Seguici e condividi:

Eroica Fenice

La Tag: recensioni teatrali contiene 31 articoli

Recensioni

In nome del padre: patriarchi in frantumi

In nome del padre, di e con Mario Perrotta, nel cartellone del Piccolo Bellini dal 4 a 9 febbraio, sancisce l’inesorabile declino del patriarcato. Mario Perrotta, con la consulenza dello psicanalista Massimo Recalcati, con In nome del padre indaga la dimensione del rapporto padre-figlio: tale dimensione complessa e in piena crisi è analizzata con profondità e attenzione per le cause, i sintomi e le conseguenze che tale crisi porta con sé. Perrotta regge da solo l’intero dramma vestendo i panni di tre padri, dando voce ad altrettante dinamiche familiari, spostandosi con la sola lingua su e giù per lo stivale e per la scala sociale. Tre padri ischeletriti si aggirano confusi, disorientati e disarmati su una scena essenziale, tra gli scheletri metallici del Discobolo, del Pensatore e del Galata morente. Perrotta è un caporeparto di una fabbrica, veneto, ignorante, un leader sul lavoro, fragile e insicuro in famiglia. Mortificato e svilito da sua moglie, incapace di instaurare un dialogo con il figlio, indirizzato da un amico, si rivolge ad uno specialista. Le cause del silenzio che regna tra lui e il suo Lessandro, questo padre le rintraccia nel dislivello culturale, nella mancanza di una lingua comune che permetta ad un padre dialettofono di dialogare con un figlio ben istruito, nella mancanza di interessi comuni. Ma il problema non è il veicolo della comunicazione, bensì la posizione degli interlocutori: il timore reverenziale del padre verso il figlio nasconde i cocci di una figura genitoriale andata ormai in frantumi. Questo padre non ha la statura morale e psicologica che gli permetterebbe di essere un modello per suo figlio, una guida: nel tentativo di trovare i confini della figura di padre si affida, allora, allo stesso figlio. Perrotta è il padre di Giada, napoletano, marito tradito e a sua volta traditore. Giovane a tutti i costi, fa serata con la figlia e le sue amiche adolescenti, italianizza l’inglese fino a partorire una mostruosa lingua ibrida, uno slang che lo faccia sentire moderno, al passo con le sue frequentazioni. Guidato solo dai consigli dei tarocchi questo padre perde le coordinate, smarrisce i confini netti e invalicabili del rapporto padre-figlio e produce un cortocircuito, una relazione tra pari pericolosamente equivoca, spaventosamente incestuosa. Perrotta è Sciacca, giornalista e intellettuale siciliano, padre ostentatamente illuminista, comprensivo, presente. Sciacca davanti all’atarassica clausura del figlio Virgilio si interroga, si lambicca in congetture, interpretazioni, indagini diagnostiche improbabili e sconclusionate, per poi fermarsi sulla soglia dei silenzi di suo figlio. Sciacca parla ad una porta chiusa e non osa oltrepassarla: è immobilizzato dal terrore, incapace di entrare nella vita del figlio e farsi da guida.  Alessandro, Giada e Virgilio sono figli orfani di modelli, di guide, figli costretti, di fronte alle continue invasioni di campo dei loro padri, a mettere argini, tracciare confini, innalzare mura e barricate. Sono figli affetti da Hikikomori: la loro difesa è l’isolamento, la chiusura rispetto al mondo, una chiusura che lasci intatta la loro purezza, che lasci loro il tempo per trovare se stessi, per tracciarsi una […]

... continua la lettura
Teatro

Geppi Cucciari in Perfetta: che fatica essere donne!

Un palcoscenico privo di scenografia, invaso da una luce azzurra proiettata sullo sfondo, che tratteggia, attraverso il gioco d’ombre, una figura al centro della scena: una donna, dai capelli legati, con le mani lungo i fianchi, che recita, senza l’esigenza di una dizione perfetta, puntando alla battuta, alla risata, utilizzando l’arma più efficace per ottenere un risultato positivo: il racconto della quotidiana verità. È Geppi Cucciari ad indossare i panni dell’unica monologante dello spettacolo Perfetta, scritto e diretto da Mattia Torre in scena la Teatro Diana di Napoli lo scorso 27 gennaio; la protagonista è una venditrice d’automobili, moglie di un uomo-pianta, apatico e gentile, madre di due figli e sopportatrice di una suocera gastronomicamente invadente, che racconta con straordinaria semplicità quattro martedì del mese, quattro giorni che scandiscono le fasi del ciclo mestruale di una donna, rendendola sempre diversa nel modo di approcciare alla vita privata ed alla vita lavorativa. La stessa comica sarda preannuncia, dopo un breve excursus sul traffico che avvolge i pensieri, quale sarà la modalità di narrazione dell’atto teatrale: sarà la sola a raccontare quattro martedì che compongono un mese, affrontati in misura delle fasi del ciclo, decretando come la macchina perfetta che rende la donna diversa dall’uomo, cambi e regoli gli stati d’animo, le passioni, il raggiungimento degli obbiettivi. Si parte con un cambio di luci, un rosso sempre più fiammante colora lo sfondo, segnando l’inizio della prima fase ciclica: giorno 7, fase: mestruazioni. Sull’onda del “non devo piangere”, “non devo piangere” e “puntualmente piango, ho il ciclo da un’ora”, Geppi Cucciari racconta com’è vivere durante i giorni del mestruo, descrivendo con vivacità e poca attitudine alla sopportazione tutto ciò che la circonda: a partire dal marito, definito un uomo pianta, che non si aspetta più nulla dalla vita, forse per questo a tratti moralmente superiore, rispetto alla nevroticità della moglie, continuando con Carmen, la collaboratrice domestica, in grado di rispondere esclusivamente con un passivo “si signora”, proseguendo con il luogo di lavoro, in cui la difficoltà a concludere la vendita di macchine è data dall’insofferenza dettata dal ciclo stesso, che rende la donna “immersa nell’acqua” senza possibilità di respiro, terminando con la suocera a cena, depressa e ammiratrice della cucina partenopea al punto di propinare una genovese tale da “deprezzare l’immobile”. Fortuna vuole che i giorni passino e il calendario segni il 13 del mese, la seconda fase, chiamata follicolare. Tutto è in rinascita, si apprezza il bello, si aspetta senza batter ciglio, anche il fioraio lento lentissimo nel confezionare i fiori; ogni possibilità di successo è resa possibile: Geppi racconta di vendere macchine su macchine, utilizzando tecniche persuasive che si muovono al motto di “quest’audi ha ucciso la sinistra italiana, tutti hanno iniziato a dire la voglio pur io”; così descrive quella che è la primavera tra le quattro fasi del ciclo: uno sbocciare di desideri, una manciata di sì, che si conclude con un marito-pianta utilizzato come “oggetto sessuale a mio piacimento”. La terza fase risponde al nome di ovulatoria ed […]

... continua la lettura
Recensioni

Apologia di Andrea Chiodi: carnage al Mercadante

Dal 28 gennaio al 2 febbraio va in scena al Mercadante Apologia: Kristin e i suoi figli sono i protagonisti di un carnage familiare. Andrea Chiodi mette in scena, con grande fedeltà e sapiente ricostruzione, Apologia, un testo di Alexi Kaye Campbell. La quarta parete è quella di una casa di campagna: dentro, in occasione di una cena di compleanno, va in scena lo psicodramma di una normale famiglia inglese. Elisabetta Pozzi, in una performance fuori dall’ordinario, rende tutta la portata ingombrante e asfissiante di Kristin Miller, storica dell’arte, donna colta, appassionata estimatrice della rivoluzione artistica di Giotto, impegnata, salvatrice e redentrice del mondo occidentale. Kristin è, però, agli occhi dei suoi due figli, anche una madre disattenta, giudicante, distante e talvolta assente. Nelle sue parole tutto il disappunto nei confronti di Peter (Christian La Rosa), finanziere che stupra il terzo mondo, nel pieno di una conversione religione, promesso sposo di Trudi (Francesca Porrini), ragazza americana ultra cattolica, perbene, a tratti perbenista, e Simon (Emiliano Masala) scrittore in crisi, da tempo in depressione, prosciugato dall’amore per Claire (Martina Sammarco), attrice di avvilenti soap opera. Il compleanno di Kristin: quale occasione migliore, per figli e nuore, per una resa dei conti. Lei è una madre assente, insensibile, quasi sorda quando presente; è una suocera esigente, intransigente, intollerante di fronte al pressappochismo, spietata nei giudizi e nelle sentenze. Simon e Peter, da sempre sovrastati dall’ombra asfissiante della madre, vedono in questa reunion l’occasione per guardare in faccia il proprio passato come si fa con una vecchia foto. È l’occasione giusta per la vendetta contro una madre da cui si sono sentiti abbandonati e ignorati, una madre che li considera panni sporchi da lavare in famiglia, che tace i loro nomi nei suoi memoires. Dialoghi fitti, pochi e densissimi silenzi, una fiumana di botta e risposta che cela un innesco, un ordigno pronto a saltare: una macchia di vino su un abito da 2000 sterline sarà la scintilla. Da lì in poi il carnage: ingratitudine, rancore, accuse più o meno velate, vecchi attriti che diventano urti devastanti, rivelazioni, scheletri che escono dagli armadi e fanno danni incommensurabili. Kristin, forse paralizzata dal senso di colpa, finge di non capire, davanti alle proprie responsabilità devia, cambia strada, gira lo sguardo per continuare a non vedere. La soluzione arriva da chi meno te lo aspetti: Trudi, ingenua e semplice ragazza americana, che ha trovato in Gesù la strada in discesa, la soluzione per una vita facile, incarnazione della superficialità americana, è colei che riesce a trovare il filo spezzato in un groviglio di risentimenti e sensi di colpa. Il perdono: è il perdono, che Kristin non ha mai concesso a se stessa, la soluzione. foto: https://www.teatrostabilenapoli.it/evento/apologia/#gallery/e4b5e24f52ebc566d006664de03a9005/2828

... continua la lettura
Recensioni

Malacrescita di Mimmo Borrelli: storia di sangue

Mimmo Borrelli è al Teatro Nuovo, dal 10 al 12 gennaio, con Malacrescita, testo potente e conturbante tratto La madre: ‘i figlie so’ piezze ‘i sfaccimma  Con Malacrescita Mimmo Borrelli, ancora una volta, ruba, depreda, saccheggia la tragedia greca: lo fa per costruire personaggi dalla statura mastodontica, per raccontare un agghiacciante presente, per turbare e scuotere coscienze, per ottenere la catarsi, per plasmare la sua lingua. Malacrescita porta in scena una rediviva Medea, Maria Sibilla Ascione, figlia di camorrista, moglie di Santokanne, il camorrista Francesco Schiavone, madre di due gemelli che lei stessa rende dementi, avvinazzandoli. Malacrescita nasce dall’inevitabile esigenza di narrare la storia di come un uomo, un marito, un amore possono ridurre una donna, portarla alla più truce, crudele e innaturale delle vendette: quella di Medea sui suoi figli. Mimmo Borrelli presta la sua voce ai due gemelli, figli nati dall’amore di Maria Sibilla per Schiavone, eppure non voluti: quella di Maria Sibilla è una maternità che nasce dal vizio, non dal desiderio. I due gemelli, pasciuti con il vino, vengono resi inabili e abbandonati da una madre che, come Medea, vede in loro l’unica possibilità di vendicarsi del proprio uomo: tutti sapranno che Schiavone è padre di due figli scemi. Sono proprio i gemelli a

... continua la lettura
Recensioni

In girum imus nocte et consumimur igni: la deriva dell’uomo postmoderno

In girum imus nocte et consumimur igni, Roberto Castello e ALDES presentano l’epopea dell’uomo postmoderno al ridotto Bellini. Il 3 volte Premio UBU Roberto Castello porta sul palcoscenico del Piccolo Bellini con In girum imus nocte et consumimur igni(Andiamo in giro la notte e siamo consumati dal fuoco), uno spettacolo di danza, cinema e teatro, che prende il titolo da un enigmatico palindromo latino di incerta origine, e che affronta, in modo del tutto inedito e sperimentale, la crisi dell’uomo. ALDES è una sorta di compagnia acefala, priva di un capocomico, una compagnia di artisti e operatori culturali che dal 1993 si occupa di sperimentazione artistica. ALDES, sotto la direzione di Roberto Castelli,  fonde le arti, abbatte i muri tra cinema, teatro, danza, musica nella convinzione che l’arte possa parlare a tutti di tutto. L’arte può e deve parlare di ciò che artistico non è, come la confusione, lo smarrimento e il disorientamento dell’uomo nel presente. Quattro attori vestiti di nero (Alice Giuliani, Mariano Nieddu, Giselda Ranieri, Stefano Questorio) si muovono convulsamente, scompostamente, come in trance. Non c’è colore, non ci sono parole: una luce bianca, fredda, illumina a tratti, taglia la scena, crea immensi bui, vertiginosi coni d’ombra. Una danza frenetica, ritmata ma convulsa occupa la scena: 60 minuti di musica, un loop elettronico, assordante e ossessivo, accompagna il naufragio dell’uomo, della società, dell’Italia contemporanea. Lo spettatore, ipnotizzato dalla musica e dalle immagini, si immedesima negli eroi di una tragedia: una tragedia in cui non c’è violenza, non c’è sangue, ma solo smarrimento, caos, perdizione. Gli eroi di questa tragedia non combattono, non aspirano, non corrono: si muovono a vuoto, sbattono come mosche in un barattolo, cercando un dio nel denaro e nella vanità e stanchi, sfiniti e avviliti smarriscono la strada. In girum imus nocte et consumimur igni è il commovente ed empatico ritratto della misera condizione umana, un ritratto che non vuole condannare, stigmatizzare, che non ha la presunzione di offrire soluzioni, vie d’uscita o di fuga, ma solo vuole testimoniare, riferire, fotografare, gettare luce sul presente. É, dunque, lo spettacolo a dare un senso al titolo e non viceversa: il palindromo latino di incerta derivazione, nello spettacolo di Roberto Castello, prende la forma di un girovagare nelle tenebre, alla vana ricerca di una luce. foto: comunicato stampa

... continua la lettura
Recensioni

Il maestro e Margherita: in scena l’umano e il sovrumano

Al Mercadante, dal 10 al 15 dicembre, va in scena Il Maestro e Margherita, romanzo dalle immagini potenti e oniriche di Bulgakov, riscritto da Letizia Russo. Chiunque abbia letto Il maestro e Margherita andrà a teatro incuriosito e allo stesso tempo prevenuto; si siederà sulla sua sediolina di velluto con lo sguardo di chi pensa: “non ce la faranno mai!”. Poi lo spettacolo ha inizio e, nell’arco di quasi 3 ore, ondate di immagini, suoni, parole e colori investono lo spettatore, lo stordiscono. Ventuno personaggi, undici porte che danno su una scena scarna, spoglia, essenziale. Undici porte ingoiano e risputano continuamente personaggi, oggetti, voci, storie. Bulgakov ci propone una verità poco plausibile, troppo assurda per risultare credibile, troppo terrificante da poter accettare: è la verità del sovrumano. Solo un’architettura impressionante, complessa e solida come quella costruita dalla regia di Andrea Baracco e dalla scenografia di Marta Crisolini Malatesta poteva rendere efficacemente la terrificante assurdità del sovrumano. A sigillare i pezzi di questa mirabile e funambolica architettura, una sequenza di immagini di rara potenza: una Pietà in cui sono le braccia di Ponzio Pilato (Francesco Bonomo) a tenere il corpo morto di Jeshua (Oskar Winiarski); anime dannate per l’eternità sfilano su passerelle di legno; una corda diventa le onde di un fiume; un treno in corsa, dalle luci accecanti che invadono la sala, mozza il capo di Berlioz (Francesco Bolo Rossini). «La magia nera non è poi così nera per un popolo che ha rinunciato al mistero», denuncia Margherita. Satana è a Mosca e presto tutta la città se ne accorgerà. Il perturbante e seduttivo Woland, che ha la voce e il corpo di un magnetico Michele Riondino, con il suo seguito demoniaco composto dal gatto Behemoth (Giordano Agrusta), il mago/ maggiordomo Korov’ev (Alessandro Pezzali) e la pestifera strega Hella (Carolina Balucani), ha tutta l’intenzione di portare scompiglio e disordine, nella Russia comunista, in un mondo ormai appiattito, disidratato dall’avidità e dalla cupidigia. Nel mondo di Bulgakov l’unico Dio è Satana: è lui a decidere il corso degli eventi, è lui a decidere cosa ne sarà di ogni personaggio. Woland, come un Dio capriccioso e ammaliatore, gioca con le persone, le manipola, le confonde, taglia e cuce a suo piacimento il tempo e lo spazio. I personaggi, da questo gioco, ne escono scossi, provati, sfibrati. Solo Margherita riesce a muoversi con sicurezza in un mondo di ombre e forze demoniache, a guardare in faccia, senza paura, la terrificante realtà del sovrumano. “Questa pace che non è pace è la sola cosa che mi fa paura” Per Margherita la vita senza il Maestro, l’uomo a cui è legata da un amore irriducibile, è una prospettiva spaventosa, agghiacciante, è una pace che non è pace: dunque, quando Satana, un Dio che ama gli uomini nella loro libertà, le darà la possibilità di scegliere, Margherita preferirà l’Inferno ai doni di Dio. Abbiate letto o meno Il maestro e Margherita, andate al Mercadante e immergetevi nel mondo pirotecnico e caleidoscopico di Bulgakov! foto: https://www.teatrostabilenapoli.it/  

... continua la lettura
Teatro

Opera talk show: riparte al teatro Diana la rassegna lirica con L’Otello

Opera talk show è la rassegna lirica, a cura del regista Riccardo Canessa che è ripartita al teatro Diana con l’Otello di Giuseppe Verdi Mercoledì, 4 dicembre al teatro Diana il regista Riccardo Canessa ha inaugurato la terza stagione di “Opera talk show”, una rassegna lirica finalizzata alla divulgazione del melodramma, che ha aperto i battenti di questa nuova stagione con l’Otello di Giuseppe Verdi. Lo scopo dell’autore dello spettacolo è quello di riuscire a rendere comprensibile la grande tradizione operistica, utilizzando un linguaggio comunicativo moderno e pop, accessibile a tutti, distanziandosi dal solito modo di divulgare il melodramma, propriamente tecnico e riservato ad un pubblico di poche persone esperte di musica classica, profondamente elitario. L’avventura del regista è iniziata nel 2015 nella scuola media Carlo Poerio, presentando il melodramma ad un pubblico di soli giovani. In un secondo momento, ottenuto un notevole successo, ha deciso di portare lo spettacolo divulgativo (che in un primo momento aveva luogo in ville e palazzi signorili) a teatro, cavalcando i più importanti palcoscenici della città di Napoli: dal San Carlo al Sannazaro, passando per il teatro Diana. Utilizza un linguaggio decisamente pop e inserisce dei brevi approfondimenti video sul melodramma che si focalizzano sui cambiamenti tonali e sulle melodie evocative, ragionando  sull’utilizzo sapiente della strumentazione delle opere; tutto ciò con coinvolgimento e amore viscerale del melodramma ottocentesco che trasuda dal suo particolare modo di attirare l’attenzione col quale trasporta il pubblico  tra gli interstizi dei recitativi e delle arie, smascherando l’opera della solita maschera tediosa che gli è stata affibbiata e invitando magistralmente lo spettatore a calarsi  nella magia senza tempo del melodramma, tra i suoi arabeschi musicali e tra le melodie  passionali di note feroci e scottanti e pregne di eterno.   Riccarco Canessa presenta l’Otello di Giuseppe Verdi al teatro Diana per l’Opera Talk Show «Esultate ! L’orgoglio Musulmano sepolto è in mar; nostra e del ciel è gloria! Dopo l’armi lo vinse l’uragano!» Otello, giunto all’isola di Cipro, proclama la vittoria contro i Turchi e intona L’Esultate!. Da come si evince, il brano, intonato dopo la sortita alle truppe del nemico musulmano, è ad apertura del I atto. Un uragano fu ciò che aiutò  il comandante moro, capo delle truppe veneziane, a sconfiggere i turchi; così come un uragano stesso sarà anche ciò che investirà l’animo di Otello, sbaragliando ogni certezza, sradicando la fiducia verso la sua amata Desdemona, un uragano di diverso tipo, composto da un turbinio di passioni, da un’onda di gelosia che si infrangerà sulla battigia della ragione riducendola a brandelli. Canessa ci ha tenuto a presentare l’Otello come un flusso musicale continuo, in cui l’assenza della classica forma chiusa, della romanza, di melodie indipendenti dall’insieme, appunto, è un filo conduttore che man mano tende a strutturare il melodramma con un costante crescendo di passioni distruttive, con melodie che finiranno con l’essere sempre più introspettive, fino a spingersi nelle voragini dell’animo ferito del protagonista. La rovina dell’eroe sorge da un profondo inganno ordito dall’alfiere Iago che, nutrendo per […]

... continua la lettura
Recensioni

La panne: l’opera surreale di Friedrich Dürrenmatt al Teatro Mercadante

Al Mercadante dal 27 novembre all’8 dicembre va in scena la surreale trama de La panne Esistono ancora storie possibili? È questo l’interrogativo con cui si apre La panne, opera surreale tratta dall’omonimo romanzo di Friedrich Dürrenmatt. Una storia impossibile, perché non vera, diventerà possibile, quasi reale. La panne, testo riadattato e diretto da Alessandro Maggi, affronta un tema di capitale importanza: la verità. La verità ne La panne diventa un concetto opinabile: può risultare vero anche ciò che non lo è, nemmeno parzialmente. Può risultare credibile, fino al punto da sembrare vero, anche ciò che non è mai accaduto. Alfredo Traps, interpretato da Giacinto Palmarini, è un ordinarissimo agente di commercio, la cui vita è scandita da un modesto lavoro, che conduce non senza ricorrere a mezzucci e piccoli imbrogli, una moglie, quattro figli e qualche adulterio. Traps rimasto bloccato perchè la sua costosa studebaker è in panne, trova ospitalità presso la villa del signor Werge (Stefano Jotti), giudice in pensione che, per sopravvivere al tedio e alla lenta decadenza fisica e mentale alla quale il pensionamento conduce, assieme ad altri ex giuristi ogni sera “gioca al tribunale”. Le cause di solito sono incentrate su personaggi storici: So­crate, Gesù, Giovanna d’Arco, Dreyfus. Ma avere a disposizione “materia viva” sarà per loro un gioco ancora più divertente perchè più perverso e reale. Traps non ha commesso nessun crimine: la verità dei fatti è questa. Ma il gioco dei quattro pensionati non necessita di fatti, evidenze, verità incontrovertibili. Zorn, ex pubblico ministero interpretato da Nando Paone, riuscirà a dimostrare che Traps è un assassino: un assassino così abile da aver ucciso il suo principale, il signor Gygax, senza versare una goccia di sangue. Mentre il gioco, che si svolge durante una cena luculliana, si fa sempre più divertente per gli ex giuristi, per Traps diventa sempre più reale. Traps si sente costretto nella sua ordinaria e modesta vita di agente di commercio e vede in questo omicidio così sapientemente architettato la possibilità di rendere «più difficile, più eroica, più preziosa» la sua meschina vita di imbrogli e adul­teri. L’esito sarà dei più tragici: tanto tragico quanto surreale. In un clima leggero e goliardico, quello di una cena tra uomini, Dürrenmatt pone una domanda all’apparenza facile: esiste una verità unica, oggettiva,  immutabile, oppure ognuno può costruire una propria realtà dei fatti, ricostruire a proprio piacimento il passato e la verità? foto: https://www.teatrostabilenapoli.it/evento/la-panne/#gallery/91f068198a6788320fdec74cd167277c/2991

... continua la lettura
Recensioni

Rumori fuori scena con Valerio Binasco al Teatro Bellini

Divertente, assurdo, erotico. Valerio Binasco porta in scena al Teatro Bellini Rumori fuori scena,  tratto dal testo dell’inglese Michel Frayn. Diventato ormai un cult del teatro contemporaneo, lo spettacolo mette in evidenza le dinamiche, spesso nascoste all’occhio e alla coscienza del pubblico, che intercorrono tra gli attori, il regista e non solo nell’allestimento di una rappresentazione teatrale in chiave tragicamente comica. Il bisogno di usare ossimoro è dettato proprio dal fatto che, da spettatrice, indipendentemente dalle risate al susseguirsi delle scene, rimane sempre una vaga sensazione di inquietudine. In ogni caso Rumori fuori scena è da considerarsi senza alcun dubbio un testo appartenente al genere comico e basa la sua comicità sull’elemento dell’equivoco. Tutto inizia con l’allestimento della messinscena di Niente addosso di Robin Housemonger. Il regista è Lloyd Dallas, interpretato dallo stesso Valerio Binasco, mentre la compagnia è composta dagli attori con le esperienze più disparate: partendo dai professionisti ai “raccomandati”. La quarta parete non viene solo squarciata, non è mai esistita. Con il sipario già aperto e Lloyd/Valerio che scorrazza tra il pubblico, interagendo a tratti con esso, i personaggi iniziano a presentarsi al pubblico in duplice veste: quella dell’attore e quella più propriamente umana e fragile. Il tempo è quello delle prove generali, quindi l’elettricità e la confusione hanno la meglio. Ognuno dei personaggi ha dentro di sé un piccolo dramma interiore che inevitabilmente si riversa con una forza moltiplicata per nove sulla riuscita dell’esecuzione. Prima fra tutti c’è Dotty che, oltre ad aver investito gran parte dei suoi averi sul risultato dello spettacolo, si trova in difficoltà con i continui cambiamenti e l’aggiunta di elementi sulle sue scene. Poi c’è Selsdon con evidenti problemi di alcolismo, Garry che non riesce ad improvvisare, Brooke che, inizialmente, non riesce nemmeno a capire di avere un problema. A ciò si aggiungono gli scandali all’interno della compagnia, alimentati dai pettegolezzi di Belinda che saranno la prima causa dello sfacelo degli equilibri. Verso la fine del primo atto si scopre l’esistenza di un triangolo amoroso e ciò porterà ad un accorciamento ancora più importante della distanza tra finzione e realtà. Nel secondo atto la scenografia fa un giro di 180° e ci ritroviamo dietro le quinte della compagnia. Inizia il debutto dello spettacolo e l’elemento che pervade l’atmosfera è quello della fragilità umana. I rapporti tra gli attori sono gravemente compromessi ed essi rispondono a ciò portando materialmente in scena il proprio malcontento. Il regista è sparito, lasciandosi alle spalle le proprie responsabilità, attuando un vero e proprio ghosting, per poi comparire nuovamente rivestendo non i panni del suo ruolo professionale, bensì quelli di un uomo e i suoi desideri. Il punto di rottura estremo è rappresentato nel terzo atto. I personaggi non esistono più, così come non esiste più la messinscena dello spettacolo. Sul palco prendono finalmente vita le voci degli attori, delle loro persone. La finzione è una maschera troppo debole e non può arginare le debolezze e le fragilità della compagnia. Da rumori fuori scena, si passa ad […]

... continua la lettura
Recensioni

L’onore perduto di Katharina Blum in scena al Teatro Mercadante

L’onore perduto di Katharina Blum: al Mercadante in scena, dal 12 al 17 novembre, è la rappresentazione teatrale del romanzo di Heinrich Böll riadattato da Letizia Russo, per la regia di Franco Però. Venerdì 20 febbraio 1974: è carnevale, i coniugi Blorna, Hubert (Peppino Mazzotta) e Trude (Ester Galazzi), sono in partenza per una meritata vacanza in montagna; Katharina (una bellissima e algida Elena Radonicich) la loro impeccabile e adorata governante, ha due settimane di paga anticipate e una serata libera in un giorno di festa. L’idea è quella di andare ad una festa e di ballare: ballare, tutta la serata, da sola. Le cose non andranno secondo i programmi: l’incontro di Katharina con Ludwig Götten, un assassino, probabilmente un terrorista, ricercato e latitante, sconvolgerà non solo i suoi piani per la serata, ma l’intera sua esistenza, che ne uscirà irreparabilmente devastata.  Katharina è protagonista e al tempo stesso narratrice della sua storia: una storia che viene raccontata a ritroso in un flashback che si dipana a partire da un omicidio. Ludwig Götten è un personaggio totalmente assente nella messa in scena: la sua assenza non fa altro che aumentare il senso di abbandono e di ingiustizia che perseguita Katharina. Da Ludwig e dall’amore per lui deriveranno tutti i mali che per un inspiegabile riflesso incondizionato si rovesceranno su Katharina.  L’onore perduto di Katharina Blum: il sacrificio di un innocente L’onore perduto di Katharina Blum mette in scena lo scontro quotidiano tra la virtù e la calunnia, il pregiudizio, il becero chiacchiericcio. Katharina ha in sé una serie di virtù che la società non perdona: la dignità che la porta a scegliere la solitudine, il decoro e il rispetto che le impongono di tacere le altrui bassezze, il riserbo e il silenzio che sollevano il sospetto e la curiosità dei vicini, l’indipendenza troppo spesso fraintesa e oggetto di maldicenze. Katharina è giovane, donna, divorziata, sola e, dopo l’incontro con Götten, follemente innamorata: Katharina è la più ghiotta delle prede da dare in pasto alla stampa scandalistica.  Nel sistema dei personaggi, il ruolo dell’antagonista non è di uno o più personaggi: l’antagonista di Katharina non è Werner Tötges, giornalista d’assalto di un tabloid locale, Die Zeitung, che, mosso dall’elementare logica del mercato, monta sulla verità una storia scandalosa e accattivante. L’antagonista di Katharina è piuttosto il pregiudizio di un’intera società, quell’atavico maschilismo che risiede nel fondo di ogni individuo, maschio o femmina che sia, che vede in ogni donna la femmina di un uomo, che non perdona, perciò, ad una donna la scelta, l’arbitrio, la proprietà della propria persona. Allora Tötges e i suoi articoletti spiccioli sono solo il megafono di quei benpensanti che non accettano la libertà e l’emancipazione di una donna giovane e bella: Tötges scrive quello che la gente vuole leggere. “La libertà di stampa è libertà di uccidere” La stampa mastica e maciulla qualunque aspetto della vita privata di Katharina. La stampa, come una lente alla luce del sole, deforma e poi brucia. Katharina, la sua vita, il […]

... continua la lettura