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Eroica Fenice

Alessio Arena

Alessio Arena apre la rassegna BeQuiet

Giovedì 7 novembre, alle ore 21:00, ad aprire la rassegna BeQuiet – Concerti al Piccolo Bellini, presentato da APOGEO RECORDS & BEQUIET, è stato Alessio Arena con il recital “Vocca“.
Vale la pena soffermarsi un attimo a parlare del BeQuiet. Si tratta di un movimento culturale attivo dal 2012, nato da un’idea del compositore e arrangiatore Giovanni Block, che ha lo scopo di aggregare musicisti, artisti e operatori. Il movimento si è consolidato nel cartellone del Teatro Bellini, diventando anche compagnia teatrale ed è considerato – ormai da oltre sette anni – il palco più accreditato per la canzone d’autore di qualità.
Quest’anno Apogeo Records, oltre a produrre la rassegna in collaborazione con Upside Production, affiancherà il BeQuiet nella direzione artistica. La rassegna sarà l’occasione per conoscere e apprezzare le più interessanti proposte della canzone d’autore e si svolgerà al Teatro Piccolo Bellini in quattro appuntamenti che ospiteranno dopo Alessio Arena, esibitosi il 7 novembre, gli Ars Nova Napoli & Assurd (9 dicembre), le Mujeres Creando (16 gennaio 2020) e la presentazione di Apogeo Records New Generation (9 febbraio 2020).

Alessio Areana, chi è?

Alessio Arena è un figlio di “put***a”.
Non accigliatevi, dai. E togliete quelle mani dai fianchi coi pugni chiusi, per trasmettere paura. Sembrate gatti che arruffano il pelo! Mi piace pensare ad Alessio Arena come il figlio di una donna di facili costumi che non si cura di seguire le regole del buon gusto, perché non ha nemmeno un briciolo di timore nel risultare sfacciata. Una femmina che indossa sempre un vestitino aderente e dei tacchi a spillo, un paio di cerchi e un rossetto intenso. Una ribelle che balla, beve e flirta, e offre liberamente il suo corpo alla voglia degli uomini, restando malvolentieri incinta. Sputa dal suo corpo carne della sua carne, che per lei rappresenta puntualmente solo una costrizione, una responsabilità che non vuole assumersi. Alessio Arena è figlio di Napoli, e la cosa non mi stupisce. Perché i figli di Napoli hanno in sé il sacro fuoco dell’arte.
Non ci si sveglia una mattina decidendo di voler fare l’artista: l’arte è una crosta che rimargina una voragine pregna di un’anima che non parla, ma urla, e il suo valore non conosce il desiderio di “arrivismo” mercificato. Ha solo bisogno di cicatrizzarsi, di prendere forma. Alessio Arena è un artista a 360 gradi e lo è per esigenza, perché è un figlio di buona madre. Quella mamma che lui non prega, “jastemma”.

Classe 1984, Alessio Arena è il canta-scrittore del Rione Sanità, dal sangue composito, mezzo partenopeo e mezzo spagnolo, in quanto figlio adottivo della penisola iberica, la sua seconda mamma musicale, dove si è trasferito dopo aver completato i suoi studi letterari in Italia.
Alessio è autore di romanzi e album pluripremiati, oltre che stimato traduttore per l’editoria e per il teatro, ma non approfondiremo le vie impervie che ha percorso con successo riconosciuto questo concentrato ambulante di passione e talento, perché non basterebbe un articolo.
I viaggi che concretamente ha vissuto Alessio sulla sua pelle conferiscono magia e spessore ai suoi scritti, alle sue canzoni e alla sua voce incantatrice, delicata e angelica come quella di un bambino e dannata come un “diavolo di sabbia” del deserto, dalla forma che richiama quella delle trombe d’aria, ma dalle dimensioni molto più piccole.
Alessio parla, scrive e canta nella lingua in cui vive le esperienze che racconta. Il suo cammino artistico trasuda di letteratura e la musica suggella tutto, ogni sua storia. È la “parola cantata” a campeggiare nella sua opera.

Alessio Arena in “Vocca”: un viaggio di voce, chitarra, storia sonora e linguaggio audiovisivo

Vocca”è il frutto di un lavoro situato a metà strada tra la canzone d’autore e la world music. Si tratta del primo recital scritto e cantato da Alessio Arena in cui sintetizza i due aspetti della sua carriera artistica, la musica e la narrativa. Alessio intreccia i fili della memoria musicale del Mediterraneo, sostenuta dal linguaggio audiovisivo (alla maniera delle vecchie colonne sonore dei film muti) e da un’idea di letteratura performativa. Lo spettacolo è suddiviso in capitoli, proprio come un libro. Le sue pagine sono impregnate di vagiti, amore, preghiera e memoria.

Possiamo dire che quello tra musica e letteratura è un connubio antico quanto il mondo. Alessio Arena ci dà, a tal proposito, uno spunto interessantissimo: la presenza della letteratura in musica (e viceversa) è preponderante e questo dovrebbe spingerci ad approfondire il rapporto che, ancora oggi, lega le due arti.
Senza andare troppo lontano, restando in ambito partenopeo, molti dei testi di Pino Daniele, ad esempio, sono stati analizzati da filologi e letterati. Uno dei suoi pezzi in dialetto, “Appecundria”, ha addirittura coniato una nuova voce dell’enciclopedia Treccani.
Eccone la definizione:

Pino Daniele ha scritto e cantato molto nel suo grande dialetto napoletano, fonte di ricchezza per la letteratura e la canzone che da regionali, tante volte, si sono sapute fare patrimonio della nazione. E ci ha restituito, sovrimpresse di venature che in lingua sarebbero state opache, parole che, pur non essendo nuove, nuove suonavano all’orecchio, per via di una potenza evocatrice che soltanto il dialetto era in grado di sprigionare. Come nel caso di appocundria, interfaccia dialettale dell’italiano ipocondria, nel senso semanticamente vago di ‘profonda malinconia’, che tanto sembra addirsi (come hanno scritto Patricia Bianchi e Nicola De Biasi nel 2007, in Totò, parole di attore e di poeta) alla condizione della «napoletanità». È questa appocundria, nutrita di fatalistica accettazione delle sorti della vita, segnata da una noia esistenziale e venata di scettico ma malinconico distacco per qualcosa di indefinibile che non è, non è stato e non è potuto essere, che si fa cifra di un sentire tutto napoletano nella canzone omonima di Pino Daniele (in Nero a metà, EMI, 1980): Appocundria me scoppia / ogne minuto ‘mpietto /pecchè passanno forte / haje sconcecato ‘o lietto /appocundria ‘e chi è sazio / e dice ca è diuno /appocundria ‘e nisciuno… / Appocundria ‘e nisciuno.

Arena è sicuramente figlio di Pino Daniele, così com’è figlio della protagonista di un suo romanzo, Gilda Mignonette, la napoletana che diventò la “madre degli emigranti” di New York, negli anni Venti. Così com’è figlio del mondo.

Il bello di essere un figlio di “put***a”!

Ad aprire la serata sono stati gli Azul, un bellissimo progetto artistico della scena campana che gode della presenza vulcanica di Marilena Vitale (voce e chitarra), unita all’energia di Enrico Valanzuolo alla tromba, Dario Di Pietro alle chitarre e Riccardo Schmitt alla batteria e alle percussioni. Una formazione interessantissima alla ricerca del suono esotico, che si racconta in lingua spagnola parlando a ogni cultura e, soprattutto, spalanca il proprio sguardo sul mondo senza vedere confini, proprio alla maniera di Alessio Arena.

 

Fonte immagine: Sara Grillo

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