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Le sedie di Eugène Ionesco, al TRAM | Recensione

Le sedie di Eugène Ionesco, al TRAM | Recensione

Le sedie di Eugène Ionesco: dal classico al contemporaneo

La stagione 2023/24 del Teatro TRAM di Napoli prosegue e questa volta propone sulla scena lo spettacolo Le sedie di Eugène Ionesco, adattato e diretto da Antonio Iavazzo e Gianni Arciprete, con l’interpretazione di quest’ultimo insieme all’attrice Licia Iovine, per una produzione dell’associazione Il Colibrì di Sant’Arpino. Sono passati pressappoco settant’anni dalla farsa tragica del drammaturgo, conosciuto per antonomasia come uno dei maggiori esponenti del cosiddetto Teatro dell’Assurdo, e adesso lo rivediamo qui, in un teatro di ricerca contemporanea, con l’intento di essere rivisitato e riproposto.

Le Sedie di Eugène Ionesco: la farsa come espressione dell’irrazionalità umana 

Si legge nelle note di regia su Le sedie di Eugène Ionesco: «L’opera di Ionesco, definita dallo stesso autore una farsa tragica, si muove attorno a un caos sul quale regna una volontà di paradiso e un assordante desiderio di un sorriso che possa in qualche modo giustificare e appagare il senso di vuoto e di straniamento. D’altra parte, come definire la vita e le relazioni tra gli uomini se non come esperienza di profondo smarrimento e metafisico sberleffo? I due protagonisti, nel loro struggente isolamento, come due clown gettati nel mondo fenomenico, si muovono sospesi e indaffarati. Tra attese e arrivi immaginari, dolci ricordi, e palesi menzogne, evocazioni, assurdi e paradossi, preparano un fantomatico messaggio all’umanità da affidare a un oratore che non arriverà mai. Anche e forse soprattutto nel lungo addio della coppia che si congeda dal mondo affidandosi, senza alcuna disperazione o paura, al mare e ai suoi segreti».

Protagonista di Le sedie di Eugène Ionesco, infatti, è una coppia di due anziani sposi, personaggi bizzarri e ambigui che si apprestano a preparare delle sedie nell’attesa di una serie di ospiti invitati ad ascoltare l’attesissimo discorso, chiamato a più riprese Il Messaggio, di un oratore che rivelerà il senso della vita. Ovviamente, in questo teatro dell’assurdità si tratta di un discorso alla fine mai proferito e di invitati inesistenti: i due coniugi basano il loro dialogo su un’aspettativa vana, nel mentre riflettendo e ingarbugliandosi su un vuoto che li assorbe e li trascina in un mare di tragica irrazionalità umana irrisolvibile. Infine, è inevitabile che i due si gettino in mare salutando quella loro dimensione umana e ricongiungendosi a un’origine ancestrale.

Toccare un classico è sempre un’operazione a doppio taglio e tanto più lo è con un’opera complessa come Le sedie di Eugène Ionesco, in tutta la sua costante ambivalenza. Infatti, se da un lato si poggia su un testo che già di per sé fa da apripista a una certa potenzialità inventiva, dall’altro canto si rischia di svuotare quel contenuto così pregno di riflessioni e possibilità, soprattutto nel momento in cui ci si slancia nel volere eseguire un’operazione di ricerca e riadattamento contemporanei. La questione, dunque, si situa nel riuscire a ricreare una drammaturgia che non imiti, bensì che riesca a mantenere un disegno, un’idea da riproporre nel presente.

Fonte immagine in evidenza: Ufficio Stampa

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A proposito di Francesca Hasson

Francesca Hasson è giornalista pubblicista, iscritta all’Albo dal 14/12/2023. Appassionata di cultura in tutte le sue declinazioni, unisce alla formazione umanistica una visione critica e sensibile della realtà artistica storica e contemporanea. Dopo avere intrapreso gli studi in Letteratura Classica, consegue la laurea in Lettere Moderne e in Discipline della Musica e dello Spettacolo presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Durante la carriera accademica, riscopre una passione viva per la ricerca e la critica, strumenti che esercita attraverso il giornalismo culturale. Carta e penna in mano, crede fortemente nel valore di questa professione, capace di generare dubbi, stimolare riflessioni e spianare la strada verso processi di consapevolezza. Un tipo di approccio che alimenta la sua scrittura e il suo sguardo sul mondo e che la orienta in una dimensione catartica di riconoscimento, identità e comprensione.

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