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Ex – esplodano gli attori, al Piccolo Bellini | Recensione

Ex - esplodano gli attori, al Piccolo Bellini | Recensione

Ex – esplodano gli attori, una drammaturgia di Gabriel Calderón, debutta per la prima volta in lingua italiana al Piccolo Bellini proseguendo la stagione 2024/2025.

Una notte di Natale tragicomica di linee temporali

Dalla penna uruguaiana di Gabriel Calderón alla traduzione italiana di Teresa Vila, Ex – esplodano gli attori affronta un viaggio nello spazio e anche nel tempo. È la notte di Natale e una ragazza ha il desiderio irrefrenabile e profondo di scoprire perché ha vissuto in una famiglia completamente allo sfacelo. Il fidanzato esaudisce quella volontà e organizza una cena natalizia come riunione di famiglia. Da qui il paradosso ai limiti della fantascienza: la cena si svolge, ma durante quegli stessi famigliari scoprono di essere defunti e, dunque, di essere stati riportati in vita attraverso un viaggio temporale per tentare di raccontare la verità. Il tutto svolgendosi nella cornice di scontri politici e ideologici del paese evidentemente di appartenenza all’autore, che diventa talvolta una metafora senza luogo. Il punto, però, diventa che una sola verità non esiste né sussiste e, allora, si assiste a un intreccio di narrazioni, di flashback e ritorni a un presente tanto surreale quanto tangibile. Lo spettacolo va in scena dal 30 gennaio al 9 febbraio con la regia di Emanuele Valenti, le interpretazioni di Monica Demuru, Christian Giroso, Lisa Imperatore, Marcello Manzella, Daniela Piperno, Lello Serao ed Emanuele Valenti. Un merito va alle scene di Giuseppe Stellato che hanno saputo accompagnare gli attori e il pubblico in questi tagli e queste ricomposizioni temporali.

Si legge nella sinossi su Ex – esplodano gli attori: «Anche se prende le mosse dal racconto di una famiglia segnata da una dittatura, indagando la possibilità di sanare e superare un trauma collettivo, questo testo può parlarci, in realtà, di una famiglia qualsiasi e del tentativo (impossibile forse) di rimetterne assieme i cocci, collocandosi, quindi, su un terreno assolutamente universale. […] Tutto questo è raccontato, come in tutti i testi di Calderón, attraverso una parola dirompente, che non dà via d’uscita, che mette spalle al muro. Ed è da questa parola strabordante ed esplosiva che comincerà il lavoro di messa in scena. Una stanza, due porte, un esperimento, una riunione familiare e una ragazza che vuole sapere; che ha una necessità e un dolore nel petto; che vuole ascoltare parole mai dette; parole che spieghino; parole che possano aiutarla. Da qui, dalle parole, cominceremo a lavorare» – Emanuele Valenti.

Ex – esplodano gli attori: da dramma familiare a dramma collettivo

Calderón racconta che Ex – esplodano gli attori nasce da una risposta del dittatore Pepe Mujica in cui sostiene che per fermare gli scontri sociali la soluzione, unica e proficua, è che tutti gli attori in gioco esplodano. Da qui le questioni annose per l’essere umano, fondamentalmente irrisolvibili: per risolvere, per ricucire le ferite personali, politiche e sociali, quest’ultimo ha bisogno della morte? Solo annientandosi si può mettere una vera fine alle sofferenze? E, in tutto ciò, il tempo ha la capacità reale, nonché il ruolo decisivo, di risanare le piaghe? La messinscena non tenta di trovare risposte concrete, al contrario, potenzia l’incertezza facendola prima implodere drammaturgicamente attraverso scatti, ritorni e passi in avanti, per infine farla esplodere in tutta la sua potenza comunicativa. Non è un caso che la pièce si conclude con rumori di quelle che sembrano bombe – o semplici fuochi d’artificio? – metafora di vite e morti che continuano a sovrapporsi ed a intrecciarsi.

Ex – esplodano gli attori si regge su una straordinaria mancata comunicazione. Per quanto sia assurdo e fraintendibile, è da intendersi nel senso che la verità ai fini della linea narrativa, come si è spiegato finora, non viene esplicitata, ma è proprio questa non-comunicazione di un’ipotetica verità assoluta, per fortuna repressa, a venire fuori genialmente tessendo le fila dello spettacolo. Le scene sono scattanti, i movimenti precisi, gli attacchi decisi: gli attori sembrano veramente viaggiare con una macchina del tempo e la regia riesce a tenere un sottile quanto stretto legame in sottofondo, che restituisce la complessità della rappresentazione. Il tutto accolto in una notevole tragicomicità che dal dramma personale, famigliare, si fa catarticamente dramma collettivo, un qualcosa di non estraneo a tanta cultura teatrale a noi restituita. 

Fonte immagine di copertina: Ufficio Stampa

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A proposito di Francesca Hasson

Francesca Hasson è giornalista pubblicista, iscritta all’Albo dal 14/12/2023. Appassionata di cultura in tutte le sue declinazioni, unisce alla formazione umanistica una visione critica e sensibile della realtà artistica storica e contemporanea. Dopo avere intrapreso gli studi in Letteratura Classica, consegue la laurea in Lettere Moderne e in Discipline della Musica e dello Spettacolo presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Durante la carriera accademica, riscopre una passione viva per la ricerca e la critica, strumenti che esercita attraverso il giornalismo culturale. Carta e penna in mano, crede fortemente nel valore di questa professione, capace di generare dubbi, stimolare riflessioni e spianare la strada verso processi di consapevolezza. Un tipo di approccio che alimenta la sua scrittura e il suo sguardo sul mondo e che la orienta in una dimensione catartica di riconoscimento, identità e comprensione.

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