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Eroica Fenice

Preghiera di Margherita Ortolani

“Preghiera. Un atto osceno” di Margherita Ortolani, al Teatro Elicantropo

Preghiera, un atto osceno,  di Margherita Ortolani, si presenta, in una società ormai dilaniata dalla malattia, come un urlo messo a tacere dal vento, in scena al Teatro Elicantropo dal 12 al 15 marzo.

Cos’è un urlo liberato al mondo da parte delle migliaia di persone che soffrono, in silenzio, che urlano in silenzio.

Margherita Ortolani racconta la malattia 

L’attualità e, soprattutto, la malattia sono elementi difficili da portare in scena; ma dopo lo spettacolo ci si rende conto che è ancora possibile raccontare la malattia. È possibile grazie alla maestria e alla bravura con cui Margherita Ortolani e Vito Bartucca ci parlano del diritto alla morte e della fede religiosa.

Diverse e sempre inaspettate sono le sensazioni che accompagnano lo spettatore nei confronti dei due personaggi; la medicina vista dalla parte scientifica, la bravura della protagonista nell’inserire all’interno del copione difficili e particolari termini medico-scientifici.

Più che raccontare la malattia, però, assistiamo all’essere non-essere di un corpo che vede se stesso andare via. Un corpo posto all’interno di una gabbia, una sottile ma forte cornice che accompagna la protagonista in ogni scena della sua vita, vissuta ormai con la continua speranza di battere ciò che sembra imbattibile, di distruggere ciò che sembra essere indistruttibile, mentre una voce in sottofondo la avvisa che la battaglia è stata persa ma che resta comunque una guerra da affrontare. Nel momento in cui il corpo si vede ormai quasi alienato non rimane molto da fare se non pregare, una preghiera che è un riconoscere una colpa, chissà quale poi, una preghiera che continua a scandire le parole del “misere”; mentre il tempo scorre, un tempo forse che non è neanche tempo. Cos’è il tempo, cosa è stato, cosa sarà continua ad urlare la donna che si vede ormai spogliata dei suoi vestiti come se a rendere nudo il suo corpo fosse la sua sua stessa pelle, che sta via via scomparendo insieme alla malattia.

L’uomo vive, lotta, continua a vivere, prega per dare voce alla sua rabbia e spera. Spera perché la verità è tosta, spera perchè la gabbia della vita umana è tagliente e non soltanto stretta, l’uomo spera perchè di fronte alla verità non sa quanto sia capace di sopportare, ed alla fine come la protagonista della nostra scena, l’uomo esce, elegante, sorridente, l’uomo si rigonfia in petto e capisce che una sola strada, comunque essa sia, può essere vissuta.

Voci registrate Elena Russo Arman, Tito Lombardo

scena Igor Scalisi Palminteri

suono Giovanni Isgrò

costumi Vito Bartucca

disegno luci Giuseppe Isgrò

assistente alla regia Piero Consentino

dramaturgia Francesca Marianna Consonni

immagine Giuseppe Isgrò

grafica Francesca Cianniello

regia di Giuseppe Isgrò