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Eroica Fenice

13 assassine in scena al Teatro TRAM dal 2 al 14 aprile

13 assassine in scena al Teatro TRAM dal 2 al 14 aprile

13 assassine al Teatro Tram: viaggio nel torbido della mente

13 assassine, 13 autrici, 13 spettacoli al Teatro TRAM da scegliere e ricomporre come un puzzle dalle tinte fosche.
13 assassine, ognuna col suo identikit fatto di sangue, lame affilate, raptus repentini o omicidi pianificati freddamente, con la stessa lucidità meticolosa con cui si prepara la lista per la spesa.

13 assassine, da un’idea di Mirko Di Martino, analizza le storie al femminile che hanno macchiato la cronaca italiana con la loro sostanza vischiosa, con la loro ambivalenza e il loro alito di morte: Leonarda Cianciulli, la strage di Erba, Pia Bellentani, il delitto di Chiavenna,  Rina Fort, Erika De Nardo, Mascia Torelli, l’omicidio Nadia Roccia, Sonya Caleffi, Daniela Cecchin, Franca Bauso, Beatrice Cenci.

E c’è anche uno spettacolo che si svincola dalle maglie della mera cronaca italiana, quello imperniato sulla figura di Lucrezia Borgia, rinascimentale dama dei veleni, dal fascino mortale e conturbante.

La sera del 2 aprile sono andate in scena le storie di Daniela Cecchin, Erika De Nardo, Lucrezia Borgia e Franca Bauso, che si sono srotolate, come un lungo tappeto intarsiato di sangue, dalle 19:30 alle 22:20.

Allo spettatore la scelta di seguire tutti e quattro gli spettacoli della serata oppure no.

 13 assassine: quando oltrepassiamo il limite tra umanità e mostruosità?

Le danze macabre partono il 2 aprile, alle 19:30, con la storia di Daniela Cecchin.

Lo spettacolo, con la regia di Silvia Brandi, e il testo di Raimonda Maraviglia e Alessia  Thomas, ha visto come interpreti Sabrina Gallo e le stesse Maraviglia e Thomas.

L’antefatto è questo: l’8 novembre 2003 Daniela Cecchin uccide con una coltellata alla gola Rossana D’Aniello nella sua casa a Firenze per “invidia”.

Gli interrogativi che affastellano la mente dello spettatore di fronte a questo dramma, che riecheggia di invidia e denti digrignati, sono purulenti e cupi: quando si arriva a scorporarsi dalla propria mente, fino al punto di sdoppiarsi e saltare quel burrone che delimita i confini del lecito?

Perché si arriva a fluttuare in quel confine drammatico, in quel limbo tra il pensiero omicida e l’azione che lo dispiega e concretizza? Gli interrogativi esplodono come petardi silenti nella sala del Tram, che si fa buia caverna per raccogliere i sussulti taciuti di ogni spettatore, che si chiede come si possa arrivare ad armare la propria mano caricandola col veleno giallo ed emaciato dell’invidia.

Erika De Nardo: “Mia madre era una stupida e una bigotta”

Daniela Cecchin, la prima delle assassine, esce di scena, e alle 20:15 il palcoscenico del TRAM si incupisce ancor di più.

S’incupisce di un buio smorto, mellifluo e senza spessore.

Una ragazza dai capelli legati e tirati indietro, dalle braccia muscolose e dal volto spigoloso calca la scena portando con sé un pallone da basket, che fa rimbalzare sul palco con una violenza repressa e una rabbia che si sprigiona dalla pelle del pallone.

Ogni rimbalzo del pallone tradisce scatti d’ira inconsueti, che ogni spettatore sente sulla propria guancia con la forza di uno schiaffo repentino.

-“Che cosa avete da guardare? Sì, siete stupidi.  Siete stupidi, come lo era mia madre, stupida e bigotta”.

Erika De Nardo, interpretata da Rosaria Langellotto (con la regia di Patrizia Di Martino e la voce fuori campo di Filippo Scotti, che dà il timbro a Omar), guarda con occhi scuri e cattivi la platea, smembrandola con gli occhi come se fossero un branco di cavie umane, stupidi alla stregua di Susi, la madre che uccise a sangue freddo nel 2001, con la complicità del fidanzatino Omar Favaro.

Sì, sua madre era una stupida. La sedicenne  Erika odiava quella donna, così chiusa, così bigotta e legata alle apparenze borghese, la odiava così tanto da andare male a scuola di proposito soltanto per farle fare delle figure misere, la ripudiava così follemente da sciogliersi i capelli per frantumare quell’immagine di ragazzina borghese che non avrebbe mai voluto essere.

Omar era l’antidoto a quella donna stagnante e ammuffita che la violentava con le sue morali stantie, era il guizzo di ribellione che serviva ad Erika per autolegittimarsi ed emanciparsi da quella villa a Novi Ligure che puzzava di clausura e apparenze mortifere.

-“Guardami, mamma. Tu non mi vedi, ma io bevo. Provo sostanze stupefacenti. E faccio sesso. E la cosa più bella è che tu non mi vedi!”

L’eccitazione maggiore per Erika risiedeva nel compiere tutto ciò alle spalle di sua madre, come se il suo essere ignara rinvigorisse tutto con una linfa nuova, più verace e morbosa.

Erika, spinta da quell’eccitazione così difficile da domare, imbizzarrita come un cavallo purosangue maledetto da qualche divinità, affonderà le sue coltellate nella carne di Susi, che in punto di morte avrebbe urlato a sua figlia: “Ti perdono! Ti perdono”, per poi riversarsi sul fratellino undicenne, Gianluca.

Quel Gianluca che non voleva proprio morire: per ucciderlo ci vollero coltellate, veleno per topi e un tentativo di affogarlo nella vasca da bagno.

La voce fuori campo di Omar fa infuriare Erika, che dal palco urla, verso se stessa, verso sua madre e verso il pubblico:

“Omar, sei un senza palle. Ho puntato tutto sul cavallo sbagliato.  Ora tu hai un figlio, un lavoro, una compagna. A me? A me non mi vuole più nessuno. Siete stupidi. Come mia madre”.

Lucrezia Borgia: la dama dei veleni rinascimentale

Il 18 agosto del 1503 muore misteriosamente a Roma Papa Alessandro  VI, forse avvelenato per sbaglio da Lucrezia Borgia. Tra le assassine c’è anche lei, Lucrezia.

Ma chi è? Su questa donna di sangue Borgia sono stati sprecati inchiostro, parole e supposizioni, libri di storia e pareri di studiosi, ma non si è giunti a fissare di lei un ritratto che non sia un collage di pezzi di vetro, ognuno con il proprio riflesso opalescente.

 

Proprio lo specchio campeggia in mezzo alla scena del piccolo palco del TRAM, che si illumina violentemente di colori accesi, tra cui il fucsia, il rosso, in un delirio espressionistico accompagnato da musiche forti come pugno allo stomaco.
Bionda, dai capelli sciolti e ondulati, come una Madonna rinascimentale o come una Maestà di Simone Martini, Lucrezia Borgia, nell’interpretazione di Iolanda Schioppi (anche autrice e regista dello spettacolo), siede al lato della scena, consegnandosi al pubblico come un feticcio storico, come un simulacro di cronaca nera ante litteram.

Le fa eco Josèpha yavul Pangia, nelle vesti di una donna contemporanea intenta a scandagliare nei suoi dettagli più minuziosi la storia di Lucrezia Borgia, con l’intento di giungere a una verità definitiva e che si distacchi da quei pezzi di vetro affilato.

Ma Lucrezia Borgia non è soltanto la caricatura di se stessa, la donna dall’anello avvelenato con cui eliminare i suoi amanti dopo l’amplesso, non è un cliché polveroso per nutrire qualche fiction intrigante: Lucrezia Borgia voleva soltanto essere amata, che fosse da un Alfonso D’Este o da un Ercole Strozzi, o forse anche da suo padre.
E forse il veleno più doloroso non era nei suoi anelli, ma nella sostanza appiccicosa e triste delle sue vesti, dei suoi capelli biondi, del suo cuore.

Franca Bauso: il delitto del congelatore

La serata si chiude con la storia di Franca Bauso, con la regia di Milena Pugliese: la Bauso nel 1991 uccise il padre-padrone per poi conservarne il corpo nel congelatore.

Questo spettacolo, nell’ambito delle 13 assassine, è insolito, perché è interpretato da un uomo, Marco Fandelli. E anche magistralmente: dulcis in fundo.

Tutto si apre con l’immagine di un congelatore, da cui riemerge, come in apnea e con buste di minestrone e verdure attaccate addosso, Fandelli nelle vesti del padre-padrone ucciso dalla figlia.
Nemmeno il gelo del freezer è riuscito a congelargli i neuroni, e il padre-padrone inscena una riflessione ai confini del metateatro, riflettendo su se stesso in chiave quasi distopica e consegnando al pubblico un classico esempio di morale rovesciata ed elaborata da un padre-padrone della profonda Sicilia: certo che sua moglie poteva impegnarsi di più, quotidianamente, nel preparare il sugo, anziché mettere soltanto un velo di pomodoro sulla pasta.

Certo che poteva prepararlo fresco, anziché prendere soltanto quello congelato e serviglielo con ancora i pezzi di ghiaccio dentro.

Certo che sua figlia Franca poteva starsene a casa, anziché andare a scuola e uscire con le sue amiche “buttane”, tra cui quella  Romilda, la più “buttana” di tutte.
Certo che queste donne pensano soltanto ai “piccioli” e a sgravare figli. Ma non hanno proprio null’altro da fare?

Il padre-padrone ritorna nel congelatore: Fandelli  compie la prima metamorfosi femminea e diventa la madre di Franca, che racconta la sua storia da donna asservita prima al padre e poi al marito, spedita come un pacco postale al marito-padrone che lavorava a Torino, scelto meticolosamente tra i migliori partiti del paesino.

Ma Franca non era la tipica figlia siciliana, lei era torinese. Era una figlia torinese, e torinesi erano le sue amiche, i suoi pensieri, la sua mentalità. No, non avrebbe permesso a suo padre di ricreare la Sicilia a Torino.

Fandelli poi diventa Romilda, l’amica di Franca che l’aiutò a uccidere il padre, che rivela al pubblico di quelle confidenze dell’amica, che le parlava di quel padre che le toccava le “minne” da ubriaco, che le aveva messo addosso la vergogna di farsi vedere nuda dagli uomini e anche da se stessa allo specchio.
E rivela al pubblico l’ultima grande verità: Franca era stata ben contenta di andarsene in carcere.

Perché persino il carcere era migliore della prigionia che aveva in casa.
E perché era lontano da lui, il suo carceriere peggiore: suo padre.

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