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Eroica Fenice

Robert Wilson al Pompeii Theatrum Mundi: l'Oedipus

Robert Wilson al Pompeii Theatrum Mundi: l’Oedipus

Edipo, non t’avessi mai incontrato. Dato alla luce della vita, destinato alle tenebre terrene. Per la regia di Robert Wilson vaga, anima perduta sulle note di un sax stridente, un personaggio il cui nome è inciso nelle pagine più discusse della letteratura e della psicoanalisi. L’Oedipus, adattamento dell’Oedipus Tyrannos di Sofocle, si è tenuto sul palco del Teatro Grande di Pompei per la rassegna di drammaturgia antica Pompeii Theatrum Mundi dal 5 al 7 luglio.

Lo spettacolo, dall’esasperante potenza evocativa, parte da quel senso opprimente e martellante di una verità che supera i piani intessuti dall’uomo. La sua insulsa illusione di poter controllare il corso del proprio destino è sovrastata dalle parole di testimoni intimoriti quanto decisi, pronti a svelare l’oscura verità. Mariano Rigillo presta la sua voce al primo testimone, che urla a gran voce, scandendo la propria eco, l’oracolo che condusse Laio a sbarazzarsi del figlio Edipo, credendo in questo modo di impedire il tragico tramonto della sua vita. Il peregrino Edipo passa così dalle mani familiari a quelle di un pastore, e dalle sue nella culla reale di Polibo, re di Corinto.

Il teatro di Robert Wilson: la scena dell’Oedipus

Le figure candide in costante movimento o in mortifera stasi riempiono il palco simmetricamente, appagando un senso estetico di rigorose e geometriche corrispondenze. Robert Wilson mette in scena un teatro di figure plastiche e di vocii disturbanti che declinano con costante ripetizione la storia di Edipo re come un monito di accecante verità. Il perverso e il polimorfo trovano completa espressione nella scelta di un poliglottismo che spazia dall’italiano al francese, dal tedesco al greco. Questa verità è il substrato dell’esistenza di ogni uomo, di qualunque provenienza spaziale e temporale. «Il progetto è frutto di un atteggiamento multimediale e interdisciplinare, che sfonda la specificità dei singoli linguaggi» afferma Achille Bonito Oliva nel suo commento all’opera di Robert Wilson. Dallo stridore di un sax impazzito alla solennità di parole agghiaccianti, dalla leggiadria della danza a movimenti che ricordano il Tai Chi, che lentamente ricoprono il palco di un’aura misterica.

L’oracolo di Delfi rivela a Edipo il suo destino: ucciderà suo padre e sposerà sua madre. Una perversione senza limiti dalla quale invano Edipo tenterà di sfuggire, cercando costantemente, figurandosi al centro della scena, la luce in cui tutto converge. Ma come afferma Tiresia, fino a quando Edipo avrà la vista sarà cieco. Si tinge di nero di lutto la scena dell’assassinio di Laio a un trivio da parte di Edipo, ignaro dell’identità di quel vecchio che aveva avuto la pretesa della precedenza. Diventa così re di Tebe dopo averla liberata dalla Sfinge che assoggettava la città, e così vengono celebrati, fra rami colmi di foglie, il matrimonio con Giocasta, la vedova di Laio.

La scelta di particolari materiali di scena scandisce in sé lo svolgersi della storia. I rami secchi e le travi di legno sono elementi naturali, che si accompagnano a lastre di metallo e fogli di carta catramata. Il palco è una tela d’arte contemporanea che si nutre del riuso di una tradizione mitica immortale. Così, Robert Wilson riesce a inscrivere Edipo nella cornice che forse meglio gli si addice, quella del post-moderno.

L’intreccio degli eventi porta Edipo a guardare la verità, quella stessa che conduce Giocasta al suicidio e i loro quattro figli a un futuro macchiato dalla colpa, il cui rimedio sarà solo la morte. Edipo che adesso vede, si acceca per non vedere. Sulla scena cumuli di tenebra strisciano, insieme al corpo esangue di Edipo, l’oscurità gli vela lo sguardo. Ciò che resta è la testimonianza, quella delle voci che continueranno a echeggiare una tragedia immortale.

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