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Eroica Fenice

"Creditori", una "tragicommedia costi-benefici" di contabilità sentimentale

“Creditori”, una “tragicommedia costi-benefici” di contabilità sentimentale

Venerdì, 11 dicembre è andato in scena al Piccolo Bellini la prima dello spettacolo Creditori, adattamento della tragicommedia del 1888 di August Strindberg di Orlando Cinque e Fiorenzo Madonna, con Orlando Cinque, Arturo Muselli e Maria Pilar Pérez Aspa e per la regia di Orlando Cinque.

Il dramma borghese mette in scena il cortocircuito di una storia sentimentale di stampo introspettivo, rischiarendo in modo prettamente naturalistico e scientifico il fenomeno di una deflagrazione di un rapporto sentimentale, ridotto a un linguaggio di mera contabilità sentimentale e giochi di potere, tipica dei rapporti interpersonali di una certa classe borghese.

“Creditori” di Orlando Cinque, la dissezione di un amore come carne trinciata

Un quarto di bue appare sullo sfondo del palcoscenico, intagliato a forma di  busto femmineo, segnato da rigagnoli ardenti di un rosso cruento della carne viva che convergono nella regione pelvica fino a mostrare le viscere impudiche di una donna, strappata dalla pelle polverosa della finzione, mostrando le croste della contraddizione di un’anima. È la carne di Tekla, una donna prorompente, concupiscente, scolpita tra i nodi, nella carne dal marito Adolf, quasi a volerne mostrare i dissapori di un rapporto sentimentale, minato da una miriade di dubbi come dardi infuocati, pronti a bruciare le pareti fragili di  una utopica serenità.

È una scultura truculenta, scolpita nella carne nuda, quasi a voler addentare e sfilacciare quelli fibre muscolari, vivisezionandole e mostrando, in uno spietato e infimo realismo, lo scontro di lame affilate di forze irrazionali, pronte a intaccare le radici di anime affini e marchiando a fuoco la carne nuda di un rapporto sentimentale con la filigrana del realismo.

Questo è Creditori: è la messa in scena di una spietata dietrologia di elementi realistici, che si nascondono dietro le recondite strade di una storia d’amore. Si potrebbe dire che tutto ciò nasce dalle fallite esperienze amorose di Strindberg, che nelle sue esperienze esistenziali ha cercato di esorcizzare, in una sorta riflessione autobiografica, un istinto di rabbia o di vendetta in un verecondo cinismo  da ateo dell’amore, come sentimento positivo e conciliante. Nella maestosa recitazione di Arturo Muselli e Maria Pilar Pérez Aspa, nell’adattamento di Orlando Cinque (che veste anche i panni di Gustav) e nella regia dello stesso Orlando Cinque, tutto ciò che auspicava Strindberg ha preso forma.

La sobrietà della scena, la predominanza ai dialoghi e alla recitazione hanno spiattellato in grembo agli spettatori un’orda di tensione, le parole recitate e crude hanno avuto il sapore amaro della disillusione, tutto il teatro si è rinchiuso in una bolla bluastra che ha spazzato via le speranze di consolazione e le fantasticherie amorose.

Adolf è il marito di Tekla. Sono una fresca coppia e, malgrado abbiano una buona intesa sessuale, il marito è colto da dubbi sulla sua relazione, scorge gli albori di una imminente crisi. Qui subentra in scena il personaggio cardine, cioè Gustav, nuovo amico di Adolf, ma che in realtà è un vecchio fidanzato di Tekla, rancoroso, vendicativo, manipolatore. Gustav subentra nella psiche di Adolf, tramando un piano vorticoso, fallace, costringendo Adolf a mettere alla prova Tekla, una prima volta assistendo ad un colloquio privato tra i due; una seconda volta, rimanendo lui stesso solo con Tekla. Gustav si insinua negli interstizi della psiche di Gustav in una sorta di dialogo ipnotico, rosicchiando, come una parassitaria tarma, il sottile tessuto delle convinzioni vacillanti nella mente di Adolf. Scardina a poco a poco ogni tassello della sua morale, plagiandolo ai fini della sua vendetta.

Un persistente Leitmotiv scandisce le diverse sconfitta dell’ego di Adolf, che a mano a mano perde il contatto con la sua personalità, obnubilandola in un groviglio sordido di rancore, dubbi, gelosia verso la moglie e si convince di essere, a buon diritto, il creditore del suo rapporto con Tekla.

Le false dimostrazioni verso Tekla avvengono in un clima di incertezza, dove non vi è più alcuna possibilità di cercare una minima riconciliazione. I continui alterchi sono contrastanti, demotivati, nudi di rabbia, ricolmi di una pulverulenta decadenza borghese, la quale è stigmatizzata da una fallacità ridicola. I rapporti si spellano della loro finta pelle, abbrustolendo in una brace di istinti nefasti, distruttivi ed è emblematica la scena nella quale Gustav con inganno riesce a baciare Tekla per riconquistare il suo misero orgoglio ferito.

L’amore in un contesto simile non ha nessun diritto di esistere, così come ogni illusione umana. Questi sono nascosti sotto enormi macigni  di pulviscolo, affogati da una realtà che si mostra spietata, estremamente scientifica, che non fa altro che afferrare i sentimenti e immergerli nell’odio, mostrando solo la loro faccia distruttiva, gettando l’uomo nella morte.

Questo spettacolo non fa altro che rischiararci e mostrarci la misera condizione umana del decadentismo borghese con una chiara immagine emblematica: l’identificazione dell’uomo e della donna in creditori e debitori, che come nelle leggi del mercato, sono antagonisti e in contrasto perenne. Un mondo in cui non vi è più spazio per la riconciliazione, l’accettazione. il perdono e che dopo mezzo secolo  sarebbe riuscito anche a rendere merce l’inconsumabile. Sarebbe riuscito a mercificare financo le emozioni.

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