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Eroica Fenice

il silenzio

Il Silenzio, Ciro Pellegrino rilegge Pasolini alla Galleria Toledo

Una sedia impiccata. Frequenze distorte di radio in sottofondo. Un manichino ben vestito ma senza testa e un uomo nudo accasciati al suolo. 

Queste sono le immagini con cui si apre il sipario su Il Silenzio, spettacolo dalla verve pasoliniana e sartriana portato alla Galleria Toledo da Ciro Pellegrino nell’ambito di Stazioni di Emergenza.

Impostato come un lungo flashback, la pièce racconta del vano tentativo di fuga dalla realtà di un uomo (Marco Serra), le cui fragilità emotive generano nella penombra del suo subconscio il germe della follia. Una follia che lo porta a esplodere e trovare in un’arma da fuoco l’unico mezzo in grado di redimere la patologica inconsistenza del mondo. E come il pastore Erostrato cerca con un gesto clamoroso di lasciare un segno del suo passaggio. La perfetta simbiosi tra il gioco di immagini e suoni proposti dal pannello oleografico presente in scena rendono, attraverso l’indiscutibile bravura dell’attore, perfettamente l’idea del disagio crescente. Il debito del regista Ciro Pellegrino con Orgia di Pasolini si evidenzia proprio in questo. Non trovando posto nel magma della società, il protagonista, sempre più disagiato, galleggia tra orgasmi strozzati e controfigure idealistiche di un io ormai smarrito.

Il suo modo di essere incarna e svilisce al contempo la figura del superuomo. Lontano dalla visione nietzschiana, il suo superomismo è più vicino alla lettura del D’Annunzio e, quindi, non può che sfociare nella deflagrazione dell’io e nel rifiuto di tutto il resto dell’umanità che giudica già morta. Così, edulcorata dal suo valore intrinseco, essa è per lui semplicemente un bersaglio, il poligono di tiro di una divinità dalla fragilità clandestina. La sua non è una richiesta di aiuto ma una presa di consapevolezza. Consapevolezza che lascia emergere il paradosso. Egli non può veramente uccidere perché già morto. La sua anima è rinchiusa in quel manichino senza testa ma ben vestito e in quella sedia impiccata perché non c’è più posto per nessuno. E così, come lei, la sua vita termina stretta in un cappio, tra gli applausi di un pubblico visibilmente commosso.

Il prossimo appuntamento con Stazioni di emergenza sarà il 22-23 settembre 2015.

Teatrincorso e Live Art
Compagnia Teatrincorso – Trento
Playhard
Concept testi / VJ: Elena R. Marino
Performer: Silvia Furlan

Sinossi:

Playhard è una follia pura, lucida che prende il volo sulle ali di un desiderio sfrenato di felicità.
Per una volta tutto deve andare bene, per una volta capiterà di vincere tutto. Se la società, il
lavoro, la vita personale chiudono i battenti, deludono, erodono, usurano, allora giocare forte
rimane l’ultima soluzione. Per una volta: Superman del destino.
Nessun dramma didattico sul gioco patologico, ma un’interrogazione a più riprese, a più
direzioni sul come e sul perché un’intera nazione chiuda gli occhi e si rifugi sempre più nella
scommessa, nell’isterica scommessa su una vittoria, quale che sia; su un risarcimento
esistenziale che d’un colpo, con un colpo di dadi, annienti decenni di scempio della dignità, della
verità, della giustizia sociale, morale e penale.
Playhard: una corsa senza respiro, uno slancio e un salto nel vuoto, per un attimo felici, d’una
felicità isterica, per un risarcimento completo. Vogliamo il lieto fine a tutti i costi.
Playhard: una donna, questo il suo soprannome, tutto quello che impara a fare giocare
forte, giocare tanto, giocare duro. Che lo spazio scenico sia campo di gioco, che il gioco sia per
vivere o morire, soccombere alla stanchezza o rilanciare, rilanciare, ancora una volta rilanciare.

Marcello Affuso