Le prénom – cena fra amici, al Teatro Nuovo | Recensione

Le prénom - cena fra amici, al Teatro Nuovo | Recensione

Prosegue la stagione 2025/2026 Anema e Core al Teatro Nuovo di Napoli con Le prénom – cena fra amici, in scena dal 27 al 30 novembre.

La Compagnia Gank, con Lisa Galantini, Alberto Giusta, Davide Lorino, Elisabetta Mazzullo e Aldo Ottobrino, porta in scena il testo francese Le prénom – cena fra amici di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, nella versione italiana di Fausto Paravidino e con la regia di Antonio Zavatteri. Una normale cena, un momento di convivialità e ritrovo fra amici di vecchia data, così si presenta la pièce tra apparenti luoghi comuni di una serata tranquilla: c’è la tipica coppia borghese che accoglie gli ospiti a casa propria, non prima che la moglie abbia messo a letto i figli e si sia indaffarata a preparare una prospera cena; c’è l’amico, single e misterioso, di una calma che non lascia trapelare alcun indizio; c’è l’amico, invece, di fin troppe parole, che gira e raggira qualsiasi cosa con un ghigno sornione stampato sul volto, e la cui moglie è in evidente ritardo. Dicono di aspettarla, mentre hanno la bocca piena. Poi, l’annuncio di una gravidanza e la scelta di un nome particolare mette in crisi quell’assetto preconfezionato. Cosa è autentico?

A tavola l’ipocrisia è servita!

Le prénom – cena fra amici segue la parabola progressiva di un interno borghese, perfettamente descritto nel suo ordine calligrafico dalla scenografia di Laura Benzi. Una quiete cristallina, che aleggia tra gli oggetti riposti ai rispettivi posti bene incastrati, in un arredamento affabile ma asettico, privo di quella macchia fuori posto che denoti un qualche tipo di personalità. Una sterilità che poi si scontra già con l’aspetto dei padroni di casa: ancora Benzi compie un lavoro interessante sui costumi rendendoli stropicciati e quasi al limite della sciatteria, mentre lei (la moglie) sembra una mina vagante che non smette di sistemare la casa, preparare la cena e pensare ai figli piccoli messi a dormire, in un vortice di ansie e insicurezze, e mentre lui (il marito) è alle prese con il vuoto, rinchiuso nel suo mondo disinteressato ed egoriferito. Insomma, una struttura scenica molto eloquente fin dalla prima apertura di sipario, proiettando lo spettatore in una rappresentazione che gioca sui doppi, su ciò che sembra e su ciò che è.

Nel momento in cui subentra l’esterno, la bolla perfettamente costruita di quell’interno borghese si rompe inevitabilmente. È quanto succede all’arrivo degli invitati alla cena, andando a creare un cortocircuito nel sistema. Infatti, nel momento in cui una coppia di amici riferisce di volere chiamare il proprio figlio Adolph, in onore del personaggio letterario del libro Adolphe di Benjamin Constant, mette in crisi il rapporto con gli altri personaggi: sebbene sia scritto diversamente, quel nome evoca memorie storiche tragiche. Le prénom – cena fra amici, dunque, prende la piega di un climax ascendente fatto di battibecchi, rivelazioni e scontri. A quel punto, l’ipocrisia è un gioco che non riesce più a reggere, sprofonda in una voragine in cui per forza si disvela. Quell’ambiente borghese inizia a respirare di anime che rivendicano e si rinfacciano la propria umanità. Infine, viene data l’idea di un nuovo equilibrio riparato, ma non c’è una vera risoluzione, è soltanto un altro cumulo di polvere nascosto. Lo spettacolo termina così, con nuove apparenze ma con l’eco di quelle grida.

Le prénom – cena fra amici: di equilibri scenici

Le prénom – cena fra amici segue uno straordinario equilibrio di regia da parte di Zavatteri. Al di là della capacità evocativa nella ricerca dei dettagli sia della scenografia che dei costumi, come si è già visto, le redini della scena sono rette fondamentalmente dalle dinamiche che si creano fra i personaggi. In questo senso, il regista dirige gli attori come elementi di un sistema in costante trasformazione: ogni parola, ogni gesto genera una reazione e un contro-movimento che ne modifica la percezione reciproca. È un gioco di tensioni, in cui quegli stessi personaggi si disvelano abitando una scena dove la verità prorompe in tutto il suo fluire. Il motore drammaturgico – inteso dal testo al linguaggio della scena che necessita di strutture – è proprio questa evoluzione dei personaggi e dei rapporti riscontrabile nello scorrere delle identità. Anche la conclusione, se all’apparenza sembra il ripristino dell’equilibrio di partenza, in realtà è la traduzione di dinamiche spezzate e nascoste.

Ancora, nelle relazioni tra i personaggi, in Le prénom – cena fra amici si legge anche un sottotesto politico interessante: c’è l’amico dichiaratamente di sinistra, che non può altro che abiurare la scelta di un nome come Adolph; c’è l’amico, invece, che non lo rivela mai ma si comporta come se tutto il mondo giri intorno ai propri interessi; infine, c’è l’amico apparentemente omosessuale (e invece, scacco matto, dimostra l’esatto opposto) che in qualsiasi conversazione sorride neutrale senza mai prendere una vera posizione. Ma sono definizioni portate all’estremo, traduzioni di una realtà stanca che ricade su sé stessa, incastrata in una cornice borghese di apparente benessere e di finto perbenismo. Ed è in questo gioco di dentro e fuori, di mascheramento e rivelazione che si propaga uno sguardo lucido e interessante sul contemporaneo.


Le prénom – cena fra amici – di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte – versione italiana Fausto Paravidino – con Lisa Galantini, Alberto Giusta, Davide Lorino, Elisabetta Mazzullo e Aldo Ottobrino – regia Antonio Zavatteri – scene e costumi Laura Benzi – luci Sandro Sussi – produzione Nidodiragno, Teatro Stabile di Verona
 
Fonte immagine: Ufficio Stampa
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A proposito di Francesca Hasson

Francesca Hasson è giornalista pubblicista, iscritta all’Albo dal 2023. Appassionata di cultura in tutte le sue declinazioni, unisce alla formazione umanistica una visione critica e sensibile della realtà artistica contemporanea. Dopo avere intrapreso gli studi in Letteratura Classica, avvia un percorso accademico presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e consegue innanzitutto il titolo di laurea triennale in Lettere Moderne, con una tesi compilativa sull’Antigone in Letterature Comparate. Scelta simbolica di una disciplina con cui manifesta un’attenzione peculiare per l’arte, in particolare per il teatro, indagato nelle sue molteplici forme espressive. Prosegue gli studi con la laurea magistrale in Discipline della Musica e dello Spettacolo, discutendo una tesi di ricerca in Storia del Teatro dedicata a Salvatore De Muto, attore tra le ultime defunte testimonianze fondamentali della maschera di Pulcinella nel panorama teatrale partenopeo del Novecento. Durante questi anni di scrittura e di università, riscopre una passione viva per la ricerca e la critica, strumenti che considera non di giudizio definitivo ma di dialogo aperto. Collabora con il giornale online Eroica Fenice e con Quarta Parete, entrambi realtà che le servono da palestra e conoscenza. Inoltre, partecipa alla rivista Drammaturgia per l’Archivio Multimediale AMAtI dell’Università degli studi di Firenze, un progetto per il quale inserisce voci di testimonianze su attori storici e pubblica la propria tesi magistrale di ricerca. Carta e penna in mano, crede fortemente nel valore di questo tramite di smuovere confronti capaci di generare dubbi, stimolare riflessioni e innescare processi di consapevolezza. Un tipo di approccio che alimenta la sua scrittura e il suo sguardo sul mondo e che la orienta in una dimensione catartica di riconoscimento, di identità e di comprensione.

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