Una cosa enorme di Fabiana Iacozzilli | Recensione

Una cosa enorme di Fabiana Iacozzilli | Recensione

Una cosa enorme in scena al Piccolo Bellini dal 17 al 20 febbraio

Il testo scritto da Fabiana Iacozzilli, interpretato da Marta Meneghetti e Roberto Montosi, si presenta al pubblico senza parola: in Una cosa enorme i protagonisti sono le uniche espressioni facciali e, più in generale, corporee degli attori.

L’imperativo della maternità

La scenografia spoglia di Una cosa enorme si compone di pochi oggetti presenti, che le garantiscono un senso di claustrofobia. Sono oggetti vecchi, sembrano appartenere ad un tempo immobile, arreso nella sua improduttiva chiusura. Sulla scena, una donna con un pancione gravido abnorme si sente sottomessa al cospetto di una minaccia incombente più grande di lei: sa che, prima o poi, una cosa enorme che porta in grembo dovrà nascere, la sente che scalpita per venire al mondo, ma fa di tutto affinché quel momento tardi o, addirittura, non giunga mai. E allora soffre con tutte le sue forze per chiudere quel varco naturale che, se per il bambino è l’inizio inconsapevole della sua vita, per lei, al contrario, è l’inizio della fine.

Dicono che per essere donne è necessario arrivare, ad un certo punto della propria vita, ad avere un bambino dentro di sé. Dicono che di questo si deve essere felici, perché è l’esperienza più bella e questo lo danno come dato di fatto assoluto, senza possibilità di replica. Ma nessuno parla mai di cosa avviene durante quei mesi, di cosa realmente comporta accogliere dentro di sé un corpo che, allo stesso tempo, è sia estraneo che parte integrante del tutto. Nessuno parla mai del corpo che si deforma, si trasforma percettibilmente insieme ad ogni altro aspetto di una vita che, ormai, è pensata per due: adesso c’è qualcun altro a cui dovere dare conto. Ci si aspetta sempre che una mamma, a questo punto, si sacrifichi sia nel corpo che nell’anima fino ad annullarsi perché non c’è cosa più sublime. Dunque, si associa alla parola maternità il senso di un dovere necessario, che assume quasi il sapore di una condanna che aspetta le sue vittime, ma Una cosa enorme propone un ripensamento della maternità, per scardinare certe idee. Ecco che, allora, lo spettacolo assume dei tratti grotteschi, deformi proprio come risulta esserlo quel corpo presentato come una vittima di un imperativo sociale: lo scopo non è quello di abolire l’idea stessa di maternità, anzi, è quello di slegarla dall’idea di necessità a cui si è stati abituati, per renderla una scelta intima e personale. E, ancora più in profondità, Una cosa enorme prova a scardinare la convinzione che sia un percorso fatto solo di rose e fiori, provando a restituire la difficoltà di quei mesi in cui cambia tutto dal corpo al modo di pensare e approcciarsi alla vita di sempre.

Ma Una cosa enorme espande le possibilità di significato del “prendersi cura di un altro essere umano”: «Credo che alla fine questo lavoro sia diventato un oggetto emotivo, un oggetto in bilico tra la forma spettacolare e la performance e a tratti la dimensione installativa, che s’interroga sulla paura e sul desiderio dell’abbandonare se stessi alla cura di un altro essere umano che sia un padre o un figli_ non importa, che s’interroga su una questione che appartiene a ogni donna, alla sua condizione esistenziale e che ha a che fare con una domanda semplice ma per niente consolatoria: forse, alla fine, si è madri comunque?”» – Fabiana Iacozzilli, drammaturga.

Fonte immagine: Piccolo Bellini     

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A proposito di Francesca Hasson

Francesca Hasson è giornalista pubblicista, iscritta all’Albo dal 14/12/2023. Appassionata di cultura in tutte le sue declinazioni, unisce alla formazione umanistica una visione critica e sensibile della realtà artistica storica e contemporanea. Dopo avere intrapreso gli studi in Letteratura Classica, consegue la laurea in Lettere Moderne e in Discipline della Musica e dello Spettacolo presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Durante la carriera accademica, riscopre una passione viva per la ricerca e la critica, strumenti che esercita attraverso il giornalismo culturale. Carta e penna in mano, crede fortemente nel valore di questa professione, capace di generare dubbi, stimolare riflessioni e spianare la strada verso processi di consapevolezza. Un tipo di approccio che alimenta la sua scrittura e il suo sguardo sul mondo e che la orienta in una dimensione catartica di riconoscimento, identità e comprensione.

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