Eroica Fenice

Nico Ciliberti

Tu, mio al Real Orto Botanico con Nico Ciliberti

Il Real Orto Botanico di Napoli continua a essere l’ideale palcoscenico per la rassegna estiva di spettacoli Brividi d’Estate 2019, organizzata da Il Pozzo e il Pendolo. È la volta di Tu, mio, tratto dall’omonimo testo di Erri De Luca, egregiamente interpretato da Nico Ciliberti, accompagnato dalle musiche dal vivo di Giacinto Piracci, per la regia di Annamaria Russo.

In una calda sera d’estate, attraversando viali circondati da fitte piante, un piccolo palchetto illuminato qui e lì da candele di luce fioca e traballante, perfette per accogliere lo spettatore ed immergerlo in un’atmosfera suggestiva.

Sul palco Nico Ciliberti, accompagnato alla chitarra da Giacinto Piracci, si destreggia tra le pagine di un libro affascinante e coinvolgente. Sembra di sentire la salsedine del mare e i profumi di un’isola perduta.

Il ragazzo e il mare, e sullo sfondo i cocci di una guerra appena terminata, che lascia un piccolo spazio ad una rinata speranza, alla vita che ricomincia. In un piccolo paese del meridione italiano nel dopoguerra, un io-narrante sedicenne vive la sua «estate brutale di amore e di furore», a contatto con le regole inflessibili del mare, tra le parole sagge dello zio e le conversazioni sulla guerra con il pescatore Nicola, che è stato soldato sul fronte orientale.

Il protagonista si misura con un mondo che  non conosce, libero, ma anche interessato a quella Storia di guerra che ormai si sta seppellendo anche nei racconti dei reduci. Erri De Luca non descrive un tormentato Agostino, piuttosto pare riproporre in chiave più problematica la spinta vitale del giovane Arturo morantiano, sullo sfondo di un paesaggio-personaggio almeno topograficamente affine.

Proprio l’isola, infatti, è il luogo d’incontro con una ragazza di qualche anno più grande che, per uno strano sortilegio, vede rivivere nel ragazzo il fantasma del padre ucciso dai tedeschi. Lei è Caia, o Hàiele, come si dovrebbe pronunciare, un’ebrea che si finge romena per sfuggire al pregiudizio sulla sua razza ancora inculcato nella mente di chi ha vissuto. Difatti, sarà proprio il pescatore Nicola a rivelare il “losco segreto” al protagonista, sarà proprio chi ha vissuto quella realtà fatta di odio e vendetta a ricordare il suono di quel nome.

“Guagliò, che brutta carogna è a guerra. […] Che vuoi sapere, tu sei venuto quando non c’era più niente, né tedeschi, né ebbrei, solo americani hai visto tu […]. Si deve sapere cogli occhi, con la paura, con la pancia vuota, non con le orecchie, coi libri. Tenevamo vent’anni, ci hanno pestato come le olive e come le olive non abbiamo fatto rumore. Erano ebbree, ci chiedevano di salvare i bambini, ce li mettevano in braccio a noi soldati italiani che eravamo i nemici e noi non potevamo fare niente.” – tuona Nico Ciliberti con un accento perfetto.

Il giovane si ritrova ad affrontare una relazione alquanto particolare con Caia, interpretando il ruolo del padre perduto. Piuttosto che vivere una classica storia d’amore adolescenziale, il protagonista assume dunque più volte  gli atteggiamenti e l’intonazione di voce del padre di Caia, in un gioco di rispecchiamenti e di proiezioni edipiche. Lo struggimento della ragazza porta a condividere momenti di chiara impronta familiare, a sovrapporre per qualche tempo il sentimento figliale a quel tenero turbamento d’attrazione.

Il ragazzo reagisce con timidezza d’amore e con l’assillo di un’indagine per forzare il segreto contenuto in lei, che si aprirà come una serratura in un punto, nel nome.

“Fammi sentire ancora il mio nome”. La guardai, non negli occhi, un po’ più sopra, all’attaccatura dei capelli dove il liscio delle sue ciocche di carrubo spiccava forte e dove mi sarebbe piaciuto baciarla. “Hàiele”, dissi con una voce non mia. “Ancora.” “Hàiele.” Chiuse gli occhi fino a stringerli, poi li spalancò e disse: “Cerca di non far sentire la elle, scioglila in bocca come una caramella” e mi fece sentire il suono. Ripetei il suo nome. “Così, io mi chiamavo così, come hai detto ora. Non voglio sapere come fai a saperlo. Non ti voglio raccontare niente. Tu non dire questo nome davanti agli altri. Per tutti io sono Caia. Solo per te io sono Hàiele. Sei capace di questo?”

Nico Ciliberti, con movenze esatte, precise, drammatiche, ma mai stucchevoli, accompagna lo spettatore in un salto nell’abisso: dalla pre-adolescenza all’età adulta, dall’inconsapevolezza alla presa di coscienza, dalla cotta all’amore maturo e paterno, dalla memoria collettiva alla memoria personale di una cultura sconosciuta. Perché come gli insegna e suggerisce il tanto ammirato zio “odiare per politica, odiare in astratto, non lo capisco, non lo so immaginare”. Invece, il protagonista non segue il consiglio dello zio italo-americano. Non si dimostra maturo, e sia la Storia – quella con la “s” maiuscola – sia la trama si chiudono in un cerchio concentrico: gli errori si ripetono, si torna al punto di partenza. L’insegnamento resta sullo sfondo, le parole volano al vento e per l’ennesima volta la memoria non basta, viene surclassata da un odio “astratto”, da una vendetta.

Tu, mio  è una storia d’amore struggente, un affetto straordinario, che travalica i confini delle identità, nonché della vita e della morte. È dolore stretto dentro i pugni di una vita che non lascia alternative, la voglia di riscrivere una storia con l’incoscienza della giovinezza, il desiderio disperato di riscattare la morte con l’amore.

Tu, mio diventa quindi non solo l’appropriazione indebita di Caia della personalità del protagonista, ma anche l’energico imperativo della storia che schiavizza la coscienza dell’uomo che tutto ignora nonostante sappia, il racconto di superamento della cosiddetta ‘linea d’ombra’, centrato sul passaggio dai privilegi dell’adolescenza alla ruvidezza della maturità, ma anche un imperativo crudo, secco, che lascia il segno. E il silenzio di un odio che ostina a non estinguersi.

Fonte Immagine: https://www.ilpozzoeilpendolo.it/eventi/tu-mio-8lug/

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