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Eroica Fenice

La Tag: recensioni teatrali contiene 19 articoli

Recensioni

Orgoglio e pregiudizio, attualità di un amore per la regia di Arturo Cirillo

Nell’ambito della rassegna Napoli Teatro Festival è andato in scena il 4 luglio, al Teatro Mercadante, Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen con l’adattamento teatrale di Antonio Piccolo e la regia di Arturo Cirillo. Perché riproporre ancora una volta un classico così noto? La risposta è insita nella domanda: come afferma Calvino, infatti, un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire. E la storia di Elizabeth Bennet e Fitzwilliam Darcy ha ancora tanto da raccontare. Orgoglio e pregiudizio, lo spirito anticonformista di Elizabeth Per una ragazza, nascere nell’Inghilterra dell’Ottocento significa avere come unico obiettivo nella vita quello di trovare marito, meglio ancora se ricco e con un nome rispettabile. Lezioni di piano, canto, cucito, francese, tutto finalizzato a costruire l’immagine della moglie educata, devota e remissiva. Comprendere le dinamiche distorte di questa impalcatura sociale costa grande fatica ad Elizabeth, giovane donna intelligente ed ironica, che guarda alla società che la circonda con uno sguardo critico che smonta poco a poco la gabbia dorata dentro cui si trova intrappolata. A tessere le fila della tela è la signora Bennet, interpretata magistralmente da Alessandra de Santis, che spinta dall’avidità mira a sistemare le sue figlie con matrimoni vantaggiosi, per potersi così vantare della fortuna e del successo della sua famiglia. Cosa importa se Jane, la figlia maggiore, rischia di ammalarsi di polmonite per raggiungere la casa dei Bingley sotto la pioggia, o se Lizzy è costretta a sposare lo squallido Collins per salvaguardare la proprietà dei Bennet: tutto questo sarà servito a conquistare la tanto agognata posizione in società, che conta più del vero amore e della realizzazione personale. Elizabeth diventa la portavoce fuori dal coro del punto di vista della Austen, che con il suo sguardo acuto e distaccato si sottrae a questo mondo fatto di ipocrisia e di apparenza, prendendo in giro i suoi personaggi e ridacchiando tra sé stando nascosta dietro le quinte di questa veritiera messa in scena. Elizabeth e Darcy, un amore che rompe gli schemi Due persone che apparentemente non hanno nulla da dirsi, che si fraintendono continuamente, che vivono il ballo come l’ennesima pantomima finiscono per innamorarsi l’uno dell’altra. Quella di Elizabeth e Darcy è una delle coppie più male assortite e conflittuali che la letteratura abbia prodotto, eppure una delle più amate. I due, interpretati da Valentina Picello e Riccardo Buffonini, incarnano l’una l’orgoglio, l’altro il pregiudizio: come sposare colui che è artefice dell’infelicità della sorella? Come legare il proprio destino ad una donna noncurante delle opinioni altrui, testarda, priva di patrimonio e con una madre dalla condotta discutibile? Spogliandosi di tutte le sovrastrutture, andando contro le convenzioni sociali e le imposizioni familiari, superando i propri preconcetti per ritrovarsi nello spirito comune di ribelli anticonformisti.  Grande prova d’attore per Arturo Cirillo, interprete del signor Bennet e di Lady Catherine De Bourgh, che ha riscosso il plauso del pubblico con senso dell’umorismo e battute di spirito, il tutto coadiuvato dai costumi di Gianluca Falaschi, che ha […]

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Teatro

Finir en beauté: un percorso tra le macerie dell’esistenza in Sala Assoli

Dopo la rivelazione al Festival di Avignone nel 2015, arriva al Napoli Teatro Festival, in scena il 25 ed il 26 giugno in Sala Assoli, Finir en beauté: un percorso introspettivo tra le macerie dell’esistenza. Protagonista assoluto Mohamed El Khatib, attore francese di origini marocchine, che in circa 50 minuti è riuscito a portare il pubblico in un vortice di emozioni, sensazioni, voglia di ricostruire e, soprattutto, di ricominciare. Spettacolo interamente in francese con sopratitoli in italiano, realizzato con la collaborazione de ”La Francia in scena” e con il sostegno dell’Institut Français e della Fondazione Nuovi Mecenati. Finir en beauté: ricerca interiore tra teatro e sociologia Un percorso, quello dell’artista, che dura da molti anni. Un percorso fatto di ricerche tra teatro e sociologia, in cui lui si immerge e cerca di far rientrare anche aspetti personali. Egli, per questo spettacolo, analizza i movimenti e le azioni della sua famiglia in un determinato momento della loro vita (la morte della madre) e cerca di mettere in scena ogni piccola sfumatura. Dalla voce registrata della madre sul letto di un ospedale, alle sentenze dei medici fino alle condoglianze dei parenti intervenuti al funerale della defunta. Una riflessione interiore che porta alla conoscenza dei tratti più crudi e mai banali della nostra esistenza. Ogni discorso, ogni frase, ogni parola detta in un determinato momento, il significato che vi è dietro ognuna di esse e tutto ciò che possono trasmettere all’altro. L’attenzione che vi è nel dirle, ma allo stesso tempo la potenza con la quale arrivano; tutti questi piccoli dettagli che arricchiscono l’azione e la rendono parte integrante di un processo personale e, allo stesso tempo, condiviso. Finir en beauté è uno spettacolo intrinseco di emozioni in cui ogni spettatore può sentire, capire e, interiormente, commuoversi. ”Mi sento colpevole di averlo detto? Non penso.” Un’effettiva esplorazione del dialogo che parte dalla parola maceria e si collega a ciò che resta di una madre e di un figlio dopo un evento così definitivo come la morte. La ricostruzione dalle macerie di una storia, di scenari, di un rapporto inserito contemporaneamente nella ricostruzione di una lingua madre (l’arabo), della scrittura teatrale e di ogni piccola sfumatura dietro i significati delle parole. Finir en beauté è lo sviluppo di una scrittura intima, secondo l’attore, che tenta di esplorare i modi differenti di esposizione anti-spettacolari. Ma è stato proprio durante la sua ricerca che qualcosa è andato storto poiché mentre lui, nel lontano 2012, realizzava queste analisi registrando la voce della madre per uno scopo linguistico nel tentativo di comprendere il passaggio dall’arabo alla lingua teatrale, il decesso di quest’ultima ha completamente stravolto le intenzioni del lavoro artistico di El Khatib, creandone così uno degli spettacoli più intensi ed emotivamente forti del panorama artistico internazionale.

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Teatro

Ritratto di donna araba che guarda il mare di Davide Carnevali

Ritratto di donna araba che guarda il mare: culture diverse e popoli che si sfiorano tra amore e odio Quello di Davide Carnevali, autore di “Ritratto di una donna araba che guarda il mare”, è un testo che ti colpisce dritto sulla bocca dello stomaco come una scarica mortale di mitragliatrice, e ti lascia agonizzante sul bagnasciuga di una spiaggia che costeggia i lembi di qualche città vecchia, una città che esiste soltanto nelle fantasie più allucinate. “Ritratto di donna araba che guarda il mare”, in scena al Teatro Piccolo Bellini dal 26 al 31 marzo, interpretato da Alice Conti, Michele Di Giacomo, Giacomo Ferraù e Giulia Viana,  vincitore nel 2013 del Premio Riccione per il Teatro, e scritto da Davide Carnevali, è un’elegia che si stempera nell’acquerello di un ritratto, un bozzetto che ha le tinte espressionistiche di un tramonto violaceo, e che ritrae il volto di una donna araba che offre il volto e gli occhi all’acqua, nutrice immemore di vita. L’acqua contiene e plasma la parola essenziale, minimale e levigata, come il fluire di un rivolo o di un rigagnolo, e si tramuta poi in onda anomala che si scaglia nelle pupille degli spettatori che osservano questo placido dramma di acqua e di vita. Ritratto di donna araba che guarda il mare di Davide Carnevali : la parola, essenziale e densa di possibilità La parola, calibrata e fremente di venature, è il terreno di incontro e scontro tra due culture differenti, tra due storie di vita dai colori tremendamente opposti, eppure combacianti. Vi è lei, la giovane donna araba, rannicchiata nel suo buio angolo di palcoscenico, vestita di contraddizioni, fragilità e interpretata magistralmente da una Alice Conti composta nella sua ponderata drammaticità, inquieta nel suo caos ben misurato: la donna araba non è solo rannicchiata, ma a tratti si staglia sul palcoscenico, giganteggia e narra la sua storia, come se respirasse da quello stesso mare della città vecchia, quel mare di cui i suoi occhi sono pieni. C’è poi il suo contraltare maschile, un misterioso straniero, un uomo europeo in viaggio per lavoro e approdato in quel lembo di Nordafrica: dalle sue mani si sprigiona un bozzetto idilliaco ed elegiaco, un taccuino su cui è tratteggiato il volto di ossidiana della donna araba. Il loro incontro è giocato sul filo dell’alfabeto, che compone parole che costruiscono una geometria dell’incontro, dell’amplesso, dello sfiorarsi e del ritrarsi. La giovane donna lancia la sua porzione di parole dalla sua metà del palco, e le fanno eco le parole di forma uguale e contraria, dell’uomo europeo, insieme creano un accordo dissonante di sinonimi e contrari che si toccano prepotentemente e costruiscono l’integrità della storia. Geometria delle parole, geometria dell’incontro e geometria della diversità. Geometria e geografia, come la geografia del plastico di una città vecchia formata da pagine sgualcite e ingiallite, che girano vorticosamente e sono accarezzate da una cinepresa, e che fabbricano l’architettura di un locus virtuale, proiettato nell’alterità della mente, che ricrea spazi di ombre, luci e chiaroscuri. La città […]

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Recensioni

TITO/GIULIO CESARE, la parodia del potere, l’atroce morte del tiranno

Mercoledì, 13 marzo al Teatro Bellini è andato in scena TITO/GIULIO CESARE, due riscritture originali di due tragedie di Shakespeare, contenuti in due atti dello stesso spettacolo: il primo atto, “TITO” è una riscrittura della prima tragedia di Shakespeare “Tito Andronico” di Michele Santeramo e la regia di Gabriele Russo con Roberto Caccioppoli, Antimo Casertano, Fabrizio Ferracane, Martina Galletta, Ernesto Lama, Daniele Marino, Francesca Piroi, Daniele Russo, Leonardo Antonio Russo, Filippo Antonio Russo, Isacco Venturini e Andrea Sorrentino; il secondo atto “GIULIO CESARE. Uccidere il tiranno” è una riscrittura del “Giulio Cesare” di Shakespeare di Fabrizio Sinisi e la regia di Andrea De Rosa con Nicola Ciaffoni, Daniele Russo, Rosario Tedesco, Isacco Venturini e Andrea Sorrentino. TITO/GIULIO CESARE, due riscritture che dialogano tra di loro fra parodia, metateatro e  rappresentazione della violenza Una fervido clima di tensione si annida tra gli anfratti del palcoscenico. Una faglia recide il tronco greve della tradizionale tragedia shakespeariana e segna una frattura da cui zampillano i bagliori di una contemporaneità che è nella sua essenza una reiterazione di meccanismi che sono rimasti indenni. Il potere arido, la tirannia, la violenza emergono dalle faglie del palco e sono costanti nelle due riscritture e negli adattamenti, seguendo meccanismi che sono rimasti inalterati. Gli spettacoli dei registi Daniele De Rosa e Gabriele Russo sono nella loro essenza profondamente attuali, anche ponendo in auge due classici shakespeariani. Colgono aspetti particolari dei meccanismi del potere e della violenza ad essa correlata, ponendo una lente d’ingrandimento che abbia uno spessore universalistico. Eradicano dalle svariate implicazioni di tipo prettamente drammatico, poetico, psicologico di William Shakespeare e delle sue canonizzate tragedie dei fenomeni che possono essere considerati universali e perpetui nella società, espandendoli come una enorme macchia d’olio con una regia mirata a infondere e dimostrare l’epifania di meccanismi che oggi più che mai sembrano interessarci di prima persona: il potere e le implicazioni più truculente che in esso si nascondono, la tirannia, l’autoreferenzialità, l’ossessione verso il carisma e l’apparenza, l’annichilimento della società. Non è un caso che il Tito di Russo sia un personaggio atipico, che abbia perso tutto l’orgoglio da condottiero del Tito Andronico shakespeariano e sia divenuto un uomo pigro, stanco, inetto che, dopo la  campagna contro i goti e dopo aver portato con sé i prigionieri, abbia voluto congedarsi dagli uffizi del potere, ignaro del popolo che lo avrebbe voluto imperatore, e ora vorrebbe solo starsene comodo su una poltrona a leggere e ad ascoltare musica leggera. Questo Tito non conserva nulla di ciò che caratterizza un condottiero romano: tutte le sue azioni e decisioni sono prese quasi controvoglia, senza una particolare ragione, ma solamente perché è costretto a esserlo per uno status quo ben impostato. Tito ha lo sguardo cinico, divorato dal tedio, tormentato dal senso di responsabilità che non sente nemmeno più suo. Difatti, Tito risulta essere un inetto, tanto da decidere di affidare le sorti dell’impero a Saturnino. Non risulta difficile, dunque intravedere in questo Tito l’uomo contemporaneo, annegato nel nichilismo. Tito è un condottiero […]

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Teatro

Ramona Tripodi e Marco Messina: Paradiso Mancato

Paradiso Mancato di Ramona Tripodi e Marco Messina in scena al TIN: la nostra recensione Paradiso Mancato è il titolo dell’opera teatrale scritta a quattro mani da Ramona Tripodi e Marco Messina (responsabile della drammaturgia sonora) con Marco Palumbo, Adriana D’Agostino, e Raffaele Ausiello (in videoproiezione).  Lo spettacolo, autoprodotto da Inbilico Teatro in collaborazione con l’Asilo, è andato in scena sabato 3 e domenica 4 febbraio al TIN di Napoli, il Teatro Instabile fondato da Michele Del Grosso. L’elogio della dannazione In scena, nella penombra del palcoscenico del piccolo Teatro Instabile (location perfetta per creare le suggestioni dell’inferno dantesco), solo un grande letto posto al centro e un musicista taciturno ai comandi elettronici. Siamo nell’altro mondo, precisamente all’Inferno: è da qui che comincia un viaggio conosciuto ai più, quello del poeta Dante che, guidato da Virgilio e mosso dalla ricerca di Madonna Conoscenza, intraprenderà un percorso negli abissi della perdizione morale e intellettuale tra le anime del secondo cerchio, quello dei lussuriosi, presieduto dal demone Minosse. Ma quella di Ramona Tripodi e Marco Messina non è una messa in scena della Divina Commedia, né tanto meno un’esaltazione delle virtù umane e dell’amore: al contrario, è un elogio della dannazione che ha come protagonista un Dante insolito ed eccentrico, con cappello e cappotto di pelliccia. Un punto di vista diverso, quello della regista Ramona Tripodi, che pone il focus sulla dannazione dell’anima che brucia per passione (o forse per amore?) o, ancor peggio, per l’assenza di entrambi. Protagonisti di questo amore mancato, non possono che essere loro, Paolo e Francesca, personaggi chiave del V canto dell’Inferno di Dante, condannati ad essere travolti in eterno da una bufera incessante. L’Inferno o Paradiso Mancato di Ramona Tripodi e Marco Messina Ma nel Paradiso Mancato, la pena dei due amanti è forse ancora più terribile di quella inflitta dall’Inferno dantesco: Paolo e Francesca giacciono nello stesso letto, ma l’uno non c’è per l’altra, non si possono vedere né toccare, sentono solo le proprie voci riecheggiare nelle tenebre della casa di Minosse, colui che vede e conosce tutto, il burattinaio infernale che manovra i vivi e i morti. E proprio Dante, vivo tra i morti, è il veicolo attraverso il quale Minosse gioca tra realtà e illusioni, ponendo tutti i personaggi di fronte alla proiezione di se stessi o a ciò che essi credono reale. In questo, anche Beatrice, musa e ispiratrice di Dante, avrà un ruolo centrale: sarà lei a guidare il cammino interiore del Poeta, alla ricerca della verità. L’intera trama è giocata su una doppia vicenda: da un lato Dante, spinto dall’amor cortese per Beatrice, che compie un cammino di redenzione alla ricerca della conoscenza; dall’altro Francesca e Paolo, condannati a scontare la pena per non essere riusciti a resistere alle tentazioni della carne. Il letto posto al centro della scena è la prigione oscura dei due amanti, il luogo in cui si consuma la punizione di Francesca, in preda a una sofferenza senza fine nella quale non può fare a meno di dannarsi […]

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Teatro

“Riccardo III – invito a corte” alla Galleria Toledo di Napoli

Riccardo III- invito a corte| Recensione Le luci si abbassano, le candele giocano con le ombre sulla scena buia. Le sedie del pubblico, invitato a salire sul palcoscenico, si sistemano. Un secondo di silenzio. I respiri si placano. Le teste frenano il loro movimento disordinato e fissano l’accesso al palcoscenico. Ancora un minuto…ancora assenza di suoni…ancora attesa…poi la sua voce si alza, si fa strada nel silenzio, vibrante e forte, superba, e lui entra in scena…Riccardo III…e così inizia la sua storia. Riccardo III – Invito a corte è la rappresentazione dell’ eccezionale tragedia, seppur considerata minore, di William Shakespeare, in scena al teatro Galleria Toledo, con spettacoli fino al 5 febbraio. La regista, Laura Angiulli, sperimenta con Riccardo III-invito a corte una nuova modalità di pièce, accogliendo il pubblico nello spazio scenico ed invitandolo a divenir platea cortigiana, testimone ravvicinata della tragedia del sovrano plantageneto, e tutto diventa un’esplosione di emozioni, di accese passioni, di squarci  improvvisi, di suggestioni. La scelta della Angiulli si sposa perfettamente con l’opera  di Rosario Squillace, curatore dell’immagine e dei costumi, e con quella di Cesare Accetta, responsabile delle luci, i quali delineano in maniera impeccabile la dimensione conturbante dei giochi di potere e della caduta di Riccardo, con un sapiente controllo di luci ed ombre che, tra contrasti e complementarietà, permette di cogliere le sfumature della corporeità, l’azione, e della profondità, l’abisso psichico, del tiranno inglese e di tutti i personaggi coinvolti nel dramma. Riccardo III di Shakespeare Riccardo III di William Shakespeare è la rappresentazione drammatica degli eventi storici della Guerra delle due rose, conclusa nel 1485, che vide fronteggiarsi le due famiglie dei Lancaster e degli York e la presa di potere definitiva dei Tudor. La tragedia ha inizio con Riccardo, Duca di Gloucester, che elogia il fratello, re Edoardo IV d’Inghilterra, il maggiore dei figli di Riccardo, Duca di York, lasciando percepire la sua invidia per il successo del re, che governa il paese con il favore del popolo e dei nobili. Riccardo è un gobbo e fa del suo bisogno di vendicarsi della natura per la sua deformità fisica, ma più verosimilmente deformità dell’anima, un alibi per giustificare le sue violenze, unica prassi da lui concepita per arrivare al trono. Non c’è imbarazzo in lui, solo sconcertanti confidenze; nessun rispetto per la vita umana, che diventa carne da macello nella sua corsa verso la corona, in un oblio della morale che si piega alla sua attitudine delittuosa. Riccardo corrompe un indovino per confondere il re, affinché suo fratello Giorgio, che lo precede come erede al trono, sia condotto nella Torre di Londra perché sospettato di assassinio. Entra nelle grazie di Lady Anna, la vedova di un Lancaster, a cui ha ucciso marito e figlio, e vince il rancore della donna col suo corteggiamento, facendo di lei sua moglie. Con l’appoggio di Enrico Stafford, secondo duca di Buckingham, trama per la successione al trono, presentandosi umilmente agli altri nobili senza alcuna pretesa di grandezza. Riesce in questo modo a convincerli a sceglierlo come re alla morte di Edoardo IV, avvenuta […]

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Recensioni

Fascisti su Tinder al Teatro Nuovo di Napoli | (Recensione)

Domenica 27 Gennaio il comedian Daniele Fabbri si è esibito al Teatro Nuovo di Napoli con l’ultima data del tour del suo spettacolo Fascisti su Tinder. Fascisti su Tinder, lo spettacolo Ore 21:10, apre lo spettacolo un giovane comedian napoletano emergente, Adriano Sacchettini, più volte protagonista degli open-mic al Kestè. Adriano riesce con brillantezza a divertire il pubblico nell’attesa del protagonista della serata. Tema principale del suo monologo, un argomento di delicata importanza politica: la pucchiacca! Adriano porta sul palco le sue esperienze, ironizzando sulle sue difficoltà ad approcciare con le ragazze e fornendo sempre un punto di vista spiritoso e originale. Dopo Adriano arriva così il momento di Daniele Fabbri che, dopo aver rotto il ghiaccio con il pubblico e fatto le ultime prove con il microfono per le riprese (in occasione di quest’ultima data sono state svolte delle riprese video, nda), inizia il suo ultimo nonché ottavo monologo: Fascisti su Tinder. Da dove nasce Fascisti su Tinder? Dal sogno erotico per eccellenza di Daniele: incontrare una fascista su Tinder. Sperimentare su di lei il potere sessuale delle keywords più chiacchierate del momento: Invasione, Sea Watch… A 35 anni, dopo la fine di una lunga relazione di 7 anni, Daniele decide di rimettersi in gioco e di concedersi di un po’ di vita libertina e spensierata attraverso Tinder, una famosa app di dating. Il risultato è spesso esilarante a causa alle incomprensioni e al nonsense che un’applicazione del genere può spesso generare. Dall’esigenza di ricominciare una nuova vita e di assumere una maturità sessuale, a poco a poco, Daniele amplia le prospettive del suo discorso mettendo in gioco tutto se stesso, portando sul palco una buona parte del suo vissuto e della sua profonda educazione cattolica. Le sue esperienze diventano così una lente d’ingrandimento attraverso la quale guardare e riflettere su temi scottanti di attualità come il razzismo e le molestie sessuali. Lo fa però interagendo molto con il pubblico, ascoltando i diversi punti di vista, senza assolutizzare il suo, con l’intento di capire e conoscere le diverse e possibili narrazioni. Ragiona e riflette con molto pragmatismo, offrendo una chiave di lettura ironica ma mai superficiale, cercando sempre di centrare il cuore del problema. Tra il racconto dell’agguato fascista subito a causa del suo fumetto Quando c’era LVI (ci tiene comunque a precisare che, più che un agguato, è stato un gavettone fascista, nda) e il tatuaggio di Gesù versione Ghostbuster ignoto a sua mamma, Daniele evidenzia l’importanza di contestualizzare e di educare i propri sentimenti. Non bisogna prendere per oro colato gli slogan né prendere per buona l’approvazione ricercata attraverso lo stimolo coatto e irrazionale dei sentimenti. Questo lavoro passa per la ricerca di un senso critico dell’attualità e della storia che possa permettere ogni volta di ricostruire i contesti in cui avvengono certe situazioni, senza aggrapparsi a formule vecchie e ormai vuote. Una ricerca che comunque non può perdersi nella mollezza del politically correct ma farsi carico, e anche forza, del suo obbiettivo di razionalità perché essere […]

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Teatro

Clara Campi e la nuova femminilità al Kestè

Una serata tutta al femminile quella di sabato 19 gennaio al Kestè, che ha avuto il piacere di ospitare sul palco 3 donne che hanno fatto della loro “femminilità 2.0” la base del proprio spettacolo.  “Non sono femminista, ma…” di Clara Campi Preceduta dalle simpaticissime comedians Gina Luongo e Connie Dentice, Clara Campi si è esibita lo scorso sabato 19 gennaio al Kestè con il suo ultimo spettacolo “Non sono femminista, ma…” portando sul palcoscenico la difficoltà di essere donna in una società in cui sono ancora presenti preconcetti razziali e misogini. Come ci aveva già anticipato nella sua intervista, Clara trasforma i pregiudizi e le ipocrisie in materiale per il suo monologo comico, riscuotendo successo fra il pubblico sopratutto grazie alla sua spontaneità e alla capacità di interagire con esso. Consapevole dello stereotipo delle attiviste frigide e scostanti, “Non sono femminista ma…” mira a distruggere questo cliché mettendo in scena la vita sentimentale e sessuale della comedians lombarda, che narra le proprie (dis)avventure amorose e le conseguenze che una donna deve affrontare in cambio di una sessualità libera dai preconcetti. Clara esprime un tipo di femminilità nuovo ed opposto alla tradizione: una femminilità forte e consapevole, che non ha timore di apparire aggressiva o volgare. Anche se alcune battute potrebbero sembrare misantrope,  il suo obiettivo è chiaramente provocare il pubblico, dimostrando che tutti noi abbiamo dei tabù. “Tutti in famiglia abbiamo un parente anziano che spara cazzate sugli immigrati, vero? Dobbiamo esserne felici, così almeno movimenta la serata!” Il titolo dello spettacolo è proprio l’espressione di questo concetto, una frase che ultimamente sentiamo spesso pronunciare per mascherare (fallendo in partenza) i pregiudizi verso il diverso. Eppure il primo passo per combattere questo pensiero consiste nella sua accettazione, che comporta un cambiamento del nostro essere. Clara riesce quindi a rendere divertente un discorso dalla grande importanza sociale, facendo riflettere mentre ci si diverte. Il suo monologo si struttura quindi su più punti: dal cartone animato degli anni ’80 He – Man  diventato un’ icona del movimento omosessuale, fino alla friendzone e alla pornografia, senza mai smettere di ridere e continuando a demolire i luoghi comuni.  La comicità di Clara Campi si rivela essere una lente d’ingrandimento con cui analizzare i comportamenti della nostra società, scovando le contraddizioni e guardandole da un altro punto di vista, ma mettendole così anche in ridicolo. “E se invece provassimo a cambiare lo slogan in “Io SONO RAZZISTA, ma…” senti come suona meglio?” Terminato lo spettacolo non si può fare a meno di pensare che se riuscissimo ad avere lo stesso atteggiamento di Clara, capace di fare ironia prima su se stessa e poi su gli altri, riusciremmo a comprendere meglio il punto di vista altrui e a smontare i pregiudizi che sono alla base della nostra cultura.  Non perdete i prossimi appuntamenti di Stand Up Comedy al Kestè, in cui, con ironia e leggerezza vengono affrontati temi di grande attualità!   Fonte immagine: https://www.facebook.com/events/2396690470360143/

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Recensioni

Compagnia Vulìe Teatro debutta al Caos Teatro con Hip Op

Sabato 12 e domenica 13 gennaio è andato in scena al Caos Teatro di Villaricca (NA) il debutto assoluto di Hip Op, uno spettacolo presentato dalla Compagnia Vulìe Teatro. Scritto da Marina Cioppa e Antimo Navarra, diretto e interpretato da Michele Brasilio (aiuto regia Stefania Remino e luci curate da Alessandro Benedetti), Hip Op è un monologo che ha come protagonista Marco, un trentenne e la sua fobia: l’hippopotomonstrosesquipedaliofobia (comunemente nota come Sesquipedaliofobia), la paura di pronunciare e scrivere le parole troppo lunghe. Un uomo e la sua fobia A causa della sua ossessione il protagonista della storia non riesce a pronunciare parole formate da più di nove lettere e ciò lo ha portato a modificare negli anni la sua vita, adattandola alla sua fobia, e a evitare di raccontarla. Marco prepara discorsi per ogni occasione e rifugge legami forti e duraturi. Si convince di dover far scorrere gli eventi secondo un ordine prestabilito. La paura delle parole lunghe condiziona a tal punto la sua vita che evita tutte le occasioni in cui si parla troppo: scappa da colazioni, pranzi e cene con amici, non canta ai concerti, non invita amici a casa, non legge a voce alta, non intrattiene lunghe conversazioni al telefono, non accetta imprevisti e così via. Marco vive da solo, fa il casellante in autostrada e ha la casa piena di scatoloni contenenti discorsi già pronti per ogni evenienza. Una delle poche cose che ama fare è andare al cinema, dove si parla poco, e ci va spesso col suo migliore amico, Andrea, che rappresenta il suo opposto, in quanto è spigliato e ha successo con le donne. Al contrario Marco non è proprio quello che suol dirsi un seduttore, pertanto si fida dei consigli di Andrea, più esperto di lui. Ad uno speed date Marco conosce Laura, che diventerà la sua fidanzata. Né Laura né Andrea però sanno del suo segreto. Il trentenne vive le sue relazioni nascondendosi dietro a parole già scelte, e questo lo porta ad allontanare anche le persone a cui tiene, a cominciare proprio dal suo amico Andrea che, dopo i suoi continui rifiuti, si allontana progressivamente. Anche Laura fa lo stesso, desidererebbe una convivenza ma Marco ha paura e quindi resta solo con la sua fobia e il timore di sentirsi giudicato se dovesse raccontarla. La Compagnia Vulìe Teatro porta in scena le paure degli esseri umani Hip Op è un viaggio tra le paure di un essere umano che teme il giudizio degli altri. Uno spettacolo intelligente e coinvolgente che nasce dalla volontà della Compagnia Vulìe Teatro di raccontare un frammento di mente umana. La scelta è ricaduta sulle fobie. La fobia delle parole lunghe è solo uno spunto per riflettere sulle paure che attanagliano l’essere umano a tal punto da condizionarne l’esistenza. Per quanto l’ossessione di Marco possa sembrare bizzarra è facile che lo spettatore si identifichi con lui e le sue angosce. Ogni persona ha infatti almeno una fobia che tiene ben nascosta e ha paura di […]

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Teatro

Il Gioco dell’Amore e del Caso. Siamo vittime degli eventi o dei sentimenti?

Il Gioco dell’Amore e del Caso sarà in scena al TRAM di Napoli fino al 6 gennaio. La celebre commedia illuminista dell’autore francese Pierre de Marivaux, adattata per il pubblico dal regista Mirko Di Martino, mette in scena i fraintendimenti degli uomini e le ragioni del caso. Sul palco troviamo Antonio Buonanno, reduce dal successo de L’Amica Geniale, nei panni del nobile padre Orgone e Antonella Liguoro, Tommaso Sabia, Alessia Thomas e Gabriele Savarese che interpretano quattro giovani i cui sentimenti vengono stravolti dal caso. Giocare è sinonimo di agire: l’Amore è frutto di un’azione Tutto è pronto in casa del nobile Orgone per l’arrivo del promesso sposo di sua figlia Silvia, il giovane Dorante. La ragazza è però dubbiosa, vuole essere certa di desiderare l’uomo che sposerà e soprattutto di essere desiderata da lui stesso. E così inscena “una commedia delle parti” grazie all’aiuto del padre e della cameriera Lisetta. Sarà Silvia a interpretare il ruolo della cameriera e Lisetta a far finta di essere la padrona di casa. Solo così la giovane promessa sposa potrà capire se Dorante nutre dei sentimenti veri nei suoi confronti e se le sarà fedele per la vita. Ma il gioco si presenterà più fitto di quanto la ragazza possa immaginare. Anche Dorante, infatti, ha chiesto al suo servo di scambiarsi i ruoli e così, appena arrivato in casa dell’amata, dà inizio a una serie di fraintendimenti e comici momenti che avranno fine solo quando si vedrà costretto a confessare i propri sentimenti. Il Gioco dell’Amore e del Caso: quattro giovani in preda all’irrazionalità dell’Amore e guidati da un padre regista Il ruolo di Orgone è fondamentale per la risoluzione del misunderstanding. L’uomo, infatti, è il solo che conosce tutti i fatti. Sa che anche Dorante vuole mettere alla prova Silvia e per questo finge di essere un servo. Potresti fare a meno di parlarmi d’amore. E tu potresti fare a meno di farmi innamorare. Nemmeno la differenza di ceto sociale, di stile e portamento induce i quattro giovani a fuggire dalle grinfie della “fiera dei Sentimenti”. L’Amore è un essere istintivo che combatte la Ragione. I giochi lo divertono ma fino ad un certo punto. I colori pastello e crema degli abiti dei giovani rispecchiano la loro innocenza davanti ai poteri del dio della passione. Per quanto possano armarsi di furbizia e mefistofelici piani, la potenza del dio è così forte da spazzare via ogni loro resistenza. Solo Orgone potrà guidarli attraverso il percorso che gli è stato assegnato. L’uomo, infatti, copre i ruoli di padrone di casa, regista della storia, spettatore divertito e padre premuroso. Ed è proprio questo sua ultima immagine che ci colpisce. L’interpretazione di Buonanno, infatti, va messa a confronto con quella di “padre padrone” che interpreta nella fiction L’Amica Geniale. Le urla di disprezzo e superiorità di genere del cruento uomo napoletano sono qui sostituite da risatine buffe, quasi isteriche e in preda al divertimento masochista. Il senso di protezione che egli nutre nei confronti della figlia è […]

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