Medea’s children di Milo Rau al Mercadante | Recensione

Medea's children

Medea’s children, ideazione e regia di Milo Rau, drammaturgia di Kaatje De Geest, trasforma il palcoscenico del Teatro Mercadante in un film dell’orrore o in un incubo (comunque in uno spazio di evocazione simbolica), in cui si torna a fare i conti con i morti, dialogando con loro.

Dettagli dello spettacolo Medea’s children di Milo Rau

Dettaglio Informazione
Regia e Ideazione Milo Rau / NTGent
Teatro Teatro Mercadante, Napoli
Date 16-17 aprile 2026
Cast Ragazzi tra gli 8 e i 14 anni
Temi principali Mito di Medea, Cronaca nera, Infanzia e Morte

Un uomo vestito interamente di nero è seduto sulle scalette all’angolo destro del palcoscenico. Sta aspettando che il pubblico si posizioni in sala per presentarsi e iniziare a parlare. Le luci restano accese anche in platea, l’uomo si alza in piedi e si rivolge direttamente agli spettatori, spiegando di essere il coach degli attori: vere e proprie star in miniatura che a breve lo raggiungeranno sul proscenio.

Alle sue spalle ondeggia il sipario e sbucano fuori i più piccoli della compagnia, ma al contempo i più saggi, i veri custodi del mistero. Il coach inizia con le domande, ma prima ci tiene a precisare che si tratta di un talk post-spettacolo e che, se vogliamo, siamo liberi di intervenire, «con domande vere», precisa il piccolo attore prodigio. Perché solitamente «le persone fanno domande non per reale curiosità ma per sfoggiare le proprie conoscenze».

L’altra giovane attrice non è da meno in quanto a modestia, ci confessa di essere venuta a conoscenza del progetto tramite una mail istituzionale, inoltrata dalla scuola a tutti gli studenti, in cui venivano invitati a rispondere a una call per uno spettacolo su Medea. «Ho fatto il provino e sono stata selezionata, mi dispiace per gli altri che non sono stati presi».

Medea’s children è ambientato «là dove infanzia e morte, allacciate, si confidano il loro reciproco segreto»

È emblematico che l’unico adulto presente sulla scena cerchi risposte da ragazzi che hanno tutti un’età compresa tra gli otto e i quattordici anni. Questa scelta racchiude il cuore del teatro di Milo Rau, per il quale bisognerebbe appunto «cambiare innanzitutto l’istituzione del teatro, la sua relazione con la realtà, con cosa sta accadendo nel mondo. Cambiare chi ha accesso al palcoscenico, invitare i non professionisti, far partecipare il pubblico, come faceva anche Shakespeare».

Talk con gli attori fonte foto: ufficio stampa
Talk con gli attori

La tragedia euripidea, sviscerata da Milo Rau fino all’osso e ridiscussa a partire dalla congiuntura storica in cui fu messa in scena – «Medea viene rappresentata per la prima volta nell’anno in cui scoppia la guerra tra Atene e Sparta che segnerà la fine di Atene» –, acquista il potere di una fiaba antica, una parabola non più narrata attorno al fuoco da vegliardi sapienti, ma evocata attraverso i corpi (o i cadaveri) di portentosi bambini.

La fiaba per essere raccontata necessita di proiezioni, di immagini, di un medium che sia in grado di fermare l’eterno. Il teatro è, dunque, «un dialogo con i morti»: i suoi protagonisti e le presenze fantasmatiche evocate scompaiono con la chiusura del sipario. Il cinema, invece, si fonda sulla reiterazione: può montare e smontare la realtà, riprodurre il passato così com’è accaduto.

Così, per mezzo della trasposizione in sincrono della messinscena in visione, i giovani attori – in fondo «morti viventi» –, con le lacrime in primo piano sul grande schermo, indicano una traiettoria, un destino: «non già il loro passato, ma il loro futuro, il futuro della loro memoria di adulti». L’effetto sullo spettatore nasce dalla «qualità numinosa» delle loro espressioni, che dischiude un «rebus di limiti illimitati», risolto solo dall’esperienza della morte. E loro sono appunto già morti.

Il dramma di Milo Rau è dunque un rebus da sciogliere, perché si compone di continue sovrapposizioni: tra il mito greco e un odierno caso di cronaca, tra la vecchiezza e l’infanzia, tra le prove dello spettacolo e la vita vera teatralmente rivelata. La storia di Medea che uccide i suoi figli per privare Giasone della sua discendenza si intreccia con il caso di una madre belga che nel 2007 sgozzò i suoi figli in seguito al tradimento del marito, tentando poi il suicidio, avvenuto solo a distanza di tempo in un ospedale psichiatrico.

La Medea di Milo Rau: un rebus che richiede concentrazione

Tra cinema e teatro fonte foto: ufficio stampa
Tra cinema e teatro

Bisogna prestare attenzione a ciò che avviene sotto i nostri occhi per cogliere i passaggi da Medea ad Amandine Moreau, nome della madre belga nella finzione scenica, e non confondere i genitori con i figli, dal momento che anche i nonni dei bambini defunti sono interpretati da bambini. Ed ecco che «la lingua segreta dei vecchi» si confonde con «l’evento indelebile dell’infanzia».

L’architettura perfetta di Medea’s children si configura come un ordigno in procinto di esplodere, «un punto immobile dal quale l’anima non partì mai, mentre il corpo e la mente faticavano nel loro viaggio apparente». Ne emerge una storia di solitudine – come del resto era in origine, prima di essere progressivamente svilita da innumerevoli “riproposizioni in chiave moderna”. «Per comprendere la solitudine di Medea ed entrare nel personaggio ho tentato di ripercorrere le sensazioni che provo quando a scuola mi bullizzano»: questa la risposta di una delle interpreti della maga della Colchide. Un’altra, invece, da questa esperienza di mimesi, intuisce che forse desidera avere un figlio, ma senza compagno, perché i compagni portano guai.

La struttura di Medea’s children è impeccabile perché parte dalla catarsi per giungere al dramma che l’ha generata, invertendo l’ordine prestabilito della tragedia greca. Ogni dettaglio sembra pensato per restituire questo rovesciamento: il più saggio dei ragazzi, nonché il più piccolo anagraficamente, ha compreso che la tragedia ha a che fare con l’illusione – un’illusione utile ad affrontare la cruda realtà – perché fino alla fine si continua a sperare che qualcosa possa cambiare, pur conoscendo sin dall’inizio l’esito tragico. Ma proprio su questo punto il regista svizzero ci trae in inganno: dopo aver assistito per più di un’ora alle prove generali dello spettacolo, osservate dall’occhio di una camera con cui Peter segue ogni minimo movimento, Milo Rau mette alla prova la nostra sensibilità, compiendo un’operazione opposta a quella dei reel e delle storie di Instagram. Ci invita a reimparare a osservare in un mondo che ci ha resi consumatori acritici e negligenti di immagini. Così il visibile (come l’immagine cinematografica) diventa parte del nostro apparato emotivo, che resta però nella sfera dell’invisibile (come il teatro).

Un finale di sangue e spirito

Proprio tra il visibile e l’invisibile mi verrebbe da collocare il finale: Amandine si trascina in casa i figli, uno per volta li soffoca e taglia loro la gola con un coltello da cucina, con la complicità del cameraman. La presenza della camera fissa sui corpi violentati si carica di una doppia valenza: da un lato richiama la manipolazione continua delle notizie da cui siamo costantemente bombardati, che strumentalizza l’orrore e la cruenza degli episodi di cronaca per suscitare paura e senso di impotenza; dall’altro è un’azione sediziosa, perché ci consente di assistere alla tragedia e di sentirci parte di essa, lasciandoci attraversare dalla sua estenuante durata.

Se dal vivo non possiamo assistere agli omicidi in corso all’interno di un’abitazione realisticamente ricostruita a sinistra del palcoscenico, possiamo però vederli proiettati sul grande schermo che ricopre interamente il fondale della scena. Un film horror inizia alla fine di Medea’s children, e nessuno ha richiesto di vederlo. Così, come nella fiaba è necessario superare ostacoli affinché si compia ciò che è da sempre predestinato, negli spettacoli di Milo Rau bisogna affrontare prove perché «gli ostacoli si capovolgano in talismani» capaci di riplasmare l’immaginazione. Del resto, come scrive Simone Weil nei Quaderni, «mantenere la pace costituisce un’azione metodica sull’immaginazione degli uomini». Allora, mentre aspettiamo Godot, sapendo già che non arriverà, possiamo almeno accogliere l’invito di Milo Rau a praticare con disciplina questo esercizio dello sguardo.

MEDEA’S CHILDREN

16 > 17 aprile 2026

creazione e regia Milo Rau e NTGent
drammaturgia Kaatje De Geest
con Peter Seynaeve, Jade Versluys, Emma Van de Casteele, Anna Matthys, Sanne De Waele, Gabriël El Houari, Vik Neirinck
scene ruimtevaarders (Karolien De Schepper, Christophe Engels)
oggetti di scena Joris Soenen
costumi Jo De Visscher
disegno luci Dennis Diels
video design Moritz von Dungern
disegno sonoro Elia Rediger
foto Michiel Devijver

produzione NTGent
coproduzione Wiener Festwochen, La Biennale di Venezia, ITA – Internationaal Theater Amsterdam, Tandem – Scène nationale (Arras Douai)

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A proposito di Chiara Aloia

Chiara Aloia nasce a Formia nel 1999. Laureata in Filologia moderna.

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