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Eroica Fenice

Emanuele Pantano a Napoli, l'intervista

Emanuele Pantano a Napoli il 17 novembre, l’intervista

Emanuele Pantano è un comedian, autore, sceneggiatore, grafico, documentarista e pubblicitario.
Vive in un mondo in cui tutti si definiscono “creativi”, con scarsi risultati.
Guardare l’universo al contrario, sovvertire e creare non può essere appannaggio di chiunque, eppure la mamma dei creativi è sempre incinta.
Emanuele Pantano sostiene che a volte per raccontare la verità, bisogna inventare una storia. È uno a cui piace giocare con le parole e lui fa questo da sempre, praticamente.
Sabato 17 novembre sarà a Napoli, al Kestè, a raccontarci le sue verità.
In attesa dello spettacolo, abbiamo assaggiato un po’della comicità di Emanuele Pantano, che si è reso disponibile per un’intervista.

Emanuele Pantano, l’intervista

Presenta Emanuele Pantano con il pezzo che più lo rappresenta.

Di solito, la mia apertura è – Sono Emanuele Pantano, comedian, autore e sceneggiatore, grafico, documentarista, pubblicitario, in una parola “freelance”, che è la versione 2.0 di “disoccupato”, però io preferisco “freelance” perché mia madre non conosce l’inglese e pensa che faccio un lavoro vero. – Sono uno, quindi, che nella vita fa il “creativo”. Da sempre. Nei fatti, fare il “creativo” vuol dire anche non avere una stabilità in termini contrattuali, dunque, scherzo su questo.

Se Emanuele Pantano potesse rinascere, in quale comico si reincarnerebbe?

Forse, se Emanuele Pantano potesse rinascere si reincarnerebbe in Francesco Scimemi. Tu dici -Chi è?-, giustamente. È un prestigiatore pazzo, che però io adoro.

Se dovessi nominarti persone che ammiro tantissimo dal punto di vista teatrale, tra i miei preferiti, ce n’è uno napoletano, Francesco Paoloantoni. L’ho conosciuto personalmente e  ho avuto la possibilità di lavorarci un pochino insieme. Hai presente quando ti dicono che è meglio non conoscerli i propri miti?

Sì.

Bene. Lui, invece, conferma esattamente l’opinione che ti fai quando sei un fan.

Riassumimi la vita di un comico in tre parole.

Direi: “Osservazione”, “Sofferenza” e “Cattiveria”.

Lavorare con le parole richiede responsabilità. Il lavoro del comico è, dunque, una cosa seria?

Le parole non servono a niente. Se ci pensi realmente, ti rendi conto che le parole non cambiano proprio nulla in quanto dette. Nello spettacolo, ad un certo punto, dico -Se io ti chiamo “stronzo”, a te nei fatti non è cambiato niente. L’importante, nella vita, sono i fatti. Se io ti prendo, ti uccido, ti cucino, ti mangio e ti “caco”, diventi uno “stronzo” e ti ho cambiato la vita.- Per questo dico che con le parole si può giocare. Sempre. In continuazione. Le parole non hanno nessun valore. Nessuno.
Secondo me, diamo tantissimo peso alle offese, quando in realtà sarebbe bellissimo se riuscissimo a farci offendere, ad esserne felici addirittura, perché quando offendi gli altri ti liberi, sei sereno. Se tutti ci potessimo offendere vivremmo in un mondo più pacifico, perché non accumuleremmo violenza e rabbia. Se invece smetti di offendere le persone, esplodi, perché gli “stronzi” sono “stronzi”. Non c’è niente da fare. Quindi, o glielo dici o prima o poi esploderai.

La scrittura è una compagna inseparabile di Emanuele Pantano. Quando e com’è nata quest’amicizia?

Prestissimo. Al liceo, scrivevo i temi in rima e c’inserivo anche le mie battute; era il mio modo di divertirmi. Quando si scambiavano i diari tra i compagni per lasciare ricordi, messaggi e dediche, io avevo la fila dei diari perché, in realtà, non facevo la semplice dedica, ma scrivevo racconti comici riguardanti le persone in questione. 
Mi sono sempre divertito a scrivere, insomma.

Negli anni ho scritto anche documentari in cui ho parlato del mercato del lavoro, della strage di Castel Volturno, dell’emergenza rifiuti a Caserta, dell’Irpinia a trent’anni dal terremoto, tutte cose serie. Diciamo che non sono un “cretino” che prende la vita come un disadattato, ho anche i momenti seri.

Il discorso è che uno dei meccanismi principali per arrivare alle persone è la risata. Vuoi o non vuoi, se riesci a far ridere le persone, riesci a trasmettere un messaggio differente. Dunque, quello del comico è un lavoro difficile proprio perché quando tu ridi abbassi le difese, ti fidi della persona con la quale stai ridendo. Chi ti fa ridere ha la possibilità di darti un messaggio. Può decidere di darlo, come di non darlo. Però, se lo si dà, che sia quanto meno un messaggio giusto!
La difficoltà della “Stand Up Comedy” rispetto al Cabaret è, oltre quella di centrare l’obiettivo del far ridere, anche quella di lasciare un messaggio, e qui c’è da fare un passo in più, ma sempre facendo ridere. Non è consentito dimenticare neanche solo per un attimo che la gente sta andando a uno spettacolo comico, che è il genere più difficile perché è l’unico che dice al pubblico cosa fare.

Se tu vai a uno spettacolo comico, sai che devi ridere. Nessun altro spettacolo ti dice come reagire. Allo spettacolo comico se ridi meno di quanto ti aspetti, il tuo commento è semplicemente -Non mi ha fatto ridere!-, del resto degli spettacoli puoi raccontare, invece, tremila cose.

I tuoi monologhi sono frutto della naturale vena comica di Emanuele Pantano o sono studiati a tavolino?

Alcuni sono nati sul palco, da stimoli del pubblico, come il pezzo sulle parolacce. È un monologo che faccio perché all’inizio mi capitava di avere delle persone che reagivano male alla libertà di linguaggio. Quindi, ho dovuto elaborare un testo comico che permettesse di preparare il pubblico alla libertà di quella sera.

In pratica, una volta stavo facendo un pezzo sui “pompini” e una persona mi disse –Chiamala “fellatio”!- Io gli ho risposto –Sì, però se la chiami “fellatio” vuol dire che un “pompino” non te l’hanno fatto mai!
E da qui è nato tutto un ragionamento che è legato, ad esempio, al femminismo. Anche in quest’ambito penso che la libertà di linguaggio aiuterebbe molto.
Se le donne invece di chiedere parità di genere perché ci sono troppi uomini, si alzassero e dicessero – Ragà, ma un po’ di “figa” no?- secondo te non sarebbero tutti d’accordo? Non ci sarebbe un uomo a dire – No, le quote rosa sono sbagliate!- Direbbero semplicemente che un po’di “figa” ci sta.
Viviamo in un periodo in cui comprimiamo tantissimo il nostro linguaggio. Se dici (e non per difendere Grillo) “ritardato”, i ritardati si offendono, senza capire che non stai offendendo una persona o un genere, ma stai richiamando a una letteratura comica. Poi, ovviamente, Grillo ha sbagliato perché è in una situazione in cui non può più fare il comico e non può più usare i registri del comico.

Uno degli strumenti principali della comicità, infatti, è il contesto. Tu non puoi prescindere dal contesto ed è il motivo per cui noi non capiamo, ad esempio, le vignette di Charlie Hebdo, che sono costruite per un pubblico francese. Giustamente, noi non possiamo capirle, perché abbiamo una cultura diversa rispetto a quelle informazioni. Ma anche noi facciamo lo stesso sugli americani.

Mi viene in mente la polemica degli indiani che hanno fatto togliere Apu da “I Simpons”. Questa cosa è demenziale perché, a questo punto, pure gli americani medi dovrebbero arrabbiarsi, in quanto Homer rappresenta loro.

Non puoi più usare il meccanismo della satira se inizi a limitare le parole e a dar loro peso.

Ma veramente pensano che Apu offenda gli indiani?
Io sono un malato di mente perché, personalmente, andrei a fare una statistica per vedere quanti indiani in America parlano come Apu.
Quando dicono a noi di non prendere per i fondelli i cinesi, hanno ragione, ma tu l’hai mai sentito parlare un cinese? È ovvio che lo prendi in giro! Ma come prendi in giro l’irlandese e come loro prendono in giro noi perché muoviamo le braccia. È la normalità. Se iniziamo a dare peso alle prese in giro, siamo finiti.
Il motivo per cui diamo troppa importanza alle parole è che le scriviamo.

La verità è che c’è una differenza tra prima e oggi, con l’avvento dei social. Prima avevi il “filtro degli amici”: se ti veniva un’idea, andavi dai tuoi amici e dicevi loro – Ho pensato ‘sta cosa!- e gli amici, la maggior parte delle volte, ti dicevano che era una cavolata.
Invece, adesso, appena la pensi, la scrivi su internet. Hai tolto il filtro alle cavolate, che è il filtro determinante.
Quando Edison ha scoperto la lampadina o quando Newton ha scoperto l’elettricità, secondo te gli amici che hanno detto loro – Guarda che è ‘na scemenza!-, non ce l’avevano?
È la tenacia che poi ti porta ad arrivare all’obiettivo!
Galileo aveva il Papa che gli diceva – Compà, ti ammazzo se dici quello che pensi!
E siccome gli amici gli dicevano che l’avrebbe ammazzato sul serio, lui si è fidato di loro e non l’hanno ammazzato. Poi, dopo, la storia gli ha dato ragione, ma era il meccanismo giusto perché statisticamente sbagli una volta, ma chissà quante idee del cavolo sono riusciti a eliminare gli amici!
Gli amici, da questo punto di vista, erano un elemento fondamentale che adesso è by-passato da Facebook, dove si hanno amici finti che mettono “Mi piace”.
Io, su Facebook, ho messo “Mi piace” a post dove c’era il like tipo di Mahatma Gandhi!

Credibilità zero.

Però, sei figo.

“Non avete idea! La mamma dei creativi è sempre incinta.” è il titolo del monologo che inscenerai il 17 novembre al Kestè di Napoli.
Oggi, i più si auto-certificano “creativi”. L’assonanza con “cretini” vien da sé. Ma, un “creativo” ha davvero bisogno di dichiararsi o atteggiarsi come tale? È davvero così scontato che si crei qualcosa di rilevante?

Lo spettacolo parte dalla prima regola della creatività: “ogni dieci idee, solo una è veramente valida”.

È proprio materialmente una cosa statistica: il 10% delle idee che hai sono valide. Ok? Questa cosa diventa determinante rispetto a quello che dicevo prima. Se non hai il filtro di coloro che ti dicono che è una stupidaggine, tu metti sul campo tutte e dieci le idee. Se fai un calcolo generale, in questo momento, di tutte le opinioni che ci sono nel mondo, il 90% sono cretinate.
Quindi, la questione sulla creatività è complicata perché per utilizzarla, la devi conoscere bene. Infatti, lo spettacolo gioca sul fatto che uno dei problemi principali di questo millennio è la creatività. Tutti siamo convinti che quella singola idea buona ogni dieci sia la nostra. La vera domanda è: perché siamo così sicuri che sia la nostra?
Cosa abbiamo fatto in più, nella nostra vita, per avere la certezza matematica di avere le soluzioni ai problemi del mondo?
Non abbiamo fatto nulla in più, nulla in meno. Semplicemente, abbiamo la convinzione di avere ragione. Questo è legato al fatto che, adesso, tutti possono avere un’idea. Prima le idee ce l’avevano gli ideologi, al massimo i filosofi. Oggi no.
Uno dei problemi è il consumismo che ha portato la creatività ovunque, generando un dramma, perché nei fatti siamo tutti convinti di poter risolvere i problemi del mondo, e in realtà non è vero.

Perché nella società odierna c’è mancanza di originalità e freschezza creativa, nonostante siamo un popolo di “creativi dichiarati”? Cosa ne pensa Emanuele Pantano?

Perché non c’è una “cultura creativa”. La nostra è una società in cui se hai fatto un video va bene, nessuno ti dice – Ma che stai facendo?! – La differenza è che prima, rispetto a oggi, determinati mestieri, mentali o comunque dell’approfondimento, avevano i professori, i docenti, gli architetti, come punti di riferimento. 
Nell’ambito della comicità, poi, c’è molta differenza tra un comico e un animatore.
In questo momento, il mondo della comicità televisiva, tendenzialmente, è costituita da programmi che fanno animazione, quella stessa tipologia di comicità che trovi nei villaggi turistici. Questo ha una sua logica in ottica televisiva. Anche in America lo fanno. Però in America lo fanno nel pomeriggio.
“Mr Bean”, in Inghilterra, è un programma per bambini, sotto i sei anni. Da noi, non è un programma per bambini, nessuno lo pensa.

Noi abbiamo paradossi assurdi.

In America, ad esempio, le puntate de “I Simpons” o de “I Griffin” non vanno in onda all’una e mezza, ma alle otto e mezza, perché ci sono battute, concetti legati alla satira e alcuni riferimenti sessuali.
Noi, invece, mandiamo in onda “I Griffin” all’una e mezza, così, random, dopo “Dragon Ball”, e alle nove di sera un tipo di comicità che se ci fosse alle quattro di pomeriggio saremmo tutti più contenti. Questo tipo di comicità dovrebbe essere trasmesso quando facciamo sciocchezze, quando siamo impegnati nelle nostre cose. In questo modo, potrebbe essere una buona compagnia, ma alle nove di sera diventa pesante.

Parliamo di un programma in cui ci sono tanti animatori? Bene. Come fascia oraria del palinsesto dovrebbe rientrare in quella in cui nei villaggi prende il nome di “Gioco aperitivo”. Così, dalle 17.00 alle 19.00, i giochi che si fanno in piscina loro li possono fare in tv, e sarebbe perfetto.

Tra l’altro, il 2008, dieci anni fa, è stato l’ultimo anno in cui è stato girato “Zelig”, che è il programma di punta. Ormai, le nuove generazioni guardano “Netflix” e “Youtube”, seguono i comici attraverso altri canali, quindi è abituata a un tipo di comicità che è completamente diversa.
Questa generazione è una generazione che ha ripreso in mano una tradizione americana. Ma già alla fine degli anni Ottanta/inizio anni Novanta c’erano i “Comedians”, un gruppo composto da attori che cercavano di sviluppare quel tipo di comicità fatta di monologhi e satira vicina o ispirata a quella americana. Il regista di questa compagnia era Gabriele Salvatore e c’erano Paolo Rossi, Silvio Orlando, Claudio Bisio, Gianni Palladino, tutta gente che poi nel tempo, dal punto di vista attoriale, ha fatto altre cose, scostandosi dal punto di vista della satira.

Una differenza grossa che c’è tra l’Italia e l’America è che chi fa la “Stand Up Comedy” lì lo fa dedicandosi anche ad altro. La maggior parte di loro sono attori, sceneggiatori, doppiatori, che poi quando sono lavorativamente inattivi, vanno in giro per i locali a occuparsi di “Stand Up”.

I Comedy Club, in Italia, dovrebbero essere pieni di gente tipo Favino, Scamarcio, Elio Germano, Rocco Papaleo, Edoardo Leo. Tutta quella tipologia di persone che quando non è in tournèe, non sta girando un film, potrebbe scrivere uno spettacolo comico e andare in giro a raccontarsi in modo comico.

Secondo queste dinamiche è diffusa in America la “Stand Up”. Non è un’attività primaria. Invece, qui, chi fa la “Stand Up”, fa “Stand Up”, che è completamente diverso.

Per questo io, quando faccio l’autore, mi ritrovo in situazioni in cui lo stile di comicità è totalmente diverso o tratto di questioni assolutamente differenti.

Scrivo per “Il Pancio”, ad esempio, e credo sia la cosa più lontana che ci sia dalla “Stand Up Comedy”.

Scrivere vuol dire “scrivere”. Scrivere quello che vuoi tu è l’obiettivo della carriera, ma quando scrivi, scrivi.
Ho scritto anche porno, per dirti, perché bisogna saper scrivere di tutto.
Prima di poter arrivare a fare delle cose più autonome, quando decidi di scrivere per lavoro, devi scrivere qualunque cosa ti chiedano. Per questo è un lavoro massacrante quello dello scrittore, perché ti ritrovi a scrivere per tutto.
Quando decidi di fare il lavoro del “creativo” e dell’autore, l’unico modo per farlo bene è conoscere tutti i registri linguistici e saperli manovrare.
Quando scrivi su commissione e non su intuizione, ti capita che non hai idee e, se non hai tecnica, l’idea non ti arriverà mai.

Prendo spunto da una citazione firmata “Emanuele Pantano” per un’ultima domanda: “A volte per raccontare la verità, bisogna inventare una storia”.
Cos’è per te il racconto, come racconti e come si racconta Emanuele Pantano sul palco?

La citazione nasce dal fatto che non sempre la verità è accettata.
È come quando sei di fronte a una donna incinta e la vedi un po’ distrutta, non le dici mica – Ti vedo imbruttita! – Le chiedi – Ma è maschio? – Glielo dici. Ma glielo dici in un altro modo.

Quando racconto devo avere qualcosa da dire.
Raccontare le storie senza avere una finalità non ha nessun senso, è come quando spari le frecce e non hai nessun bersaglio. Tiri, praticamente, le frecce al nulla. Non avrai mai il godimento di scoccare la freccia in questo modo.
Ci sono delle situazioni in cui i comici, per me, non hanno alcun senso. Quando fanno, ad esempio, la sagra di paese e ci mettono il comico è umiliante sia per lui che per il pubblico, perché il pubblico in realtà è là per la “sagra della salsiccia”. Se tu prendessi i soldi che hai speso per il comico e mettessi altri quattro stand in più, le persone sarebbero più felici. Ci sono ambiti in cui, se già ti diverti, è inutile metterci una persona che deve farti divertire ulteriormente.

Per me è indispensabile avere un obiettivo da centrare, quando racconto.

Grazie a Emanuele Pantano per l’appassionante conversazione.

Foto di Marco Li Mandri