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Eroica Fenice

“Giulio Cesare” di Àlex Rigola al Mercadante, un inedito Shakespeare

Cesare, guardati da Bruto; sta’ attento a Cassio; non avvicinarti a Casca; tieni d’occhio Cinna; non fidarti di Trebonio; fa’ attenzione a Metello Cimbro; Decio Bruto non ti ama; hai fatto torto a Caio Ligario. Questi uomini han soltanto un proposito, ed è diretto contro Giulio Cesare”.

È così che William Shakespeare nell’omonima tragedia profetizzò l’assassinio del più grande romano, Giulio Cesare, in scena al Teatro Mercadante di Napoli dall’8 al 19 febbraio. Prodotto dal Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale, adattato e diretto da Àlex Rigola alla sua prima regia italiana.

Words. Parole, cita lo sfondo della messinscena e che farà da fulcro principale e rivelatore della storia, intorno alla quale si muoveranno gli attori, in un lento incedere prima e in una forsennata corsa poi. Parole, in questo caso la più sublime ars oratoria, che sorreggono da una parte i motivi dell’omicidio e dall’altra quello che è il più famoso monologo della tragedia, quello di Marco Antonio (Michele Riondino) a conclusione dei giochi, quando le carte saranno rimescolate nuovamente. Tutto sublimato dall’adulazione e dalla manipolazione, che in realtà nasconde la vera maschera di una tragedia storica come questa shakespeariana: la giustificazione della violenza per un bene maggiore.

E poi ci sono le azioni, quelle che hanno mosso Bruto (interpretato da Stefano Scandaletti) a concretizzare la cospirazione già messa in atto per uccidere Cesare, aiutato del fedele Cassio (Michele Maccagno) e degli altri senatori, con l’intento di salvare la patria da quella che sarebbe stata una tirannia che ben presto avrebbe messo in ginocchio il futuro del popolo romano.

Il Giulio Cesare pop ed energico di Àlex Rigola

Così gli attori bravissimi a non calare nemmeno un secondo di intensità (tra i citati Margherita Mannino, Eleonora Panizzo, Pietro Quadrino, Riccardo Gamba, Raquel Gualtero, Beatrice Fedi e Andrea Fagarazzi) vestiti da lupi si azzannano e si scontrano, una violenza che è biasimata da il raggiungimento di un obbiettivo più grande. Il Giulio Cesare di Àlex Rigola è una tragedia che non stravolge gli schemi solo perché il personaggio principale, un Cesare nell’ultimo periodo della sua gloria già corroso da una possibile congiura, è interpretato da una donna (Maria Grazia Mandruzzato), ma anche perché è evidente il binomio, costruito a mo’ di denuncia, con l’attualità. Lo spettacolo infatti inizia con la foto del piccolo Aylan Kurdi riverso a faccia in giù su una spiaggia della Turchia, il simbolo dell’insensatezza umana e del sangue degli innocenti che viene riversato ingiustamente.

Dopo un dialogo tra Bruto e Porzia (Silvia Costa) che è la scena più privata e che preannuncia il dolore e il cambiamento, quello della battaglia di Filippi è il momento più riuscito del Giulio Cesare di Àlex Rigola. Marco Antonio con l’alleanza tra Ottaviano e il terzo triumviro, Lepido, si schiera contro i traditori, ma anche questa profezia è già annunciata all’inizio.

Più che attuale la scena assume caratteri pop, la musica è ritmata ma anche assordante, le immagini proiettate sullo sfondo sono vive e dirette, tutto sul filo della tensione, mentre lo spettatore attende l’esito finale e funesto, ma anche contraddittorio. Le immagini della contemporaneità, da Obama al neo eletto Trump, sottolineano la fragilità su cui è sorretto il mondo in cui viviamo e che è stato lo stesso dell’antica Roma, dove le mani insanguinate sono la metafora di una partecipazione collettiva. Siamo tutti peccatori?

Ilaria Casertano

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