Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Figlie di cagna alla Galleria Toledo: l’esordio alla regia di Enrico Basile

Figlie di cagna alla Galleria Toledo: l’esordio alla regia di Enrico Basile

Figlie di cagna, adattamento dal Grande Quaderno de la Trilogia della città di K di Agota Kristof, andato in scena al Teatro Galleria Toledo il 23 e il 24 gennaio, vede l’esordio alla regia di Enrico Basile.  In scena, le giovanissime attrici Greta Esposito e Mariasole Di Maio, per l’adattamento e la drammaturgia di Giovanni Chianelli ed Enrico Basile.

Figlie di cagna: la trama

Due ragazzine, abbandonate dalla famiglia alla custodia della nonna, donna egoista e crudele, affrontano il dolore, l’abbandono e la fame, imparando ad anestetizzarsi ai drammi e passano gran parte della loro giovinezza disumanizzandosi e imparando a convivere con una realtà mostruosa. All’interno di una routine quotidiana viviamo la loro vita, fatta principalmente di esercizi di sopravvivenza, crudeli ma necessari, e incontri con figure degenerate dalla vita.

Molto apprezzate le prove delle due attrici, le giovanissime Greta Esposito e Mariasole Di Maio, che incarnano di volta in volta la coppia di gemelli che la Kristof ha creato con un’unica voce: « I gemelli non possono essere separati » recita il testo e il sottotitolo del lavoro teatrale. Tuttavia, le due figure, che nella prima parte dello spettacolo agiscono in simbiosi, vanno incontro a una dolorosa ma essenziale separazione, metafora della crescita individuale.
In campagna con la nonna, vecchia arcigna e micragnosa, sospettata di aver avvelenato il marito, le gemelle sperimentano l’insensibilità e il degrado morale elevati a livello di regola. Risolute a sopravvivere, le ragazze allenano il corpo a sopportare sofferenza e privazioni, autoinfliggendosi torture e digiuno per diventare sempre più forti.

Figlie di cagna lascia la guerra sempre fuori-campo, preferendo piuttosto mostrarne gli effetti sugli individui, lasciando ben poco spazio all’ottimismo caro alle anime belle. Tuttavia apre uno squarcio sui dolori della guerra, raccontandoli attraverso lo sguardo ingenuo, ma disincantato, di due sorelle gemelle che si prendono cura l’una dell’altra, talvolta con amore, talvolta con disprezzo.

Figlie di cagna è, prima di tutto, questo: una storia di amore tra sorelle, inseparabili. Sole, sul palco, circondate da fogli di carta come controcanto de “Il Grande Quaderno”, su cui le ragazze amano annotare tutto ciò che accade loro durante il poco idilliaco soggiorno campestre, incarnano di volta in volta ogni personaggio di contorno, personaggi che non hanno nome: una nonna, una madre e un padre e poi un parroco, una fantesca.

Ciò ne rende ancora più evidente il carattere di fiaba nera: un racconto di formazione che, però, segue regole tutte sue, crudelmente darwiniane e tutt’altro che consolatorie, dove l’ingresso nell’età adulta ha forma d’incubo.
Nadia e Diana staccano di volta in volta i fogli de “Il Grande Quaderno”dalle tre pareti che le circondano, si allenano a scrivere ciò che vedono nel mondo, unico spazio in cui continuano a rimanere umane, « unico posto dove non possiamo mentire. Il Grande Quaderno è il posto dove siamo Nadia e Diana ».

La Mamma. La Nonna. Esercizio di digiuno. Il furto. E così, una dopo l’altra, vediamo scorrere velocemente tutte le più importanti esperienze di due piccole autodidatte della vita. La disperata ricerca dei protagonisti di una mitologica “verità dei fatti” che si mostri narrabile, di un ordine logico delle cose che aiuti a giustificare gli eventi e di un apparente equilibrio del mondo, sembra nascondere un disperato bisogno di razionalizzare gli orrori inenarrabili della guerra.

« Scriveremo: “Noi mangiamo molte noci”, e non: “Amiamo le noci”, perché il verbo amare non è un verbo sicuro, manca di precisione e di obiettività. “Amare le noci” e “amare nostra Madre”, non può voler dire la stessa cosa. La prima formula designa un gusto gradevole in bocca, e la seconda un sentimento ».

Doloroso, straziante, una storia amara che lascia un vuoto incolmabile e un profondo senso di speranza.

Print Friendly, PDF & Email

Leave a Reply