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L’asino d’oro al Teatro Arcobaleno | Recensione

L'asino d'oro di Apuleio al Teatro Arcobaleno

L’asino d’oro è stato il primo appuntamento dell’anno con la rassegna dei classici al teatro di Via Redi a Roma. Grande successo per lo spettacolo tratto dal romanzo di Apuleio. 

Secondo spettacolo in cartellone per la stagione ‘23/’24 del Teatro Arcobaleno. Dopo il primo sipario con Non fui gentile, fui Gentileschi sulla pittrice Artemisia Gentileschi, L’asino d’oro di Apuleio nella versione di Francesco Polizzi inaugura l’immancabile e densa sezione dedicata al teatro classico.

Le Metamorfosi o L’Asino d’oro di Apuleio

Ardimentosa, rocambolesca, infarcita di acrobazie fisiche, canore, gestuali dei suoi attori, L’asino d’oro di Apuleio messo in scena al Teatro Arcobaleno è uno spettacolo onnicomprensivo e sorprendente; un complesso susseguirsi di storie nella storia e di giochi metateatrali, proprio come l’opera da cui è tratto lo spettacolo, Le Metamorfosi o L’asino d’oro di Apuleio. Autore poliedrico e controverso, algerino di nascita, Apuleio è stato retore, scrittore, filosofo, in un periodo – il II secolo d.C. – in cui la solidità del sistema culturale e religioso romano appariva incrinata dalle nuove dinamiche che cosmopolitismo e misticismo, arrivati dall’Oriente, avevano innescato; si trattò di una vera e propria rivoluzione del pensiero che, per la prima volta a Roma, poneva l’uomo davanti al cittadino, il pensiero davanti dall’istinto, la spiritualità davanti alla guerra.

«E in questa conversazione milesia io intreccerò per te storie di ogni genere e incanterò le tue orecchie benevole con un dolce sussurro» è la promessa dell’autore che delle sue Metamorfosi ha fatto, non a caso, una fitta tela di Penelope su cui ricamare tutte le trame della sua anima.

L’Asino d’oro di Polizzi in scena al Teatro Arcobaleno

Il controverso panorama della Roma del II secolo d.C. confluisce nella messa in scena di Polizzi, che nel ritmo e nella varietà di tematiche e soluzioni sceniche tenta di riprodurre le influenze culturali, la crisi spirituale, la promiscuità religiosa che permeavano il mondo dell’epoca. Lo stesso Polizzi è un po’ Lucio, protagonista dell’opera, un po’ Apuleio – e in effetti il dubbio che nella realtà Lucio fosse Apuleio era già stato sollevato –, così come è un po’ protagonista un po’ narratore, presenza necessaria per aiutare gli spettatori a tenere insieme tutte le fila del discorso. Agli attori è affidato, invece, il compito – non meno complesso – di mettere queste fila in scena. Il filone centrale delle Metamorfosi o L’Asino d’oro è la trasformazione di Lucio in asino a causa di un incantesimo mal riuscito della maga Panfile della Tessaglia; da lei, nella sua terra di streghe e demoni, Lucio, spinto da una insaziabile curiositas, spera di poter imparare a praticare la magia, di cui però resta vittima. Dovrà affrontare un lungo e erto percorso di perdizione e insieme di formazione.

Il percorso iniziatico di Lucio

«Libertà va cercando», e per Lucio la libertà ha la forma di rose vergini sacre alla dea Iside, quelle che deve riuscire a mangiare per tornare umano; un percorso che è anche l’iter iniziatico utile a diventare adepto della divinità e a essere iniziato ai suoi misteri.

Vittima della sua stessa curiositas, il suo destino è quello di attraversare in una sola molte esistenze, tante quante sono le storie intrecciate nelle Metamorfosi o L’Asino d’oro e tante quante quelle cui Polizzi allude nella sua rappresentazione; è un gioco che il protagonista stesso definisce irreale e senza senso, ma che scoprirà essere esattamente come la vita.

Le storie della storia

Nel mezzo c’è una fitta trama di digressioni e storie che tanta influenza hanno esercitato sulla letteratura successiva e sulle quali il regista ha scelto di porre attenzione. Tra queste la favola di Amore e Psiche, raccontata con leggerezza farsesca e con l’interpretazione irriverente e geniale degli attori che interpretano le due sorellastre che instillano in Psiche il dubbio che l’amato misterioso sia in realtà un mostro.

È l’abilità del cast – Francesco Polizzi, Andrea Lami, Roberta Anna, Vincenzo Iantorno, Martin Loberto, Alessandra de Rosario – a tenere insieme i vari livelli di lettura e di interpretazione cui il testo si presta, da quello comico a quello filosofico, da quello esistenzialistico a quello formativo, senza che l’uno escluda l’altro.

La filosofia di Apuleio

Pur nella comicità dei toni, i fatti, risulta notevole la capacità di amalgamare in modo logico e scorrevole i tanti linguaggi del testo originale e di trasmettere agli spettatori le istanze che ispirarono Apuleio, con tutta la pregnanza del substrato filosofico su cui il testo si regge.

«Se il corpo è un carcere, chi è carcerato? Il fantasma che è in noi si ostina a dire IO», afferma Lucio, dando voce ai principi del nuovo medioplatonismo cui Apuleio aderì e che gli costò un processo per magia.

Anacronistica, ma coerente con il leit motiv della storia è la scelta di concludere shakesperianamente questa versione de L’Asino d’oro di Apuleio, con la citazione del Machbeth secondo cui «La vita è un’ombra che cammina, un povero attore che si agita e pavoneggia la sua ora sul palco e poi non se ne sa più niente» .

Come la vita di Lucio, un po’ come la vita di tutti.

Fonte immagine di copertina: archivio personale.

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