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Eroica Fenice

gianfelice imparato

Gianfelice Imparato in Ditegli sempre di sì al Teatro Diana

Dal 13 fino al 24 novembre Gianfelice Imparato e Carolina Rosi saranno al Teatro Diana con Ditegli sempre di sì, con la regia di Roberto Andò e prodotto da Elledieffe, la Compagnia di Teatro di Luca De Filippo diretta oggi da Carolina Rosi.
Si tratta di uno dei primi testi di Eduardo De Filippo (una prima stesura dell’opera risale al 1925), portato in scena dal grande drammaturgo napoletano per la prima volta nel 1932 assieme ai fratelli Titina e Peppino e nel 1997 dal figlio Luca. Opera coinvolgente e divertente, di straordinaria fortuna, e la prima in assoluto in cui Eduardo De Filippo affronta la tematica della follia.

Non è mai semplice misurarsi e rendere omaggio ad una delle personalità simbolo della cultura napoletana nel mondo, ma l’impresa è senz’altro riuscita al regista Roberto Andò, alla sua prima esperienza con il teatro di Eduardo, e all’interpretazione magistrale di Gianfelice imparato e Carolina Rosi, in virtù della loro lunga e vasta esperienza teatrale, di una profonda conoscenza del teatro di Eduardo e dei rapporti lavorativi e personali con Luca De Filippo, del quale Carolina Rosi è stata per oltre vent’anni compagna.

Ditegli sempre di sì: il Michele Murri di Gianfelice Imparato ci mostra il labile confine tra follia e sanità

La scena si apre in un tipico salotto borghese napoletano: erroneamente dimesso come ormai guarito dal manicomio nel quale era stato rinchiuso, grazie all’ottimismo di uno psichiatra fin troppo fiducioso che rassicura la sorella Teresa circa l’ottima salute del fratello e la incoraggia a non contrariarlo in nulla (da qui il titolo dell’opera), Michele Murri (Gianfelice Imparato) torna a casa dalla sorella Teresa (Carolina Rosi), una vedova che vive con la sua cameriera in un appartamento in affitto e subaffitta la stanza del fratello ricoverato ad uno stravagante studente con velleità poetiche.
Michele non è, tuttavia, un pazzo furioso, ma un perfetto gentiluomo, uomo d’affari socievole, cordiale e brillante, la cui difficile esperienza del manicomio viene nascosta a tutti, affinché non si comprometta, affinché la società dei sani non lo etichetti come un uomo pericoloso e lo escluda dalla propria realtà, impedendogli di reintegrasi in essa come uomo d’affari e di rivestire adesso il ruolo di marito, giudicato con razionalità da Michele Murri come funzionale e quasi propedeutico al suo rientro nella società borghese, fondamentale per ottenere tranquillità e rispettabilità.

Ma Michele Murri, sebbene le apparenze dicano il contrario, pazzo lo è davvero: è un maniaco ossessivo della precisione e, prendendo puntualmente ed eccessivamente alla lettera tutto ciò che gli viene detto dagli inquilini del palazzo dove vive, una serie di bizzarri tipi umani, ne distorce le parole smascherandone i piani segreti, le ipocrisie e le vanità, fino a creare una fitta trama di equivoci e fraintendimenti che ci condurranno con vivacità fino alla conclusione, lapidaria e beffarda, dell’opera: la confessione disincantata che il confine tra follia e sanità è in realtà ben più sottile di ciò che s’immagina, che l’insensatezza regola i rapporti umani e che i presunti sani, in realtà, forse meriterebbero l’internamento quanto e come Michele Murri. La confessione che quella che appare come normalità è in realtà tutto fuorché normale, che forse la normalità per come la si intende in realtà non esiste e che basta davvero poco a scardinare queste apparenze, mostrando l’uomo per quello che è davvero, costantemente in bilico tra realtà ed illusione, lucidità e follia. Sintomatici di ciò i siparietti farseschi, eppure di straordinario realismo, dello studente Luigi Strada (Edoardo Sorgente), uno studente “sì e no”, poeta “sì e no”, attore “sì e no”, capace di imitare per i propri scopi il riso ed il pianto e di passare dall’uno all’altro stato con sorprendente disinvoltura, senza provare nulla davvero.

Il Michele Murri di Gianfelice Imparato, con una comicità di disarmante semplicità, sembra intenzionato a sfasciare gli schermi patinati del mondo borghese, per metterne invece in luce la fragilità, le debolezze. Un uomo che, prendendo tutto ciò che gli viene detto alla lettera, in realtà svela con maestria ciò che soggiace a ciò che non si ha il coraggio di ammettere, spesso neppure a sé stessi, e che “dire sempre di sì”, in fondo, è la sola strategia che consenta di mantenersi in equilibrio per ottenere, seppur parzialmente, un quieto vivere in un mondo che si regge con precarietà su ambiguità ed illusioni.

Fonte immagine: http://www.napoliateatro.it/2019/11/13/ditegli-sempre-di-si-di-de-filippo-al-teatro-diana/

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