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Eroica Fenice

La ballata del carcere di Reading: lì dove muore ogni speranza

La ballata del carcere di Reading al Ridotto del Mercadante dal 14 al 17 novembre.

Roberto Azzurro, a due anni dal processo di Oscar Wilde, torna al Mercadante con La ballata del carcere di Reading. Azzurro porta in scena, nei panni di regista e di unico attore protagonista, La ballata del carcere di Reading che Oscar Wilde scrisse nel 1897 dopo due anni di prigionia per l’accusa di sodomia: ad accompagnarlo è il pianoforte di Matteo Cocca. Lo spettacolo apre la programmazione 2019/2020 della piccola sala al primo piano del Teatro Mercadante.

Il lamento di un prigioniero dal carcere di Reading

Una scena essenziale: una sedia rosa, pochi mattoni accantonati da prigionieri costretti ai lavori forzati, scarne tavole di legno. Un Wilde provato da due anni di prigionia guadagna la scena recitando la preghiera eucaristica. Il Wilde in scena non è che la carcassa consumata e logora del dandy dissoluto ed edonista che fu: di quel dandy resta un tight nero e un fiore verde all’occhiello. Da qui in poi si scioglie un lungo e dolente lamento pieno di pena, privo di speranza ma intriso di fede. Wilde davanti all’imminente fine di un condannato, Charles Thomas Wooldridge, che aveva ucciso sua moglie con un rasoio, si interroga sulla condizione umana dei prigionieri, sulla urgenza del perdono e sulla barbarie della legge che, invece, scritta dall’uomo per l’uomo, condanna alla prigionia e alla pena di morte. Roberto Azzurro non interviene su La ballata del carcere di Reading, non la rielabora, ma ci entra dentro, restituendo abilmente, con uno sguardo allucinato e una voce tremante e delirante, ogni sentimento che abbia animato e ispirato questo testo. Lo sgomento, il pentimento misto alla nostalgia per una vita di piaceri e di eccessi, la rabbia furente e l’orgoglio ferito, la sofferenza, la rassegnazione davanti al lento spegnersi del suo spirito, la flebile fede che lo tiene in vita, la consapevolezza che dal carcere non si esce vivi, seppur in vita.

Ogni uomo uccide ciò che ama, eppure nessuno di loro deve morire.

Quell’uomo aveva ucciso ciò che amava e per questo doveva morire. Eppure ogni uomo uccide quel che ama. Ognuno ascolti, dunque, ciò che dico: alcuni uccidono con sguardo d’amarezza, altri con una parola adulatoria. Il codardo uccide con un bacio, l’uomo coraggioso con la spada. […] L’uomo gentile uccide col coltello, perché più ratto giunga il freddo della morte. […] Ogni uomo uccide ciò che ama, eppure nessuno di loro deve morire.

Ognuno di noi uccide ciò che ama, ognuno è un malfattore che va perdonato: se è vero questo assunto, allora, chi ha commesso un più grave delitto avrà bisogno di un più grande perdono. La legge, invece, rinchiude il colpevole in una gabbia dove non c’è possibilità di espiazione, di recupero, ma solo la lenta morte della della speranza prima che sia il corpo stesso a perire. Nel carcere non crescono fiori che possano alleggerire l’animo dei condannati, ma solo erba velenosa. Il carcere non ha colori se non il nero della notte, delle ombre e il grigio acciaio delle sbarre e delle catene. Il carcere, trasforma in paglia il fieno, sfigura nel corpo e nello spirito, arrugginisce la catena di ferro della vita. Nel carcere si vive in una perenne ed estenuante vigilia che è l’attesa della morte. All’arrivo dell’araldo vestito di tenebra ha inizio l’iter consueto: il prete in tonaca bianca, la gola secca per il terrore, il boia, la corda, il bacio di Kaifa. Dopo resta solo la lugubre danza del condannato che dondola appeso ad una corda. E, allora, davanti all’imminenza della morte, tutto muore: la speranza, la fiducia nell’uomo e nella legge, la solidarietà tra prigionieri. La sola cosa che sembra non spegnersi è la fede: la fede che Gesù sia morto per tutti e che Dio possa accogliere con sé un cuore spezzato che si è pentito. 

Foto: comunicato stampa.

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