso la mente e lo spirito non vogliono la stessa cosa. E in noi avviene una sorta di dissidio interiore fra quel che vorremmo essere (cioè ciò che lo spirito vuole) e ciò che dovremmo essere (cioè ciò che la mente vuole). Che si fa, a quel punto? C’è una crisi della persona, indubbiamente. E come si supera? Beh, scegliendo quale percorso intraprendere e quale dei due far prevalere. Un round combattuto con premio la felicità Io li ho vissuti entrambi, con il primo round spirito- mente, vinto da quest’ultima. Ho lasciato che essa si impossessasse totalmente della mia anima, del mio corpo, che il mio spirito fosse totalmente subordinato al rigore scientifico di un organo perfetto, perchè credevo che così dovesse essere. Credevo che fosse quello il percorso giusto per il raggiungimento della felicità. E invece ho fallito miserabilmente. 1-1 spirito- mente. Un round combattuto: una partita favolosa alla quale assistere (un po’ meno, quando la si vive). Complimenti alla scelta giusta che è subito ovvia dopo aver preso quella sbagliata! Nonostante tutti gli ostacoli, le difficoltà, le inversioni di rotta, mai dimenticare quanto sia soddisfacente dire di essere esattamente chi volevamo essere. Mai tralasciare il nostro benessere per una mente meccanica che ci impone decisioni non nostre. La vera felicità è la pace con se stessi. E, per averla, non bisogna tradire la propria natura. Abbiamo un vincitore.

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Voli Pindarici

Lontano. Io e te. Ascolta il mio canto

Lontano. Andare, correre, via, senza meta. Lontano. Fuggire da tutto, anche da se stessi. Da ogni rumore che non sia voce, che non sia suono, che non sia armonia, che non sia un canto di rigenerazione. Respirare, come una chioma d’albero che oscilla, tra le stelle superne di questi cieli, troppo spesso coperti dalla malinconia, troppo spesso offuscati dalle lacrime. Lontano. Soffiare su un fiore le nostre lacrime. Lontano. Vivere, vivere senza ombre, senza i fantasmi delle nostre notti insonni. Vivere, senza l’ombra dei rimpianti, senza i fantasmi dei turbamenti. Lontano. Io e te. Lontano. Oltre il canto del mare, e l’eco perfetta delle sue onde. Lontano, oltre i mari e i silenzi. Lontano, per vivere, sollevando il nostro cuore sopra quel baratro dei rumori molesti.  Strappiamo le vesti di quel fantasma che aleggia sopra le nostre paure. Credi che il tempo possa guarire le piaghe? Credi che il tempo possa lenire ferite che dolgono? Credi possa essere il balsamo che cura come un miracolo? Lontano, la mia mente fantastica viaggi, mete arcane, promontori eccelsi ove rinascere. Lontano, il mio credo si spinge, verso l’onda che eterna rinasce. E in quelle immensità si perde, libero, vagando fra le celesti rive e le sedi remote, lontane. E dove credi si perdano le onde al di là dell’orizzonte? Sì, arrivano a mescersi al cielo, sì, lì, lontane, lontane dai nostri rumori, lontane dalle nostre paure, lontane dai nostri affanni. Nel silenzio, nella pace. Lontano. E andare, percorrendo cieli, percorrendo mari, volando liberi. Ah, lontano. Vorrei correre, via, e mescolarmi al mare, mescolarmi al cielo, diventare Sole, diventare stella, vento, luce. Ondeggiare come una spiga di grano in un campo d’Estate. E perdermi, disperdendo la mia voce come un’eco sulle alture sconosciute al passo dell’uomo. Terre lontane, ove i nostri canti diverranno favole antiche d’un tempo. Favole belle. E vivere, e librarmi nell’aria, come un soffione leggero. Io e te. Lontani da questo mondo stravolto, da queste ombre deformi, lontani da tutti i suoi fantasmi, lontani da tutti gli affanni. Felici, finalmente leggeri e felici. Io e te. Accetta questo mio invito, prendi la mia mano, lasciamo dietro di noi le ombre del tempo, lasciamo i rimpianti, le illusioni, gli inganni, dimentichiamo il mondo. Ascolta il mio canto, ascolta il mio pianto. Lontano Vorrei dirti ascolta, ascolta questo mio cuore, ascolta questo mio pianto, via, lontano, dammi la tua mano, andiamo lontano. Lontano.

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Teatro

Lo Specchio di Adriano al Teatro Il Primo

Con “Lo Specchio di Adriano” Arnolfo Petri ci aveva promesso una rivisitazione, liberamente ispirata, de’ Le memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, e cosa trova lo Spettatore che arriva al Teatro Il primo? Innanzi tutto una scenografia suggestiva: completamente nera, illuminata da decine di candele che moltiplicano la loro luce nei frammenti di specchi, abbandonati qua e là, dispersi, e manciate di terra, grigia, a ricordarci da dove veniamo e dove ritorneremo. Chi ha letto il libro famosissimo, celebre della Yourcenar sa bene che si troverà ad entrare, penetrandone la mente, nelle speculazioni di un filosofo: Adriano, l’Imperatore Elleno, che visse poco a Roma, che non aveva legacci, ché il suo viaggio, la sua sete di conoscenza, la sua smania culturale non avevano confini, che amò sommamente Atene, la Patria di Tutto e delle cose più ben fatte, e che, se un solo legame aveva, era nell’amore di un Greco, Antinoo. Il lungo, fiorito monologo di Petri ben si presta al tipo di narrazione, in prima persona, dell’opera della Yourcenar, ma ha uno stile nuovo, particolare. C’è una leggerezza fresca nell’Adriano vestito solo di una tunica bianca, un’immediatezza nel dialogo, nei concetti, che travalica la loro complessità. Mai monotono, mai patetico, eppure tragico fino al pianto. Lo Specchio di Adriano è lo spettacolo dei Valori assoluti: cos’è la Vita? E cos’è la Morte? È la continuazione della Vita, o la sua negazione? È la Giovinezza? È davvero superiore alla Vecchiaia? O non è forse la Vecchiaia il momento della massima pienezza? Abbiamo un’Anima? E se sì, cos’è? Finirà con noi, o farà un viaggio, al di là, come pensano gli Egizi, come immaginano i Romani? E la Divinità? Si cura di noi, o piuttosto vuole il nostro sangue? E l’Amore? Puro contatto di anime con Plotina, o sentimento passionale omosessuale per Antinoo? E la Bellezza? Cos’è la Bellezza? Perchè il corpo è così importante per gli Uomini? Non sarà che forse il corpo è un prolungamento dell’Anima e di essa lo specchio? Il finale è totalmente originale, innovativo rispetto al precedente letterario, e profondamente attuale: Adriano sta per morire, ma, qualunque cosa sia la Morte, la affronterà sereno, se saprà che ci resterà sarà in grado di ritrovare ciò per cui è morto: la Libertà, la fratellanza, l’Etica che ci distingue dalle belve e ci fa esseri pensanti, per ritrovare questi valori e sconfiggere il Dio del Nulla. Con un finale del genere non solo Petri si pone come il degno epigono di un’Opera letteraria così importante, ma parla a queste, e alle generazioni future infinitando il suo Dramma.   -Lo specchio di Adriano- [custom_author=Jundra]

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Voli Pindarici

Il viaggio

Viaggio affonda le sue radici etimologiche nella parola provenzale viatge, a sua volta derivante linguisticamente e per estensione dal termine latino viaticum. Intraprendere un viaggio vuol dire spostarsi fisicamente ma anche una lettura  può far compiere un viaggio di noi stessi con la fantasia. Secondo i principi della psicoanalisi di Freud, il viaggio ha valenze inconsce e gnoseologiche, corrisponde alla sintesi tra i processi di cambiamento e di identità, corrisponde alla ricerca della propria identità perduta oppure alla sua riaffermazione dopo un periodo di incertezze: è conoscere, dunque, il Mondo per affermare e riaffermare il sé. Compiere un viaggio vuol dire anche maturare se stessi, intraprendere quel sentiero chiamato vita e compiere dentro, entro la nostra anima, un movimento verso un altro noi stessi, ossia verso il noi arricchito dell’esperienza. La crescita è dunque un viaggio, il viaggio della vita è crescere. In qualsiasi testo di letteratura vi è la descrizione di un viaggio, sia esso tra le genti, tra le terre, tra le corde della propria interiorità. Leggendo i testi letterari, sia in prosa che in poesia, ci si ritrova a compiere come lettori i viaggi dei personaggi, ad esempio verso terre lontane o sconosciute, si pensi al poema cavalleresco L’orlando furioso di Ludovico Ariosto, verso terre del meraviglioso, si pensi al Lai Guigemar di Maria di Francia, verso terre conosciute o vicine, si pensi all’epistola Ascesa al monte ventoso di Francesco Petrarca, oppure verso il proprio destino di riscatto, si pensi al romanzo Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas e ci si ritrova a partecipare come lettori alle emozioni di tali “viaggiatori” letterari, ai loro intimi viaggi sentimentali. In questo caso si pensi a Le ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo ed a L’ingegnoso nobiluomo Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes Saavedra: due romanzi che appaiono diversi tra loro ma che alla base hanno l’uguale radice del viaggio lungo il sentiero della vita. Jacopo è un uomo diviso tra l’amore per la sua “divina fanciulla” Teresa e l’amore verso un Mondo che gli mostra indifferenza, l’indifferenza del Mondo al Mondo stesso e Don Chisciotte è un uomo che volendosi estraniare proprio da quel tipo di Mondo vorrebbe non vivere il viaggio letterario del suo modello cavalleresco Amadigi da Gaula solo come lector ma come agens, egli stesso divenire il protagonista di un romance epico, egli stesso divenire un eroe letterario. Egli, da solo, cambiare il Mondo. Don Chisciotte arriva, così, a confondere, riprendendo una terminologia psicoanalitica, il principio di piacere con il principio di realtà, facendo superare, così, alla fantasia la realtà andando a spostare il baricentro di quell’altalena epistemologica di matteblanchiana concezione e non ritrovando, così, il giusto equilibrio tra coscienza ed inconscio, intendendo la prima come sede della realtà ed il secondo come sede dei desideri profondi. Jacopo Ortis e Don Chisciotte, così, sono simili perché entrambi rifiutano un mondo ut nunc est, come è dato nel loro contemporaneo, ed entrambi restano inermi di fronte all’impossibilità di mutare l’esterno secondo i desideri […]

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