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Eroica Fenice

Al Pacone

Al Pacone, un avarissimo boss al TRAM

Al Pacone, una rilettura di Molière

Massimo Maraviglia ritorna al Teatro TRAM fino al 22 aprile. Dopo lo Strafaust, il regista napoletano scrive e dirige a modo suo un’altra figura celeberrima dell’immaginario collettivo artistico e figurativo. Se nella precedente elaborazione era stata la volta di Faust e Mefistofele, stavolta è l’Avaro di Molière a subire una trasposizione.

Il personaggio del vecchio avaro è una figura estremamente ricorrente nella storia del teatro classico. Fu Plauto a darne una prima elaborazione con Euclione nella sua Aulularia, ispirando proprio Molière secoli dopo. Un personaggio che, con i suoi vizi, offre lo spunto per numerose situazioni comiche, ma che spesso è stato il pretesto per analizzare tematiche più complesse.

Quegli avari avevano però un rapporto molto infantile con il denaro. Euclione e Arpagone sono semplicemente ossessionati dal timore di essere derubati. Entrambi, compenetrati nella loro ossessione, non possono danneggiare nessuno. Al più fanno fanno sorridere, che è questo lo scopo semplicistico della commedia.

Avarissimo boss

Così si giunge alla rilettura di Massimo Maraviglia. Arpagone diventa Al Pacone, che non è solo una rima ma anche un’assonanza di Al Capone, celeberrimo gangster americano. Un simbolo, suo malgrado, della mafia newyorchese del primo dopoguerra. Idolatrato anche da personaggi che con la mafia non hanno mai avuto niente  a che fare, al punto da divenire il protagonista di film e romanzi.

Proprio questo è il presupposto sul quale si basa l’intera vicenda. Il ruolo dell’avaro viene preso da un boss. Due figure che sembrano apparentemente simili ma che in realtà presentano numerose differenze. L’avaro ha un rapporto compulsivo ma egoistico con il denaro, pensa solo a come e quanto arricchirsi. L’avarizia dei boss prende invece il sopravvento su tutto quello che gira intorno. E così la sete di denaro di Al Pacone si scatena su tutta la sua famiglia e diviene il fulcro dello spettacolo.

Al Pacone (Antonio Torino) è un personaggio che sente l’influenza dei classici avari del teatro ma che riesce a vivere di vita propria. Di Plauto si sente senz’altro l’influsso della commedia degli equivoci. Il malinteso tra il boss e il proprio figlio Geruzzo (Giovanni Scotti) sul matrimonio con Gloriosa Assunta (Alessandra Sass0) diverte e commuove allo stesso tempo. Come in Molière, quello dell’avarizia è solo un pretesto per approfondire altre tematiche.

Molière e Plauto rivivono in Al Palcone

Estremamente riuscita è infatti la scelta di trasporre la figura di Arpagone in un boss criminale. Al Pacone ridicolizza tutte quelle figure del crimine che al giorno d’oggi televisione e cinema mettono in risalto. Personaggi che, per definizione, dovrebbero essere anti-eroi e che invece vengono trattati all’esatto opposto. La parlata a tratti incomprensibile e il costume popolare completano poi la maschera più riuscita della messinscena, quella interpretata da Antonio Torino. Al Pacone è anche un antidoto contro tutta questa serietà e importanza che viene data a determinate figure.

La compagnia Asylum Anteatro ai Vergini continua così una duplice e proficua collaborazione, non solo con Massimo Maraviglia, cui va dato atto di aver riletto in maniera estremamente originale un classico senza tempo del teatro, ma anche con il teatro TRAM, dopo il grande successo di Strafaust, portato in scena a Port’Alba lo scorso novembre.