Clitennestra (Teatro di Napoli), di Roberto Andò | Recensione

Clitennestra, di Roberto Andò | Recensione

Clitennestra: il Teatro di Napoli riparte

Con Clitennestra al Teatro Mercadante dal 18 al 29 ottobre, prende il via la stagione 2023/24 del Teatro di Napoli, quest’anno molto importante perché a dicembre si celebreranno i vent’anni di teatro pubblico nella città. Dopo essere stata portata in scena già per Pompei Theatrum Mundi, lo spettacolo ritorna a far risuonare di applausi la sala, sicuramente più ridotta ma non per questo priva di magia, anzi. Clitennestra prende ispirazione liberamente da La casa dei nomi di Colm Tòibìn, adattato e diretto da Roberto Andò, con le interpretazioni di Isabella Aragonese (Clitennestra), Ivan Alovisio (Agamennone), Arianna Becheroni (Ifigenia), Denis Fasolo (Achille), Katia Gargano (donna anziana del popolo), Federico Lima Roque (Egisto), Cristina Parku (Cassandra), Anita Serafini (Elettra) e il coro composto da Luca De Santis, Eleonora Fardella, Sara Lupoli, Paolo Rosini e Antonio Turco.

Interrogare i classici a teatro

Non è facile interrogare un classico come Clitennestra, figuriamoci un mito. Non lo è per la distanza che inevitabilmente ci separa dal testo, soprattutto se, poi, quest’ultimo viene trasposto sul piano della rappresentazione teatrale e, nel mentre, in un lasso di tempo così lungo parlando di secoli che intercorrono, il teatro ha vissuto così tante trasformazioni. Non è facile, dunque, neanche in una generazione nella quale il teatro pare essere sempre più spettacolare e sempre meno contenuto. Perciò, portare un classico come Clitennestra sulle scene contemporanee è tanto una scelta coraggiosa quanto per certi aspetti rischiosa.

Sicuramente a livello contenutistico Clitennestra ha ancora da dire, se interrogata per bene, proprio in quanto classico intramontabile. E, infatti, la versione teatrale di Andò, tratta dal romanzo di Tòibìn, dimostra quanto ancora si possa raccontare e comprendere, pur se da una narrazione antichissima. Infatti, questa Clitennestra ci parla dell’assassinio, dell’oscurità che scaturisce dalla furia omicida: in un contesto come quello odierno costellato di guerre, di ingranaggi politici costruiti sulla pelle degli innocenti e al prezzo del loro sangue, l’antica tragedia greca diventa una tragedia attuale, proponendo una storia di violenza e di tutte le sue conseguenze. In questo caso, Clitennestra ed i personaggi che le ruotano attorno, come in un vortice di lame taglienti e spietate, non vengono soltanto indagati nelle loro rispettive psicologie, o meglio, in parte viene eseguita anche quest’operazione e c’era da aspettarselo, se si butta uno sguardo a come si è evoluta fin qui la storia del teatro. Ma il fulcro della rappresentazione e, come si diceva, di questa Clitennestra, è quello di metterne in risalto la veemenza recondita e palpitante, quella che manifesta le logiche conseguenze di un vortice di sofferenze senza fine.

Perciò, l’effetto di questa Clitennestra sembra essere estraniante: i personaggi si guardano e si toccano a malapena, si scavalcano e si annientano a vicenda, ognuno rinchiuso nel suo mondo di aspettative, di speranze sporche di vittime, di furie vendicative distruttive e auto-distruttive. Ma non per questo è meno efficace: è l’effetto estraniante che dà l’elemento di disturbo e, poi, di catarsi. Allora, un’operazione del genere presuppone sfumature di toni e di giochi di percezione davvero complessi, che se, per certi aspetti, sono più facili da rendere attraverso le parole di un romanzo, per sua stessa natura al limite tra tangibile e intangibile e con la possibilità di sconfinare, risulta molto più complicato da portare sulla scena a teatro. La difficoltà tecnica, per riassumerla in un solo termine, sta nella questione del ritmo. Nel momento in cui ci si rapporta a un classico, soprattutto se così ampio come Clitennestra, è comprensibile avere una certa inclinazione a pretendere di spiegare e, di contro, a vivere meno ciò che sta avvenendo sulla scena. Perciò il ritmo diventa altalenante. Anche se, in questo caso, la messinscena di Andò si è aiutata molto con gli effetti scenografici intensi e l’indiscussa bravura innanzitutto della Ragonese e poi di tutta la compagnia. Ma sarebbe interessante, qualche volta, riuscire a vedere sul palcoscenico un riadattamento teatrale di una tragedia che sia meno didascalico e che abbia un ritmo più sostenuto. Non a caso, è da riflettere se la scena più intensa – e con più applausi, non è scontato – sia stata proprio quella del rito sacrificale di Ifigenia, resa con un pathos e un’autenticità disarmanti. Ed è stato lì, esattamente lì, che si è vista quella potenza ancestrale, quasi mitica, del teatro di comunicazione nella società.

Fonte immagine di copertina: Teatro di Napoli   

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A proposito di Francesca Hasson

Francesca Hasson è giornalista pubblicista, iscritta all’Albo dal 14/12/2023. Appassionata di cultura in tutte le sue declinazioni, unisce alla formazione umanistica una visione critica e sensibile della realtà artistica storica e contemporanea. Dopo avere intrapreso gli studi in Letteratura Classica, consegue la laurea in Lettere Moderne e in Discipline della Musica e dello Spettacolo presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Durante la carriera accademica, riscopre una passione viva per la ricerca e la critica, strumenti che esercita attraverso il giornalismo culturale. Carta e penna in mano, crede fortemente nel valore di questa professione, capace di generare dubbi, stimolare riflessioni e spianare la strada verso processi di consapevolezza. Un tipo di approccio che alimenta la sua scrittura e il suo sguardo sul mondo e che la orienta in una dimensione catartica di riconoscimento, identità e comprensione.

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