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Eroica Fenice

La categoria Interviste contiene 8 articoli

Interviste

Il teatro in zattera: intervista a Giovanni Meola

L’idea di “deriva” fa pensare e fa rima con “instabile”: non è questo il concetto espresso dalla kermesse Teatro alla deriva, che si svolge ormai da sette edizioni durante tutto il mese di luglio nella spettacolare cornice delle Terme Stufe di Nerone. “Alla deriva” esclusivamente perché c’è la geniale idea di rendere “itinerante” questo spettacolo grazie all’ausilio di una zattera che si traghetta nel lago; gli attori, da novelli Odisseo, vivono i propri drammi un po’ qui, un po’ lì, aiutati dall’atmosfera magica. Personaggi isolati, ma in transito: la famosa quarta parete che divide gli spettatori esiste ed è materialmente fatta dall’acqua che divide il palcoscenico della zattera dai comuni mortali; e allo stesso tempo, però, non c’è. Una rassegna davvero singolare che nasce dalla mente di Giovanni Meola, direttore artistico della kermesse. Lo abbiamo intervistato, per sapere di più su di lui e su come si partorisce un’idea simile. Identikit: in un tweet, quindi con 140 caratteri, chi è Giovanni Meola? Non uso i cinguettii e per natura, essendo drammaturgo, spesso sono capace di non essere sintetico. Ecco, questa potrebbe essere una buona autodefinizione. Ma al di là delle battute, e impiegando ben più di 140 caratteri, posso dire che Giovanni Meola cerca di essere uomo di teatro a 360 gradi, con tutto il bello (e anche il complicato e, a volte, il brutto) che questo significa. Quindi, autore, drammaturgo, regista, formatore, direttore artistico, produttore, datore luci, e anche facchino e aiuto scenografo, se occorre. (ndr: non brevissimo, ma certamente molto bravo a rendere l’idea. Per noi, passa la prova). Giovanni Meola inizia presto ad essere autore e regista: com’è avvenuto il primo contatto con questo mondo? Da spettatore, da fruitore, da appassionato. Poi, da “facitore”, da uno che ha cominciato a lavorare sul campo, senza sosta, sia sul piano della scrittura che della regia e poi, dopo qualche anno, anche come formatore. Diciamo che queste tre espressioni dello stesso “essere” teatrale (scrittura, regia, formazione) hanno continuato a combinarsi ed intrecciarsi imperterrite con quella caratteristica iniziale, con l’essere cioè un fruitore attento e molto, molto curioso. Quali sono state le tue influenze principali? Mi ritrovo a pensare che le influenze, per chi maneggia arte e creazione, possono arrivare da qualunque tipo di suggestione, comprese le cose che non ti sono piaciute. Anzi, spesso, quelle ti indirizzano molto più di quel che ti piace e senti vicino, perché ti mostrano chiaramente ciò che non vuoi fare, rifare, scimmiottare, ricreare, la direzione nella quale non vuoi andare. Indicando espressamente qualcosa, invece, mi viene in mente tutto il teatro che è riuscito a restituirmi una verità espressiva nell’incontro tra corpo scenico e verbale, tra forma e contenuto. Anche se non ne ho visto tanto di teatro così, è anche vero che ne ho visto qualche volta, e già questa è una bella influenza. Nei miei lavori cerco di applicare e sviluppare questa influenza. Adesso parliamo della rassegna: è unica nel genere in Italia e siamo alla settima edizione, già un bel numero, […]

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Marilyn – segreti di una borderline, intervista a Sara Coppola

“Lascio agli altri la convinzione di essere i migliori, per me tengo la certezza che nella vita si può sempre migliorare.” Marilyn Monroe era – ed è tuttora – considerata come l’emblema, il correlativo oggettivo della bellezza femminile. Un personaggio rimasto iconico, incastonato nella memoria collettiva per le sue interpretazioni ma soprattutto per uno stile e un portamento rimasti inimitabili. La sua storia, in tutte le sue sfumature, soprattutto quelle più oscure, ce la proverà a raccontare Antimo Buonanno con il suo spettacolo “Marilyn – segreti di una borderline” che andrà in scena domenica sera allo spazio artistico Comic Art di Orta di Atella.  Ce ne ha parlato Sara Coppola, assistente alla regia della pièce. Intervista a Sara Coppola Per cominciare, dicci un po’ di te, cosa ti ha spinto a voler dedicare la tua vita all’arte teatrale? Fin da piccola ho provato attrazione per il fantastico mondo del teatro, tutto mi affascinava, e tuttora accade. Adoro le emozioni che mi provoca il palcoscenico e anche dietro le quinte. Sicuramente la passione e l’amore per questa antica arte mi spinge a voler dedicare la vita ad essa. Cosa ci dobbiamo aspettare da Marilyn – segreti di una borderline? Lo spettacolo, scritto dall’autore Antimo Buonanno, riporta in vita una Marilyn mai vista, lontana dalla luce dei riflettori. I segreti di una borderline fanno da sfondo ad un’atmosfera hollywoodiana e al contempo misteriosa. Una bambina mai cresciuta, una donna divorata dalle sue paure. Una diva smascherata dall’amore. Marilyn Monroe è il capolavoro più grande a cui Norma Jeane ha dedicato interamente la vita. Marilyn l’unica attrice del cinema in grado di fare la più grande entrata quando esce. Secondo te perché Marilyn Monroe è rimasta una figura così iconica? Nessuna è mai riuscita ad avvicinarsi Marilyn, l’equilibrio perfetto tra il vento e la fiammella di una candela. Progetti per il futuro? Ad aprile, andrò in scena con “teatro o cabaret? La sfida continua” e “Uomini sull’orlo di una crisi di nervi”. Sicuramente mi piacerebbe ancora lavorare di nuovo come assistente alla regia di Antonio Vitale, che ha curato “Marilyn segreti di una borderline”, interpretata dalla bravissima Rossella di Lucca. E poi chissà, anche fare esperienza in campo scenografico, corso di studio che attualmente frequento. Facciamo a Sara Coppola e agli altri ragazzi del cast il nostro in bocca al lupo!  

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Un angelo tra le stelle: intervista a Claudio Zanfagna

Il 31 gennaio si è tenuta, presso il Circolo Nautico di Posillipo, la presentazione alla stampa della IV edizione della cena di solidarietà Un angelo tra le stelle, organizzata dall’Associazione Progetto Abbracci Onlus e in collaborazione con l’Associazione Si può dare di più Onlus. Il tutto inerente al progetto La Casa dei Mestieri, un progetto che mira ad avvicinare al mondo del lavoro i ragazzi affetti da disabilità cognitive. Eroica Fenice ha intervistato uno dei soci fondatori dell’Associazione Progetto Abbracci Onlus, Claudio Zanfagna. Un angelo tra le stelle Lei è uno dei fondatori dell’Associazione Progetto Abbracci Onlus: vuole spiegarci di cosa si occupa? Come è documentato sul sito (progettoabbracci.org) io sono socio fondatore assieme a mio figlio, mia moglie ed ai migliori amici di mio figlio Andrea, al quale è dedicata l’Associazione Progetto Abbracci Onlus. Attualmente ne sono anche il presidente. Da quattro anni ci occupiamo dei più deboli, di chi vive ai margini della società sia in Italia che in Africa sostenendo progetti concreti. Quali sono i progetti a cui si è dedicata l’Associazione e quelli in corso? I progetti realizzati sono tantissimi e sono tutti visibili sul sito e sul profilo Facebook di Progetto Abbracci Onlus. Con la prima edizione di un Angelo tra le Stelle abbiamo donato una medicheria al reparto di oncologia pediatrica del Sun, con i fondi raccolti durante la seconda edizione abbiamo fornito una medicheria al reparto di pediatria diretta dal prof Paolo Siani al Santobono e con la terza una yurta (tenda mongola), per ospitare il punto di lettura per i bambini figli dei detenuti del carcere di Nisida. Inoltre abbiamo donato holter portatili ai Prof. Paolo Siani e Rodolfo Paladini del Santobono e una cucina ed un refettorio per l’ospitalità agli homeless presso la parrocchia di San Gennaro in via Bernini: la struttura funziona regolarmente tutti i sabato. E poi abbiamo donato strumenti all’orchestra dei bambini dei Quartieri Spagnoli. Insieme ai progetti che portiamo avanti a Napoli, il nostro impegno è forte anche in Africa dove abbiamo costruito tre scuole e quattro pozzi d’acqua in Tanzania, regolarmente completati e da me e mia moglie personalmente inaugurati. Sono appena iniziati i lavori della quarta scuola e, a breve, realizzeremo il quinto pozzo. Ci parla dell’iniziativa di Un angelo tra le stelle e del progetto La casa dei Mestieri? L’angelo ovviamente è mio figlio Andrea, che purtroppo è volato in cielo nel maggio 2014 a seguito di un incidente stradale in Grecia. Le stelle sono i cuochi, che da anni si prestano in maniera assolutamente gratuita per aiutarci a realizzare i progetti dell’associazione. Quest’anno, ad esempio, doneremo un forno a legna ed un bancone professionale ai ragazzi con disabilità cognitive, attualmente ospiti dei padri Dehoniani a Marechiaro. I ragazzi sono seguiti da uno staff di medici e di insegnanti professionisti, che li sostengono e li avviano concretamente ad un mestiere, consentendo a questi giovani uomini e donne di non essere più invisibili ed emarginati e prospettando loro un inserimento nel mondo del lavoro. Noi ci impegneremo per […]

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“Semi”: intervista a Marina Cioppa e Michele Brasilio

Dal giorno 11 al 14 gennaio 2017 il palcoscenico del Nuovo Teatro Sancarluccio ospita lo spettacolo Semi. Peccato non esiste più l’amore platonico di Marina Cioppa e Michele Brasilio e prodotto da Vulìe Teatro. Dal titolo si evince come esso affronti la tematica conflittuale tra uomo e donna. Si tratta di un conflitto che nasce, piuttosto che da una fisiologica differenza tra uomo e donna, da quella difficoltà comunicativa che si instaura in generale tra gli individui. La riflessione che in Semi si pone circa rimpianto per l’amore platonico, un tipo di affetto, cioè, che si nutre di se stesso senza chiedere nulla in cambio all’oggetto del desiderio, sembra mirare, inoltre, all’analisi di quel profondo individualismo che regna nella realtà contemporanea. Semi: tra amore e rapporto di coppia al giorno d’oggi. Due chiacchiere con Michele Brasilio e Marina Cioppa Semi. Peccato non esiste più l’amore platonico è un titolo che porta alla mente la complessità del rapporto di coppia nell’epoca contemporanea. Parlateci dello spettacolo. Marina Cioppa: Complessità è un eufemismo in questo caso. Il rapporto di coppia dei protagonisti Ugo e Claudia è una gara da giocarsi sempre in zona Cesarini, un continuo andirivieni di battute, in perenne contrasto e il finale spiega in parte il motivo. Michele: Il ritmo col quale procedono i dialoghi è molto sostenuto e in qualche modo rimanda alla velocità con la quale oggi si instaurano rapporti e alla superficialità nell’ascoltarsi. Come siete giunti all’idea del rimpianto del cosiddetto amore platonico e cosa intendete con questa locuzione? Marina Cioppa: La conclusione alla quale siamo giunti in ultima fase di scrittura è stata proprio che se l’amore fosse platonico sarebbe più semplice e non ci sarebbe necessità di coabitazione e di condivisione di nessun tipo. Molte problematiche troverebbero esaurimento, oggi invece l’esaurimento è clinicamente diagnosticabile in molti casi. Mettere in scena una tematica così attuale come rapporto di coppia comporta una forte adesione alla realtà. Quanta vita quotidiana prende, appunto, vita in Semi? Michele Brasilio: Tutta. Praticamente tutta. In semi ci sono dialoghi e situazioni che abbiamo osservato, immagazzinato, appuntato e persino vissuto. In Semi è ovviamente esasperato il concetto di coppia, dato che al teatro serve esattamente questo. Quali sono, dal punto di vista registico, i linguaggi con cui vi esprimete in Semi? Michele Brasilio: Dal punto di vista registico ho preferito lasciare spazio alla drammaturgia, pur trattenendo uno stile cinematografico che credo fotografi al meglio la relazione di coppia per come la intendiamo. Per noi è stato molto più importante far nascere il “gioco” tra i due attori (e di conseguenza tra i due personaggi) senza inondare lo spettacolo di spunti concettuali anche visivi. Cos’è cambiato nel rapporto di coppia con il passaggio dal Secondo al Terzo Millennio? Michele Brasilio: Credo che a un certo punto si necessitasse di una modifica antropologica, nella stessa misura in cui ci si lasciava alle spalle l’idea del piccolo spazio, del paesino, del quartiere come unico spazio scibile. Così anche la coppia ha avuto bisogno di rinnovare la sua posizione storicamente convalidata. […]

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Il TRAM fra passato e presente: intervista a Mirko Di Martino

Entrare al TRAM (Teatro Recitazione Arte Musica) significa addentrarsi nel cuore di Napoli. Le sue scalinate, illuminate da luci soffuse, discendono nella terra fino a portare lo spettatore nell’anima del teatro. Ad accoglierci è il Direttore artistico e fondatore della compagnia del Teatro dell’Osso Mirko Di Martino, che ci ha spiegato quale sia l’idea portante del TRAM: una linea che riesca a coniugare insieme drammaturgia e memoria popolare con un certo sperimentalismo, che sappia farsi comprendere dal pubblico. In particolare, la drammaturgia di Di Martino affronta temi quali la memoria e l’identità dei suoi personaggi attraverso uno scavo profondo della loro coscienza, i quali diventano pretesti per analizzare tematiche universali. Accanto a questo tipo di approccio vi è anche una certa forma di sperimentazione, allo scopo di proporre nuovi linguaggi fruibili di comunicazione, di cui è felice esito la rassegna da lui stesso ideata Vissi d’Arte, che coniuga teatro e arti figurative, e il cui più recente risultato è stato lo spettacolo Explodin Plastic Wharol, che ha aperto magnificamente questa seconda stagione del TRAM. Il TRAM di Mirko Di Martino: le diverse scelte drammaturgiche Nella tua biografia artistica si articola in un passaggio biunivoco dalla drammaturgia alla direzione teatrale. Raccontaci se e come la direzione artistica del TRAM abbia influito sulla tua scrittura drammaturgica. È vero che l’apertura del TRAM ha influito sulla scrittura drammaturgica perché per la prima volta ho avuto l’occasione di pensare a uno spettacolo, in particolare Exploding Plastic Wharol, che è nato appositamente per questo posto. Fino a quel momento i miei spettacoli erano legati a quelli che erano i miei interessi generali, o alle possibilità produttive, o all’interesse del Teatro dell’Osso, ma non al luogo specifico. Nel momento in cui abbiamo per la prima volta pensato a uno spettacolo che doveva nascere qui e stare qui per un certo periodo di tempo, siccome il TRAM ha anche una struttura abbastanza particolare, proprio come edificio teatrale, allora c’è stata un’influenza non tanto nella scelta del tema, ma sull’idea dello spettacolo che sarebbe dovuto nascere. Non influisce ovviamente tanto sullo stile, né sui temi, ma certamente influisce invece sull’idea di un testo che viene pensato già per un certo tipo di allestimento. In particolare Wharol è stato pensato e scritto proprio per essere messo in scena in quel modo che ha suggerito il TRAM stesso. Difficilmente potrebbe essere messo in scena in un’altra maniera e anche, con certe difficoltà, in un altro posto, in quanto è nato esattamente qui. Più in generale, il fatto di avere la direzione artistica influisce sulla scrittura, dovrei dire in maniera negativa, nel senso che lascia meno tempo per la scrittura, ed è difficile conciliare le due cose perché scrivere è un’attività a tempo pieno; anche perché raramente capita di iniziare a scrivere un testo di cui si è convinti fin dall’inizio, se è già quello che si vuol fare. In genere, è più una ricerca. Si comincia da un’idea, se ne valutano tante, se ne abbandonano tante altre, ci si torna su, […]

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La stella luminosa Pasqualino e la luce del suo cuore, Silvia Mazzieri

Pasqualino e la sua luce: due chiacchiere con la stella del sorriso appassionata di stelle del cinema Lui si chiama Pasqualino Esposito, vive a Casavatore vicino Napoli ed ha una simpatia travolgente ed una purezza d’animo che lo rendono trasparente e cristallino come una bella giornata d’estate: lui è inverno e primavera insieme, è saggezza e leggerezza, lui è la risata che nasce nel bel mezzo di una stagione arida. Pasqualino è affetto da osteogenesi imperfetta, detta anche malattia delle ossa di vetro: la sua malattia gli porta grave fragilità alle ossa, malformazione degli arti, difficoltà respiratorie a causa della gabbia toracica malformata e gli è quindi essenziale l’aiuto della ventilazione meccanica. Il cinema è la stella polare della sua quotidianità, la sua scappatoia ed isola felice, e questa passione lo ha portato a divenire una stella del sorriso che ha incontrato stelle in carne ed ossa: i suoi idoli cinematografici.  Pasqualino può infatti vantare tantissimi incontri con svariate stelle del cinema, attori di fiction e nomi di spicco della scena nostrana e internazionale, nonché la partecipazione a numerosi eventi e festival. Il suo festival preferito è La Festa del Cinema di Roma, a cui ha partecipato due volte: ha anche instaurato un forte legame con il direttore Antonia Monda e con Valeria Allegritti. La passione può salvare una vita e renderla degna di essere vissuta, può dare respiro e leggerezza alla sofferenza, e Pasqualino ci affida un grande messaggio: la realtà non è quella che si vede. Lo diceva Eugenio Montale nei suoi versi, e Pasqualino si fa testimonianza viva di queste parole. Ma solo per chi avrà la sensibilità adatta per coglierle e farle proprie, per chi saprà dilatare le proprie pupille e il proprio cuore. Ciao Pasqualino. Come nasce la tua passione per il cinema? Come ti è venuta l’idea di girare i principali eventi e conoscere i tuoi idoli da vicino? Ho sentito parlare, tramite i telegiornali, di vari festival del cinema che prevedevano gli incontri degli attori con il pubblico, e ho trovato subito l’energia di provare anche io questa esperienza. Ho cercato su Internet qualche festival che si trovasse più nella mia zona, tra Napoli e Roma, e ho deciso quindi di andarci. Sono andato per la prima volta ad un festival nel 2010, e mi è piaciuta molto l’atmosfera e tutto il contesto. Ho conosciuto tantissimi attori, ho cominciato a seguirli in televisione e mi è venuto spontaneo appassionarmi al cinema. Quali sono i generi cinematografici che ti piacciono di più e chi sono i tuoi attori preferiti? Amo in particolare i film horror e di avventura. Degli horror mi piace l’emozione, il panico e le forti sensazioni, invece per quanto riguarda i film d’avventura, li scelgo perché mi piace sorridere nel vivere le storie. La mia attrice italiana preferita in assoluto si chiama Silvia Mazzieri, protagonista della fiction “Il paradiso delle signore”, poi ci sono Elisabetta Pellini e Benedetta Gargari. Come attrici straniere invece amo Nicole Kidman e Jessica Alba. Silvia Mazzieri la […]

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La Morte Rinata, intervista a Diego Maht

Sabato 6 e domenica 7 maggio, andrà in scena allo ZTN (Zona Teatro Naviganti) lo spettacolo La Morte Rinata, prima regia del giovanissimo Gennaro Esposito, in arte Diego Maht. Abbiamo scambiato due chiacchiere con lui. La domanda più difficile: chi è Diego Maht? Bella domanda. Diego Maht, a conti fatti, nemmeno esiste, quindi potrebbe essere chiunque. Dallo studente senza soldi ma pieno di talento o al vecchio navigatore, giunto, dopo tanti viaggi, ad assolute certezze e pronto a condividerle col mondo intero. Per ora, possiamo dire che è un giovane autore e regista che cerca di barcamenarsi in un realtà esistente da molto prima di lui e che, con tutta probabilità, resterà molto dopo. Come nasce la tua passione per il teatro? Ho sempre profondamente mal sopportato l’istituzione scolastica. Tra elementari e medie, ho collezionato tantissime assenze, troppe, e in quelle lunghe mattinate in solitaria passavo le ore davanti alla TV. Nella metà degli anni ’90, le reti private mandavano a ripetizione ogni tipo di opera o film di successo, soprattutto quelli partenopei. Sono letteralmente cresciuto con i classici di Eduardo De Filippo, con la mimica di Totò, con l’ironia della Smorfia di Decaro, Troisi e Arena e con l’estro di alcuni dei più grandi interpreti del novecento. Questo mi ha portato a scrutare quel mondo più in profondità e così ho “incontrato” Shakespeare, Beckett, Ibsen, Sofocle, Eschilo ecc ecc. Per anni, ho abbandonato il teatro e la sua realtà quasi del tutto, concentrandomi su altre forme artistiche. Poi, una sera, in tarda adolescenza, decisi di andare a vedere uno spettacolo con alcuni amici e si può tranquillamente dire che da quella sera non sono mai più tornato a casa. Parlaci de “La Morte Rinata” Molti descrivono le opere come “necessità”,  “La Morte Rinata” non si assume questo gravoso compito, né si prende tale responsabilità. È una possibilità, un ulteriore sguardo su ciò che la morte è per tutti noi, soprattutto in questa epoca moderna in cui i media ci bombardano di morti ammazzati a tal punto da renderci insensibili, e su come, nonostante l’avvento di molti filosofi e pensatori su di essa dai tempi greci, la maggior parte degli uomini sia ben lontana da una sua accettazione o da una degna convivenza con essa. Questa è la tua prima regia. Quali difficoltà hai incontrato nell’organizzazione di questo spettacolo? L’età è stato un ostacolo pesante, soprattutto all’inizio. In questo paese, si parla di “giovane autore” o “giovane regista” quando il tale ha compiuto più di quarant’anni al momento della lavorazione. Io, che secondo questa mentalità sono or ora uscito dall’utero materno, sono guardato con assoluto sospetto. Ma devo dire di aver avuto la fortuna di incontrare attori a dir poco fantastici, che hanno reso questo viaggio molto più facile e piacevole di quanto immaginassi. Molti dicono che il teatro è ormai morto: un tuo parere a riguardo.  Non posso esserne certo, non c’ero personalmente, ma credo in tutta sincerità che si sia cominciata a diffondere tale drammatica notizia sul teatro nel […]

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Andrea Cioffi, intervista all’attore de “La buona uscita”

“Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni” (William Shakespeare) Il narratore sincero è colui che scompare tra le righe delle storie più belle, si eclissa lasciando che le vicende si sviluppino nella loro naturale dirompenza. Tace per far posto alla sostanza che genererà emozioni. Lo stesso farò io in questa piccola intervista ad Andrea Cioffi, giovane attore napoletano di sangue e di virtù ma che attualmente vive a Genova per scolpire con sudore la sua vita e darne le sembianze della sua incredibile passione, del suo talento, del suo “tutto”. Essere attori è, nell’immaginario collettivo, sinonimo di fama, auto sportive e belle donzelle. Tutti dimenticano il lavoro, le ore di studio e di pratica che ci vogliono, anche solo per avanzare la pretesa (che non dovrebbe essere mai diritto ma sempre privilegio) di salire su un palco. Essere attori e potersi definire tali è tutt’altro come ci mostrerà Andrea Cioffi con la sagacia e l’onesta intellettuale che sicuramente lo porteranno lontano. Intervista ad Andrea Cioffi La domanda più difficile: chi sei? La mia domanda preferita. Anche la scorsa volta, tre anni fa, non avevo idea di cosa risponderti. Rileggendo quella risposta, oltretutto, ho dedotto che dovessi rispondere daccapo ad ognuna delle domande! Chi sono mai? (semi-cit) E intanto sono bloccato, in pigiama, a mezzogiorno, sul mio letto, davanti ad un computer (uno diverso dall’altra volta, quello si è rotto dopo che una mensola, su cui raccoglievo la mia collezione di bottiglie di birra, gli è franata sopra. Di notte. Crash! Schegge ovunque. Ora ho un poster, sopra il letto, con le medesime bottiglie di birra, che qualora decidesse di staccarsi dal muro, per lo meno, mi planerebbe delicatamente addosso; senza destare il mio sogno e facendo un confortevole “poc” toccando il pavimento.) Sono fermo da svariati minuti senza sapere proprio cosa scrivere. Quasi come se fosse più difficile, man mano che passa il tempo. Probabilmente smetti di chiedertelo. No, forse capisci che è veramente assurdo riuscire ad autodefinirsi. Sì, deve essere questo. Alla fine si è talmente tanto in continuo mutamento che mettersi un’etichetta, un “titolo” diventa inevitabilmente una sofferenza! A meno che uno non voglia fare il quadro. Ma io il quadro non lo voglio fare. Dai, provo a rispondere: sono Andrea Cioffi, ho 26 anni, sono napoletano e sono un attore. Sono sempre in difficoltà quando pronuncio queste parole, te lo giuro. Non so perché. Ho sempre paura che dicendo “Sono un attore” io non renda giustizia a quello che questa affermazione significa per me. Gli attori, si sa, sono vanagloriosi, egocentrici, estetici e tutte quelle cose brutte che immediatamente attribuiamo loro. Ed è vero. Ma oltre tutti questi difetti da cui non provo neppure a discolparmi, molto spesso c’è un mondo. Non ho deciso di fare l’attore “Così divento famoso!”. Famoso non lo sono, dubito che lo sarò mai, e francamente manco mi interessa. Ho deciso di fare l’attore che manco sapevo cosa significasse, realmente. Volevo essere tutto, vivere mille situazioni, provare emozioni […]

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