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Eroica Fenice

Ernesto Colutta

Ferdinando VIII alla Deriva, un’idea di Ernesto Colutta

Ultimo primo giorno di re Ferdinando VIII e la fragilità della luna di cartapesta è lo spettacolo teatrale portato in scena il 5 luglio 2015 alle Terme Stufe di Nerone a Bacoli (Na) nell’ambito della rassegna Teatro alla Deriva, nata quest’ultima da un’idea di Ernesto Colutta e realizzata grazie alla direzione artistica di Giovanni Meola.

Ferdinando VIII nasce dall’incontro di Cristian Izzo, con la sua personale lettura del testo di Gogol’ “Memorie di un pazzo”, ed il regista Ettore Nigro che ha messo al servizio del testo la sua esperienza di ricerca nell’archivio dell’ospedale “L. Bianchi”.

Ernesto Colutta rivede Gogol

Il testo di Gogol è stato soggetto a profonde riscritture e rifacimenti fino ad arrivare alla formula del Ferdinando VIII presentata: Ivan, impiegato comunale, è convinto di essere stato incoronato Re di Spagna e per questo finisce in manicomio. In quel luogo la sua convinzione non si acquietisce, anzi ogni giorno, per tutti i giorni, ripropone il momento della sua incoronazione e sottopone ai suoi sudditi la volontà di salvare la luna. Ivan diventa il portavoce sia del dottore che cerca di curarlo che del re di Spagna in un vero e proprio sdoppiamento della personalità. Oscilla tra la messa in scena della ragione e dell’inconscio sottolineando in questo dialogo con sé la tendenza dell’uomo all’aspirazione dell’oggetto, alla possibilità della luna e non alla luna; alla predisposizione dell’uomo ad ambire all’idea dell’amore e non all’amore.

Fondamentale ed emblematica per la narrazione teatrale è la figura dell’infermiera (Anna Bocchino) che subisce una vera e propria trasformazione durante la rappresentazione stessa: inizialmente indossa una maschera di gesso che non le consente di svelare i suoi occhi, i suoi movimenti sono freddi, il suo atteggiamento è quasi animalesco. La maschera di gesso sarà sostituita prima da un velo di retina, ai gesti nervosi si sostituirà l’umanizzazione dell’infermiera attraverso l’uso della parola. L’abbrutimento è palese in ogni suo gesto e in ogni sua non-parola. Progressivamente, si “spoglierà” della sua brutalità per intraprendere un percorso che la condurrà verso “l’essere donna”. Per il lavoro di infermiera è richiesta una spersonalizzazione dell’individuo ma  curare significa fare attenzione alla parte della relazione. Sarà lei a fare da collante tra Ferdinando VIII ed Ivan. Il testo si risolverà per lei, infatti, nell’incontro inteso come avvicinamento e superamento della diversità. La figura dell’infermiera è quella chiave perché risiede proprio della sua dis-umanizzazione la follia. Una follia più tangibile del pazzo stesso.

Ferdinando VIII però non è una storia d’amore. È molto di più. È la storia di un abbandono perpetrato ai danni di molti soggetti: l’abbandono del malato in manicomio, l’abbandono delle strutture mediche da parte della società, l’abbandono dell’uomo all’indomani della Legge Basaglia e, ancora, l’abbandono delle strutture sanitarie alternative all’indomani della chiusura dei manicomi.

La chiave di volta è rappresentata proprio dalla fiducia nell’altro e nel tentativo di costruire qualcosa, di darsi una possibilità che si rispecchia anche nella scelta del bianco. Il colore della possibilità del tutto.

“No, non ho più forze per sopportare. Dio mio! Che cosa mi hanno fatto! Mi versano acqua fredda in testa che mi spacca il cranio come un dardo! Non mi danno retta, non mi vedono, non mi ascoltano! Che cosa gli ho fatto? Per quale ragione mi tormentano? Che cosa vogliono da me, poveretto? […] Mamma, salvail tuo povero figlio! Versa almeno una lagrima sulla sua testolina malata! Guarda come lo tormentano! Stringiti al petto, l’orfano infelice! Non c’è posto per lui a questo mondo! Lo perseguitano! – Mamma! Abbi compassione del tuo bambino malato!…Ma voi lo sapevate che il Dej d’Algeri ha una verruca proprio sotto il naso?”.
[Gogol’, Due storie pietroburghesi]

Jundra Elce

-Ferdinando VIII alla Deriva-

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