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Eroica Fenice

Cucina & Salute

Cheesecake ed estate: il binomio perfetto

Il cheesecake, il “dolce al formaggio”, è un dessert conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, degustato in una miriade di varianti sia nella forma cotta che fredda. Nella sua versione più nota, ovvero la “New York cheesecake”, è composto da una base di pasta biscotto sulla quale è adagiato uno spesso strato di crema al formaggio fresco, lavorato con le uova, lo zucchero e la panna. Tuttavia tale ascendenza statunitense, avendo diffuso la convinzione che si tratti di una preparazione originaria della Grande Mela, ha velato in realtà un’origine ben più antica. Le origini del cheesecake Benché nella ricetta attuale il cheesecake sia un dolce relativamente recente, pare che la prima torta a base di formaggio di pecora e miele di cui abbiamo memoria fosse servita già nel 776 a.C. agli atleti Greci durante i primi giochi olimpici come corroborante, essendo considerata un alimento altamente energetico – secondo quanto ci tramanda Callimaco, che narra di una tale, Egimio, dilettatosi nella stesura di un testo integralmente dedicato alla preparazione di torte al formaggio. Dai Greci il cheesecake dovette passare ai conquistatori Romani: Catone Il Censore infatti nel suo De agri cultura riporta la ricetta del libum, un dolce a base di formaggio che potrebbe considerarsi un antenato del cheesecake: «Farai così il libum. Sciogli bene in un mortaio due libbre di formaggio. Quando lo avrai reso del tutto liscio, impasta bene col formaggio una libbra di farina o, se lo vuoi più leggero, mezza libbra. Aggiungi un uovo e di nuovo impasta tutto attentamente. Forma la pagnotta, ponila sopra un letto di foglie e falla cuocere lentamente in un forno caldo». Dai Romani il dolce seguì le legioni, espandendosi per le province dell’Impero. È presumibile che il suo trasferimento oltreoceano sia stato agevolato dalla traversata degli immigrati verso il Nuovo Continente; qui, sul finire dell’Ottocento, l’imprenditore americano James Lewis Kraft nel tentativo di ricreare un formaggio francese, il Neufchatel, particolarmente adatto alla preparazione del cheesecake, ideò un formaggio fresco pastorizzato che chiamò Philadelphia. Solo nel XVIII secolo il cheesecake iniziò a poco a poco ad assestarsi nella forma contemporanea diffusa in tutto il mondo, adottato come torta simbolo dei parlanti in Esperanto, “lingua dell’umanità”, nata allo scopo di far dialogare i diversi popoli, creando tra di essi comprensione e pace. Tuttavia, se è vero che al tempo di Greci e Romani il cheesecake era già gustato, come è possibile che non sia rimasta traccia nei territori in cui essi vivevano? In effetti basta riflettere su alcuni dei dolci tipici e più amati della cucina del nostro Paese per accorgerci che il dolce al formaggio fa ampiamente parte anche della nostra tradizione: infatti, che cos’è la deliziosa pastiera napoletana se non un’ottima torta a base di ricotta? E che dire della cassata siciliana, la torta alla robiola, la torta laurina tipica del Lazio e lo sfogghiu, tipico del palermitano? Insomma a ciascuno il suo cheesecake: ve ne proponiamo dunque una duplice versione, dolce e salata, nonché sana e leggera, ideale per deliziare queste torride giornate agostane.  Versione dolce: cheesecake al […]

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Attualità

Estinzione globale: sull’orlo della sesta

Le prime stime della “Sesta estinzione globale”, come è stata definita dal recente contributo “Proceedings of the National Academy of Sciences” firmato da Gerardo Ceballos della Universidad Nacional Autonoma de Mexico, da Paul Ehrlich e Rodolfo Dirzo della Stanford University, pubblicato sulla rivista scientifica Science Advances, registrano uno spopolamento spropositato di molte specie animali, in alcuni casi del tutto scomparse da alcune aree geografiche. Dopo le “Big Five”  registratesi nel lontano passato geologico, ovvero le grandi ecatombi causate da super eruzioni vulcaniche, oscillazioni climatiche, cambiamenti nella composizione dell’atmosfera e impatti di asteroidi sulla terra, la biosfera sta ora attraversando, ad un ritmo allarmante, un’ennesima catastrofe su scala globale, considerando i ritmi vertiginosi dell’estinzione delle specie indotti dalle attività umane negli ultimi secoli. La vera differenza è che stavolta è tutta colpa nostra: tra le cause principali vi sono, infatti, la perdita di habitat, la scarsità di prede e il conflitto diretto con gli esseri umani. L’agghiacciante termine tecnico coniato da Rodolfo Dirzo per descrivere il fenomeno del depauperamento progressivo di vertebrati è «defaunizzazione dell’Antropocene»: stiamo defaunando il pianeta. Adeguando al gergo scientifico la definizione informale, proposto da Paul Crutzen nel 2002, di “Antropocene”, l’epoca geologica attuale è stata correlata ad una specie esclusiva, l’Homo sapiens, in grado in un pugno di secoli di alterare la composizione gassosa dell’atmosfera e trasformare la superficie del pianeta, producendo un vero e proprio «annichilimento biologico». Estinzione dei vertebrati e perdita della biodiversità Per capire meglio a che punto siamo nel nostro processo di autodistruzione, i ricercatori hanno analizzato la distribuzione geografica di 27.600 specie di vertebrati e, utilizzando la riduzione dei luoghi in cui essi si distribuiscono, hanno concluso che più del 30% dei vertebrati è in declino, sia in termini di dimensioni che di distribuzione geografica; inoltre, tutti hanno perso almeno il 30% delle proprie aree di residenza e oltre il 40% ne ha abbandonato più dell’80%. A soffrirne di più sono le zone tropicali del globo, dove la fauna ha lasciato ampi spazi liberi; oltre agli ecosistemi rimasti isolati a lungo, molto vulnerabili sono anche le specie con un areale di diffusione ristretto, che vivono in un solo luogo al mondo; tra le specie maggiormente coinvolte vi sono il ghepardo, l’elefante e il leone africano, il rinoceronte nero e l’orangotango, sia del Borneo che del Sumatra. Si tratta, secondo gli autori, di una «massiccia erosione della più grande biodiversità mai esistita sulla Terra». La variabilità genetica delle popolazioni e delle specie è il motore dell’evoluzione, un’assicurazione gratuita contro le malattie e gli attacchi da agenti patogeni: nell’Antropocene si sta perdendo la diversità genetica. La perdita di biodiversità si proietta inscindibilmente sugli ecosistemi, che stanno diventando sempre meno efficienti nell’assicurare servizi, come la depurazione delle acque, il ciclo dei nutrienti, la manutenzione del terreno, l’impollinazione dei fiori da parte delle api e il controllo delle specie infestanti. «L’enorme declino di popolazioni e di specie riflette la nostra mancanza di empatia verso tutti gli animali selvatici, che sono stati nostri compagni fin dalle origini dell’umanità», ha concluso Ceballos. […]

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Attualità

Vindolanda: nuove scoperte nel forte romano in Britannia

È di poche settimane fa la scoperta di ulteriori venticinque tavolette in legno provenienti dal forte romano di Vindolanda, in Northumbria, nel Nord dell’Inghilterra. Le nuove scoperte vanno ad aggiungersi ai già noti ritrovamenti avvenuti a partire dal 1973, i più copiosi dei quali si datano al 1992 grazie all’attività di Robin Birley, archeologo e direttore degli scavi; il figlio Andrew, seguendo le orme del padre, ha sempre sperato che ancora vi si celasse qualche reperto maggiormente sorprendente e, sotto la sua direzione, il suo team ha recuperato le nuove tavolette, pronte per essere decifrate grazie alle moderne tecnologie: un ritrovamento «che aspettavo da una vita» dichiara Birley, dopo aver brindato con i suoi collaboratori. Proprio come i precedenti, i documenti in legno contengono singolari quadretti della vita militare del I secolo d.C. Un po’ di archeostoria del forte di Vindolanda Le tavolette di Vindolanda, i più antichi documenti scritti a mano tra quelli rinvenuti al di là della Manica, sono senza dubbio tra i reperti di maggiore fascino conservati nella sezione del British Museum di Londra dedicata alla dominazione romana in Gran Bretagna. Vindolanda fu un forte Romano in Britannia, costruito in legno prima del 90 d.C., a sud della linea del Vallo di Adriano, che segnava il confine tra la provincia romana della Britannia e la tremebonda Caledonia, corrispondente all’odierna Scozia. Nel periodo intercorso tra la ritirata delle truppe romane dalla Scozia e la costruzione del Vallo, Vindolanda fu un sito strategico della frontiera romana proprio per la posizione tra i due punti chiave di Solway e Tyne, oggi Stanegate. Le scoperte archeologiche sono straordinarie, perché ci restituiscono uno spaccato di vita militare assolutamente unico e decisamente privato, costituito dalla corrispondenza dei soldati al fronte con i propri cari, su sottili tavolette in legno, appositamente preparate per lo scopo scrittorio. Al momento, solo l’8% del sito è stato indagato, ma sono già venuti alla luce oltre mille testi relativi al periodo di occupazione del forte tra il 90 e il 120 d.C. Le preziose tavolette, circa un centinaio, sono sottilissimi frammenti, derivati dal legno di betulla, ontano e quercia, che ci offrono una chiara visione di quella che era la vita delle legioni romane nelle province a nord dell’Impero e del grado di istruzione dei soldati di stanza in tale presidio. I testi ritrovati variano dalla corrispondenza pubblica e privata dell’esercito, ai rapporti giornalieri degli ufficiali al prefetto; vi è perfino un pridianum, ovvero un rapporto ufficiale della cohors I Tungrorum, contenente elenchi di provviste varie consegnate ai diversi membri della guarnigione. Questo corpus di documenti, ad oggi il più antico archivio di lettere della Gran Bretagna, ci illumina, pertanto, sulla vita nel limes dell’Impero e sulla tipologia di linguaggio dell’esercito romano sul finire del I secolo d.C.: un esempio eloquente in tal senso è rappresentato dalla tavoletta N. 291, contenente un invito alla sua festa di compleanno da parte di Claudia Severa, moglie di uno dei comandanti, destinato all’amica Sulpicia Lepidina; le tavolette, inoltre, sono scritte prevalentemente in corsivo, e rivelano […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Festival Irlandese in sosta alla Mostra d’Oltremare di Napoli

Nell’ambito del progetto Napoli Incontra il Mondo, un viaggio itinerante tra cultura, arte, folklore, musica, sapori ed eccellenze di alcuni dei paesi più affascinanti al mondo, anche quest’anno il Festival Irlandese farà tappa alla Mostra d’Oltremare, proiettando un angolo di Irlanda all’interno del suggestivo contesto partenopeo. Per sei giorni, nell’arco di due weekend – dal 30 Giugno al 2 Luglio e dal 7 al 9 Luglio 2017 – sosterà un singolare padiglione interamente dedicato al Festival Irlandese: un percorso tra le tradizioni ed il folklore dell’Isola verde, che consentirà di conoscere la sua storia ma anche la quotidianità presente ed antica del suo popolo; un momento imperdibile per calarsi letteralmente nella singolare cultura celtica, all’insegna della cordialità tipica della popolazione irlandese, che ben si sposa con la spontaneità e calorosità dei napoletani. Gli eventi in programma del Festival Irlandese di Napoli Il programma della manifestazione punterà sulla suggestività di aree tematiche ed eventi variegati: una scuola di ballo sarà a disposizione di chiunque voglia cimentarsi nelle tradizionali danze irlandesi cosi sentite nella cultura dell’isola, come il ceili dancing, i balli gaelici e la riverdance, una delle più famose danze celtiche. Si svolgeranno caratteristiche degustazioni enogastronomiche, come quelle del manzo e dello stinco alla birra scura, le grigliate irlandesi, le zuppe tradizionali, il salmone affumicato, i formaggi tipici alle erbe, i dolci alle mele ed altre delizie irrorate dalla famosa birra scura e dai distillati irlandesi; in particolare, il Festival farà la gioia di tutti gli appassionati di birra, dal momento che il tutto sarò annaffiato da boccali colmi di Guinness, Kilkenny e Harp, in arrivo direttamente dagli stabilimenti di Dublino. La musica sarà una grande protagonista: numerose band irlandesi e gruppi internazionali si esibiranno in concerto in ogni giornata del Festival e allieteranno l’atmosfera con il loro sound folk dinamico, coinvolgente e pieno di energia, scandito dalle percussioni tradizionali celtiche e dall’accompagnamento dalle cornamuse: sul palco si alterneranno i The Kilkennys, i Folkamiseria, i Clan della Fossa, i Beirt Ele Irish Dancers. Si svolgeranno inoltre numerosi giochi tradizionali, tipici dei pub irlandesi: il tiro alla fune, il lancio del ferro di cavallo, il tiro delle freccette, gioco risalente alla Guerra dei Cent’anni, e la nota sfida della yarda, che prevede di bere nel minor tempo possibile un litro di birra scura in un particolare recipiente dalla lunghezza di una yard, corrispondente a 90,8 cm. Non mancheranno interessanti mostre, come quella di strumenti antichi, in cui si potranno ammirare lo zufolo di latta, la cornamusa, il violino, l’arpa, la concertina, la fisarmonica, il salterio, il bodharan, la cetra, la ghironda medievale, il corno da guerra; nelle mostre fotografiche, invece, sarà possibile viaggiare attraverso reportages di ogni epoca per scoprire i paesaggi, la cultura e i luoghi caratteristici. Sarà persino riprodotto un accampamento militare con annessa scuola d’armi, dove si potrà assistere ad alcune lezioni di combattimento praticate da soldati in armatura, alla realizzazione delle armi e alla simulazione di duelli con spade, alabardi e scudi. Un Festival nel Festival: il Villaggio Celtico All’interno del più ampio contesto del Festival […]

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Attualità

Esperimento-sfida: è di Prato la classe #socialzero

Una settimana senza cellulare e connessione internet: lo stimolante esperimento è stato proposto e realizzato da Marcello Contento, docente di Economia Aziendale presso l’Istituto Tecnico Commerciale “Dragomari” di Prato, insieme ai suoi circa trenta alunni di età compresa tra i 15 e i 17 anni, che hanno accolto la sfida di rinunciare al telefonino e a ogni connessione con la rete Internet per ben sette giorni, con entusiasmo e curiosità di mettersi alla prova; un po’ per provocazione un po’ per gioco, sulla scorta di una partecipata lezione sull’era pre-digitale, l’insegnate ha suggerito di riporre, lo stesso in primis unitamente alla sua classe, tutti i propri irrinunciabili smartphones in una scatola, per una settimana di “disintossicazione” da Facebook, Instagram, WhatsApp, Ask e web. «Sveglia alle ore sette, doccia, caffè, jeans, camicia, parcheggio, auto e via in direzione scuola. Tra pochi minuti parte la nostra avventura. Al suono della campanella entreremo a scuola e inizieremo a vivere questa esperienza nel modo più semplice che esiste, facendo gioco di squadra, insegnanti e alunni insieme. Naturalmente non sarà facile prevedere i risultati, ma vi assicuro che comunque andrà i miei alunni hanno già vinto. Buona settimana a tutti. Ci vediamo lunedì prossimo»: così scriveva lunedì 15 maggio, nel primo giorno della sfida, il professore Contento, 35 anni, siciliano di Alcamo, sulla pagina Facebook “Social zero”, vero e proprio “diario di bordo” in cui è stato effettivamente possibile seguire l’andamento dell’interessante esperimento. L’originale esperimento al suo VIA!  Per gli studenti il primo giorno è stato il più duro: l’avvio è letteralmente avvenuto tra le lacrime; staccare la spina da quello che è ormai divenuto soprattutto per i teenagers un mondo parallelo, in cui tuffarsi ad ogni occasione, è apparso radicale e incolmabile. Silvia, 16 anni, ha pianto dopo aver consegnato il suo cellulare: «Ero “impanicata”, l’idea di stare senza il web per una settimana mi faceva morire, ma poi ho ceduto»; lo stesso professore Contento ha riconosciuto la sua difficoltà iniziale nell’abituarsi a vivere senza smartphone. Tuttavia, la classe ha trovato il modo di riempire i lunghi pomeriggi senza Internet con momenti di svago enigmistico, con una scampagnata presso una fattoria didattica, con visite ai musei di Firenze, con lezioni di teatro e con un aperitivo collettivo, rigorosamente senza social, nel centro di Prato. È stato così che le giovani “cavie” hanno iniziato gradualmente a riscoprire il piacere di una chiacchierata realmente sociale, frutto di organizzazione programmata e voluta, non meramente virtuale, distante e fin troppo facile ad aversi. Uno studente ha confessato: «Ho fatto le parole crociate con mia madre, abbiamo parlato insieme un pomeriggio, non succede mai»; il drastico esperimento, insomma, ha fatto sì che la quotidianità, per questa trentina di nativi digitali, diventasse davvero colma e tangibile. L’esito della sfida #socialzero Da disconnessi, il parlare ritorna a essere fondamentale: sia in famiglia, dove i cellulari sono ormai sempre più gli unici compagni di cene e dopocene, sia tra gli amici, dove si comunica sempre più abitualmente via audio su WhatsApp o immagini su […]

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Notizie curiose

Petrus Gonsalvus: il gentiluomo che ispirò “La Bella e la Bestia”

Il remake disneyano de “La Bella e la Bestia”  (qui recensito) ha senz’altro stimolato le ricerche riguardanti uno dei più amati classici dell’animazione. Il modello dell’affascinante e famosa fiaba europea, che ha incantato e fatto sognare intere generazioni in molteplici varianti, s’incentra sul fascino dell’apparente diversità, sulla trasformazione e la redenzione conclusiva, che trae le sue origini da alcuni testi della letteratura greco-latina del II secolo d.C., tra i quali spicca la favola di “Amore e Psiche”, narrata nella celebre opera “Le Metamorfosi” (o “L’asino d’oro”) di Apuleio, autore di formazione platonica nato nella provincia romana della Numidia. A partire da questa materia, nel 1550 lo scrittore italiano Giovanni Francesco “Straparola” avrebbe riplasmato il racconto originale, realizzando in tal modo la prima versione scritta de “La Bella e la Bestia” nel suo libro di racconti “Le piacevoli notti”. Ebbene, oltre i numerosi adattamenti e trasposizioni che questa fiaba ha conosciuto in tutta Europa, fino alla prima versione edita nel 1740 ad opera della scrittrice francese Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve, alcune chiare similitudini hanno indotto popolarmente ad associare il racconto a una storia vera, conclusasi sulle sponde del Lago di Bolsena, in provincia di Viterbo. La fiaba scritta dallo Straparola, infatti, pur rispolverando un materiale precedente, parrebbe ispirarsi all’incredibile vicenda del nobile Petrus Gonsalvus, nome latinizzato di Pedro Gonzales, appartenente alla corte di Enrico II di Francia, uno dei personaggi più noti nell’ambiente aristocratico del XVI secolo. Storia di Petrus: da Tenerife alla corte di Francia Nato a Tenerife, discendente dei “mencey”, i re dei Guanci, aborigeni delle Canarie, sconfitti e resi schiavi dalla conquista spagnola alla fine del ‘400, Pedro aveva una caratteristica che lo rendeva singolare: era affetto da ipertricosi congenita, un’alterazione genetica che si manifesta con l’eccessiva crescita di una folta e lunga peluria su tutto il corpo, compreso il volto. All’età di dieci anni, pare fosse inviato come “regalo” dalle Canarie al Re Carlo V d’Asburgo, nei Paesi Bassi, ma durante la traversata in mare un’incursione di corsari francesi portò alla cattura del piccolo Pedro, che fu recato, invece, come dono di matrimonio ad Enrico II di Valois, re di Francia, il quale latinizzò il suo nome e lo accolse nella sua corte. Qui la patologia che lo affliggeva destò grande curiosità nella regina Caterina de’ Medici, donna di forte personalità, amante entusiasta dell’esotico, che rivelò fin da subito un estremo interesse e orgoglio nell’ospitare tra i suoi cortigiani una testimonianza così straordinaria; si occupò, pertanto, di fornire alla sua “icona esotica” la più alta formazione culturale del tempo, fondata sullo studio della lingua latina e delle discipline umanistiche, sì che Petrus crebbe come un vero gentiluomo. Giunto in età da matrimonio, la regina fece in modo di trovargli una sposa tra le più proprie dame di corte, scegliendo la più bella, Catherine Raffelin: la quale, si narra, svenisse alla vista del giovane. Tuttavia, sia le doti intellettuali dell’acculturato e solitario Petrus, sia i lineamenti regolari al di là della peluria e la corporatura imponente caratteristica dei […]

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Attualità

Nature Weed Control: è italiano il primo eco-diserbante

Un team sardo di ricercatori e imprese, dopo anni di sinergiche sperimentazioni tra Coldiretti e aziende locali, ha ideato il Nature Weed Control, il primo eco-diserbante, a base di scarti di Malvasia di Bosa, lana e olio d’oliva, privo di additivi chimici, glifosati e sostanze che avvelenano l’ambiente, che si propone di sostituire i tradizionali preparati sintetici considerati nocivi per coltivazioni, animali e anche per l’uomo. Il composto è completamente naturale, primo al mondo nel suo genere, prodotto all’interno della filiera Ortolana, che si occupa di agritessili e di produzioni agricole, e già sperimentato con successo dall’Italia agli Stati Uniti. Spiega Daniela Ducato, responsabile della filiera “Edizero Architecture for peace”, che da anni lavora nel campo della bioedilizia e dell’agricoltura con innovazioni a zero impatto sull’ambiente: «Nella realtà di tutti i giorni siamo sedotti da tutto quello che è chimico, ma le soluzioni alternative ci sono e possono dare risultati anche migliori, è soltanto una questione culturale (…). Volevamo fare un passo in più per creare qualcosa di naturale che potesse contribuire alle coltivazioni senza nuocere agli addetti ai lavori e ai consumatori finali, ma soprattutto che potesse essere messo in commercio e risultare competitivo sul mercato». Il Nature Weed Control nasce in primis per la salvaguardia delle api  Le api ci insegnano a guardare la natura e a conformarci a lei: ecco, dunque, che l’idea è maturata dall’esigenza concreta – su impulso dell’associazione nazionale Città del Miele – di sottrarre le api dal rischio rappresentato dagli agenti chimici dei diserbanti tradizionali, e al contempo di preservare l’agricoltura dagli effetti nocivi di tali sostanze; essendo, infatti, le principali responsabili dell’impollinazione, la loro salvaguardia dalle conseguenze dei trattamenti sul terreno è indispensabile per l’equilibrio naturale.  Gli ingredienti decisivi del prodotto finale sono la lana di pecora, gli scarti di olio d’oliva, le eccedenze delle lavorazioni vitivinicole e gli estratti dalla pulizia delle arnie, ovvero propoli e miele: si tratta, pertanto, di un erbicida a base di materiali di scarto, che sprigiona il suo naturale potere a effetto prolungato, permettendo di trattare le colture senza inquinare, nella massima sicurezza dei consumatori e degli agricoltori, e soprattutto senza danni per la salute e l’ecosistema circostante. Il Nature Weed Control può essere adoperato per il trattamento di orti, vigneti, frutteti e verde urbano. «La nostra “chimica verde” – aggiunge la Ducato – deve avere migliori prestazioni di quella tradizionale». Il Nature Weed Control sta riscontrando velocemente un notevole successo, non solo italiano L’attenzione dei consumatori verso prodotti sani e biologici è in costante crescita; sempre di più, in Italia e nel mondo, le aziende agricole preferiscono optare per soluzioni “green”, quando si tratta di allontanare i fitofagi e limitare la crescita delle piante infestanti. Le performances del Nature Weed Control, che costituisce una soluzione completamente ecocompatibile e rinnovabile, hanno, pertanto, già ricevuto notevoli apprezzamenti, non solo in Italia: in Francia i viticoltori, ancora prima di quelli italiani, si sono già accaparrati il prodotto e negli Usa l’eco-diserbante è impiegato da Gea Group, leader nella coltivazione […]

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Attualità

Mamme “del no” contro le verdure del menù scolastico

Il mese scorso ha fatto giustamente molto discutere la notizia del comitato “Un menù da cambiare”, sorto su iniziativa di numerose mamme fiorentine scontente del menù scolastico dei propri figli, nel quale primeggerebbero svariati cibi poco graditi ai bambini; inviperite, dinanzi alle scuole materne ed elementari di Firenze, hanno raccolto centinaia di firme, al fine di protestare e chiedere una modifica dei quattro listini settimanali dei piatti serviti nelle mense scolastiche, dando anche luogo a siparietti canzonatori tutt’altro che lusinghieri per genitori maturi e consapevoli. Per l’occasione è stata presa di mira con svariate frecciatine anche l’assessore alla Pubblica Istruzione e vicesindaco Cristina Giachi, “colpevole” di aver sempre difeso il nuovo menù scolastico; inoltre, a dare man forte alla petizione è giunto anche il coordinamento fiorentino di Forza Italia, insieme al vicepresidente del consiglio regionale Marco Stella, il che la dice lunga sulla strumentalizzazione politica di un fatto che è, al contrario, fondamentalmente educativo. «Sfidiamo Cristina Giachi ad andare tutti insieme a mensa e assaggiare i piatti con i bambini – ha spiegato Marco Stella – lì si renderà conto che ci sono sprechi di cibo e che i ragazzi rimandano indietro le pietanze con percentuali che vanno dal 70 all’80%. L’assessore non può continuare sulla sua strada senza tenere conto delle realtà, di quelle che sono le scelte delle mamme e dei bimbi». Il motivo alla base della protesta sarebbe proprio la reazione negativa dei bambini al nuovo menù introdotto da Palazzo Vecchio, i quali spesso tornerebbero a casa senza aver mangiato nulla. Mamme troppo indulgenti possono nuocere più dell’alimentazione stessa? Tale drappello di madri impegnate sulle “barricate” a contestare senza tregua sembrerebbe proprio non accettare di insegnare ai propri figli ad adattarsi a consumare dei pasti non graditi, senza alcuna preoccupazione dei sani principi educativi e alimentari secondo i quali occorre abituarsi a mangiare di tutto, per il solo privilegio di avere l’opportunità di farlo; a maggior ragione se si tratta di alimenti naturalmente sani e controllati. Senza dubbio, i bambini che rimandano indietro le pietanze senza averle toccate dimostrano di essere poco avvezzi a non essere accontentati e di questa carenza etica dovrebbero preoccuparsi i genitori, per la formazione civica e sociale dei propri figli. Inoltre, dando uno sguardo al fatidico menù etichettato «terribile e non adatto ad un bambino», i pasti “incriminati” risultano: tortino di verdure; orzotto; zuppa di cipolle; polpettone di spinaci; zuppa di cavolo e patate; vellutata di zucca e quinoa; passato di fagioli con farro; cecina; seppie in zimino; insalata. Ebbene, sicuramente non tutti i bambini amano cavoli e cipolle, ma voler eliminare cibi importanti come questi dalla mensa scolastica è incredibilmente sbagliato; piuttosto, le mamme dovrebbero imparare in primis ad amare, consumare e saper cucinare le verdure, evitando di rifilare sbrigativamente ai propri figli il solito grasso panino con la mortadella. Il ruolo della scuola nell’educazione alimentare  Ma è davvero questa la mossa educativa giusta? Le scuole e le loro mense devono seguire i gusti dei bambini? I genitori che ruolo hanno nell’educazione al gusto dei più piccoli? In effetti, a detta dei pediatri e […]

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Cucina & Salute

Miele e derivati, preziosi alleati in tutte le stagioni

Quando giungono puntuali, con il freddo e lo stress psicofisico, i mali di stagione che si intrufolano grazie alle nostre difese indebolite, a rimetterci in forze in modo sano ed efficace ci pensa la natura che, tra i suoi innumerevoli prodotti benefici, ci offre il miele come dispensatore di energia e vitalità, preziosissimo alleato della stagione in corso e non solo. Il miele è una sostanza zuccherina prodotta dall’elaborazione, effettuata dalle api operaie, del nettare dei fiori, i quali, a seconda della tipologia, conferiscono colore e proprietà organolettiche differenti; attraverso gli enzimi della borsa melaria, le api trasformano il nettare in miele, che viene rigurgitato nelle celle appositamente preparate, immagazzinato ed estratto tramite centrifugazione, lasciato decantare e riposto in vasetti, avendo cura di preservare inalterate proprietà e caratteristiche. Alimento energetico e completo per eccellenza, è composto da fruttosio e glucosio, dunque zuccheri semplici e facilmente digeribili, enzimi, vitamine, oligominerali (sodio, potassio, ferro, calcio, magnesio), sostanze battericide e antibiotiche, che possono favorire i processi di accrescimento. Il miele ha una storia antichissima Il miele era conosciuto e apprezzato in tutti i popoli dell’area mediterranea e di quella egeo-anatolica: e in molte regioni l’apicoltura era praticata almeno dalla metà del II millennio a.C. Al miele, così come all’ape, era attribuito un valore sacro e un’origine divina; era, inoltre, considerato simbolo di rigenerazione dopo la morte, tant’è che veniva ampiamente impiegato nei culti funerari e nelle offerte votive. Durante il Medioevo, la sua storia si intreccia con quella dello zucchero, del quale era giudicato un “fratello povero”. Finalmente, nel Novecento si sviluppa una maggiore attenzione alla provenienza botanica dei mieli e si gettano le basi scientifiche per mettere in atto una caratterizzazione dei mieli uniflorali. Oggi, infatti, sappiamo che il miele esercita i suoi benefici su molteplici settori dell’organismo: ha un’azione decongestionante sulle prime vie respiratorie, produce un aumento della potenza fisica e della resistenza, ha un’azione disintossicante, diuretica, antianemica, di fissazione del calcio e del magnesio nelle ossa, cicatrizzante delle lesioni cutanee, battericida contro diversi microrganismi responsabili di infezioni. Ecco perché se ne consiglia un consumo costante di 20 g. al giorno in sostituzione dello zucchero raffinato, salvo controindicazioni, come ad esempio il diabete; inoltre, è possibile sfruttarlo settimanalmente come ingrediente base per una rigenerante maschera per il viso, dal momento che la pelle tende solitamente a seccarsi in inverno per il vento e l’esposizione ai caloriferi. Tante proprietà per tanti tipi di miele Sempre maggiori studi definiscono il miele un farmaco fitoterapico di indubbia validità. È chiaro che le sue proprietà terapeutiche cambiano a seconda del polline dei fiori che lo “generano”: alcune varietà, come le melate (secrezioni emesse dalla maggior parte degli insetti Omotteri, che si nutrono della linfa delle piante) e i mieli scuri (castagno, abete, eucalipto), ricchissimi di oligoelementi, vantano notevoli proprietà antiossidanti e ricostituenti; i mieli di arancio favoriscono il rilassamento; il miele di girasole è ottimo per contrastare le nevralgie, il mal di testa, la febbre e il colesterolo alto; il miele di erica, in sinergia con l’azione […]

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Culturalmente

“La Scuola Possibile”: a Torino, tutta un’altra scuola

Partirà da settembre 2017 e avrà sede nel Basic Village di Torino: si chiamerà “La scuola possibile” e sarà una scuola primaria fondata sulla sostituzione di zaini, voti e compiti con esperienze diversificate. Si tratta, innanzitutto, di un istituto privato, nato da un’idea di Laura Milani, direttore e CEO dello IAAD, l’Istituto di Arti Applicate e Design, che spiega come questo progetto abbia preso forma dall’esigenza di «strutturare un percorso alternativo per i più piccoli, capace di rispecchiare la contemporaneità e i suoi bisogni, al fine di evitare che i bambini “ingessino” le proprie attitudini in percorsi didattici preconfezionati e lascino emergere i loro talenti creativi». Il punto cruciale dell’iniziativa è l’assunto per cui il tempo per la scuola e quello della famiglia devono coesistere: “La scuola possibile”, dunque, si propone come una vera e propria officina creativa. L’approccio pedagogico de “La scuola possibile” presenta forti innovazioni – a scuola si entrerà dalle 8 alle 9 e si uscirà dalle 16.30 alle 17.00: un orario lungo ma flessibile, che permetta di conciliare sia i ritmi del bambino che quelli delle famiglie; – la scuola avrà massimo 15-18 bambini per classe, in netta opposizione con le maxi classi della scuola tradizionale, al fine di riservare a ciascuno la dovuta attenzione mediante una didattica fondata sul rapporto di collaborazione attiva tra allievi e maestri; – si svolgeranno solo tre moduli di lezione da 80 minuti, intervallati da lunghe pause per mangiare e giocare: lo svago e l’apprendimento, dunque, si alterneranno ritmicamente, per fare in modo che i bambini non stiano a lungo fermi in un ambiente chiuso e statico, perdendo la concentrazione; – la struttura della didattica non si baserà sulle materie, ma su cinque aree di linguaggio: alfabetizzazione, immagine, scienza, suono e movimento, alle quali si aggiungeranno di anno in anno numerose attività in inglese; l’obiettivo che ci si propone è quello di giungere ad uno sviluppo parallelo e armonico, fatto di percorsi variegati, attraverso i quali il bambino possa costruire un vasto vocabolario comunicativo; – gli studenti non avranno bisogno dello zaino, perché i materiali didattici saranno già negli spazi del Basic Village, né avranno necessità di svolgere alcun esercizio a casa propria: ed è questo il punto cruciale dell’innovazione, argomento, peraltro, alquanto dibattuto. L’Italia, in effetti, risulta essere il Paese che fornisce il maggior numero di compiti ai propri studenti e negli scorsi anni ben due ministri dell’Istruzione, Profumo e Carrozza, si sono dimostrati critici a proposito, così come contrastanti sono le opinioni di psicologi e pedagoghi. “La Scuola Possibile” offre un’alternativa, scegliendo di «responsabilizzare i bambini e renderli indipendenti, credendo nella loro intelligenza e nei loro talenti», come sostiene la responsabile, che aggiunge: «il tempo libero, degli affetti e del privato sono da rispettare e impiegare in altre attività che fanno parte dell’esperienza della vita; i compiti, tuttalpiù, sono per le famiglie, che devono assistere i propri figli nello svolgimento di lavori su cui i piccoli non possono essere autonomi»; – altro elemento radicale è l’assenza di verifiche, che si […]

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Fun & Tech

Houseparty, l’App per videochat oltre le distanze

Houseparty App è una recente applicazione, disponibile su App Store e Google Play Store, che mette in contatto in modo rapido e semplice gli utenti, anche molto distanti, mediante videochiamate di gruppo che non comportano alcun costo. Sbarcata sui vari store digitali tra fine settembre e inizio ottobre 2016, in concomitanza con il ritiro dell’App per lo streaming in diretta Meerkat, come annunciato da Ben Rubin, co-fondatore della start-up Life On Air, ne ha mutuato il funzionamento e l’infrastruttura tecnica. Realizzata, sviluppata e distribuita sotto pseudonimo e segretamente ai soli studenti universitari di Alabama, Ohio e Arkansas per oltre 10 mesi, questa app è una sorta di “social network sincrono”, capace di conquistare i favori di centinaia di migliaia di utenti nei soli Stati Uniti, dove, secondo The Verge, la somma dei download dei due store avrebbe già superato quota 1 milione. Sviluppata da Alexander Herzick, tra i Chief Operating Officer dell’azienda, l’applicazione va ulteriormente ad arricchire il settore dei servizi per videochiamate, già piuttosto affollato, (si pensi a Skype, Apple FaceTime e Google Duo) presenti a contendersi milioni e milioni di utenti.  Houseparty raccoglie l’eredità di Meerkat All’inizio del 2015 i creatori di Meerkat, che per primi avevano intuito le potenzialità delle dirette streaming “autoprodotte”, sembravano presagire un futuro brillante per l’applicazione, diventata immediatamente un fenomeno virale. Nello stesso tempo, però, mostrando a tutti le potenzialità del settore e spingendo Twitter, tramite Periscope, e Facebook, tramite Facebook Live, a lanciarsi nel format dello streaming da smartphone, dopo qualche tentativo vano di ripresa dalla concorrenza, sono stati costretti a chiudere definitivamente i battenti e cedere il passo ad avversari meglio “equipaggiati”. Ai creatori di Meerkat va, tuttavia, il merito di non essersi fermati: senza abbandonare la nave, il team, piuttosto che aggiungere nuove funzionalità a Meerkat, ha condotto per svariati mesi lo sviluppo della nuova app, che sembra esser riuscita a far breccia nel cuore dei più giovani e dei Millennials. Houseparty cambia l’approccio della diretta, consentendo di interagire in privato tra amici: dal flusso di uno a tanti, passa al concetto di tanti, insieme, come in una sorta di festa in casa tra amici, da cui trae il nome. Alla base del successo inatteso dell’app concorrono, senza dubbio, la modalità di utilizzo immediata e intuitiva, l’interfaccia utente – che a molti ricorda quella di Snapchat – estremamente intuitiva e la possibilità di utilizzare emoji nel corso delle videochiamate: una combinazione che, oltre a presentarsi molto semplice anche per chi abbia poca dimestichezza con le tecnologie informatiche, ha permesso ad Houseparty di conquistare gradualmente una discreta base di utenti e persuadere diversi investitori a puntare sullo sviluppo futuro della piattaforma. Come funziona Houseparty Dopo aver scaricato e installato Houseparty sul proprio iPhone o smartphone a sistema Android, sarà necessario procedere con la creazione di un profilo e il successivo inserimento del numero di telefono: per avviare la videochiamata, occorrerà creare una room e invitare i propri amici tramite nome utente o numero di telefono, in modo semplice e immediato; il massimo di partecipanti in ogni […]

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Napoli & Dintorni

Dialettologia: la Federico II promuove il primo corso online

Il dialetto, in relazione al quadro generale dell’area linguistica italiana, alla derivazione dal latino, ai rapporti storici con l’italiano e con le altre varietà locali, sarà il tema del primo corso online gratuito, aperto a tutti, studenti umanistici e non, dal titolo “Dialettologia italiana: il napoletano e le altre varietà”, promosso dall’Università degli studi di Napoli “Federico II”, con particolare riguardo ai dialetti campani. È stato lo stesso Ateneo federiciano, in occasione della Giornata Nazionale del Dialetto e delle lingue locali ricorrente martedì 17 gennaio, ad annunciare l’apertura di tale progetto che pone ulteriormente in evidenza l’importanza storico-linguistica del dialetto, quale vero e proprio sistema linguistico autonomo, specchio dell’identità culturale dei parlanti. Il corso sarà disponibile in rete dai primi giorni di marzo, ospitato dalla piattaforma Federica.eu, l’innovativo Centro d’Ateneo per la diffusione della didattica multimediale, liberamente accessibile, dove è già possibile visionare l’anteprima, presentata da Nicola De Blasi, docente federiciano di Linguistica italiana, e dal collega Francesco Montuori, docente di Storia della lingua italiana, che cureranno il seminario. Presentazione e struttura del primo corso online di Dialettologia Fra le nazioni europee, l’Italia gode il privilegio di essere il paese più frazionato nei suoi dialetti: il progetto, dunque, oltre ad illustrare temi, nozioni e problemi della Dialettologia italiana, considerata in prospettiva geografico-sincronica e in prospettiva diacronica, terrà conto in modo particolare della storia del Napoletano e smentirà, inoltre, i diffusi luoghi comuni che intendono erroneamente la parola “dialetto” come dispregiativa e il napoletano come espressione del volgo non acculturato. «Il corso – come illustra il professore De Blasi – si articolerà in trenta lezioni gratuite e aperte a tutti, studenti e appassionati, e introdurrà gli interessati a una disciplina che incuriosisce molto, non senza effetti collaterali, come il radicamento di convinzioni immotivate che, affidate alla rete, fanno il giro del mondo. Un esempio è la stessa nozione di dialetto, che alcuni ritengono offensiva quando attribuita al Napoletano: ma dialetto significa lingua, identifica un sistema linguistico con una sua struttura autonoma localmente caratterizzata, non è un termine degradante. Un altro tema che approfondiremo – prosegue lo studioso – sarà il numero di dialetti presenti in Italia meridionale, in teoria uno per ogni paese, tutti simili tra loro, “cugini” con aspetti condivisi ma ugualmente differenti. A riguardo, on line circola da tempo la convinzione che in tutta l’area linguistica meridionale viva una sola lingua, il Napoletano. Un equivoco incoraggiato dal sito dell’Unesco, che sostituisce con un semplicistico e singolare “Italiano del Sud”, lingua inesistente assimilata al Napoletano, il plurale “dialetti meridionali” da sempre adottato dagli esperti». Il corso di Dialettologia prenderà avvio da un testo che godette di un’ampia fortuna editoriale nel corso del Cinquecento, lo Spicilegium del grammatico e retore partenopeo Lucio Giovanni Scoppa, fondatore a Napoli della prima scuola pubblica e laica: si tratta di una “spigolatura”, ovvero di una raccolta di brani scelti, che offrirà la possibilità di recuperare svariati lemmi di uso quotidiano e domestico, fondamentali per la ricostruzione della lessicografia.  Tra le scoperte, curioso è il termine “picciotto”, attribuito […]

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Cucina & Salute

Mostaccioli e Natale: la tradizione dolce a tavola

Non meraviglia la straordinaria diffusione dei mostaccioli sul territorio nazionale: essi ci riportano direttamente alle origini della nostra storia. Figli più di altri della cultura contadina, perché semplici e nutrienti, i mostaccioli, mustaccioli, mustacciuoli o mustazzoli sono golosi dolci natalizi, tipici del Centro-Sud: l’uso di prepararli abbonda in Campania, Molise, Abruzzo, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna. Il termine deriva dal latino “mustaceum”, designante un’antica focaccia dolce a base di farina, mosto d’uva, anice e cumino, cotta su foglie di alloro, tradizionalmente offerta ai convitati al momento della partenza, come ultimo segno di attenzione all’ospite che si congedava. La sua descrizione ci è fornita dall’autore latino Catone nel suo trattato “De agri cultura”: «Intridi un moggio di farina con il mosto, aggiungici anice, cumino, due libbre di grasso, una libbra di cacio e della corteccia di alloro, quando avrai impastato e dato la giusta forma, cuoci sopra foglie di lauro»; è, inoltre, citato da Giovenale e Cicerone, che lo usa metaforicamente nel famoso detto «laureolam in mustaceo quaerere», ovvero “ottenere la gloria a buon mercato”. Esisteva anche un’antica torta nuziale chiamata “mustaceus”, preparata con farina, mosto e abbondante aggiunta di cannella. Nel corso dei secoli, la preparazione dei mostaccioli si è arricchita di numerosi ingredienti, sempre variati I ricettari ottocenteschi offrono numerose versioni di questi saporiti dolcetti, che nel tempo hanno conosciuto numerose elaborazioni regionali; i mostaccioli più vicini alla tradizione antica sono gli abruzzesi, a base di farina, miele e mosto ben cotto, i pugliesi, che però utilizzano il decotto di fichi al posto del mosto, ed i “mustazzoli” di Ragusa, preparati all’antica, con farina, vin cotto e irrorati di miele fuso e mandorle tritate. Eppure, nonostante l’omonimia con gli altri dolci regionali italiani a base di mosto, i mostaccioli tipici della tradizione gastronomica partenopea non somigliano affatto agli esempi precedenti, ma piuttosto presentano svariate affinità con l’Aachener Printen tedesco, una sorta di panpepato a base di miele, farina e spezie, talvolta glassato al cacao. Di forma romboidale, sono grandi circa 10-12 cm nella versione tradizionale, ma è possibile reperirli anche nella diffusa variante mignon, delle dimensioni di circa 6 cm; sono composti da un interno morbido dal sapore di miele, talvolta arricchito con frutta candita, mentre sono ricoperti da una glassa di cioccolato, sia scuro che bianco. Insieme agli struffoli, sono i dolci caratteristici del Natale napoletano; la voce «Mostaccioli napoletani» è citata nel “Primo servizio di credenza”  del “Pranzo alli XVIII di Ottobre” di Bartolomeo Scappi, cuoco personale di Pio V, allestitore di banchetti sontuosi ed autore di un famoso trattato sulla gastronomia del XVI secolo, segno di un’allora già consolidata tipicità partenopea. Ecco una deliziosa ricetta, ideale per ottenere circa 20 mostaccioli, eventualmente da moltiplicare, in base alle proprie esigenze. Ingredienti: 500 g di farina di farro 200 g di burro 50 g di miele 250 g di zucchero di canna 150 g di fecola di patate o amido di mais/riso 3 albumi 75 g di cacao amaro 250 g di mandorle tostate Un pizzico di sale 200 ml di succo d’arancia […]

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Culturalmente

In Egitto riemerge una necropoli della prima dinastia

Un recente ed eccezionale ritrovamento, segnalato da Egypt Independent, potrebbe contribuire a fare luce sulla storia dell’antico Egitto: a comunicarlo è stato Mahmoud Afifi, direttore dell’Egyptian Antiquity Sector, il Dipartimento delle Antichità egiziane. Secondo il Nouvel Observateur, la missione archeologica egiziana diretta da Yasser Mahmoud Hussein ha riportato alla luce un’antica città e una necropoli risalenti alla Prima Dinastia, databili a circa 5000 anni fa; il sito individuato si pone nel governatorato di Sohag, a 400 metri dal tempio di Seti I, faraone del Nuovo Regno, collocato sulla sponda opposta del Nilo rispetto a Luxor, nell’antica città di Abydos. La scoperta consta di ben 15 grandi tombe in mattoni crudi, alcune delle quali di dimensioni perfino maggiori delle tombe reali di Abido appartenenti alla Prima Dinastia, collocate nel contesto di un centro abitato con capanne ed edifici; la BBC online scrive che gli archeologi hanno, inoltre, ritrovato una serie di reperti, come frammenti di vasellame in ceramica ed utensili in ferro. L’ipotesi al momento accreditata vede nel sito il luogo di residenza di funzionari di alto rango e di costruttori di tombe, i quali potrebbero essere stati impegnati nella realizzazione di sepolture reali nella vicina città sacra di Abido; la sua scoperta, dunque, getta nuova luce su Abydos, uno dei centri più importanti dell’antico Egitto, che gli esperti ritengono essere stata capitale verso la fine del periodo predinastico e durante il regno delle prime quattro dinastie. Una scoperta eccezionale, in grado di fare luce su un tassello importante della storia dell’antico Egitto Il team di architetti che ha lavorato alla scoperta sostiene che grazie a questo prezioso rinvenimento sarà possibile elaborare nuove informazioni sulla città di Abido, che certamente consentiranno di comprendere meglio la ricca storia di questa antica città situata a sud del Cairo, già fondamentale centro archeologico, sede delle sepolture di Osiride e Seti I. Yasser Mahmoud Hussein, il capo della squadra protagonista della scoperta, ha definito questo tombe «uniche» dal punto di vista architettonico ed ha fornito alcune informazioni sulla composizione del complesso cimiteriale: secondo quanto riporta il già citato Egypt Independent, la necropoli è caratterizzata dalla presenza di “tombe a mastaba”, una particolare tipologia di tombe monumentali, utilizzata durante le prime fasi della civiltà egizia e costituita di mattoni di fango a pianta rettangolare e con un tetto piano; si ritiene che da questo tipo di struttura si sia successivamente sviluppata la “piramide” vera e propria. Adoperata dai sovrani delle dinastie thinite, la tomba a mastaba resterà in seguito caratteristica dei membri della corte – ovvero visìr, scribi, nobili e sacerdoti – anche nelle dinastie successive; le tombe a mastaba più antiche, fino a questa scoperta, erano situate a Saqqara, ma il rinvenimento ne ha retrodatata la presenza ad Abido, in probabile riferimento, come già accennato, a personaggi della corte. La scoperta potrebbe consentire al turismo in Egitto una ripresa Gli archeologi e, naturalmente, le autorità egiziane si augurano che la scoperta possa rivelarsi di forte impulso per restituire linfa a un turismo che, in Egitto, ha subito un periodo di drastica […]

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Nerd zone

Facebook crea una strategia contro le notizie false

Facebook s’impegnerà quanto prima a combattere le notizie false diffuse sul web: ad annunciarlo è il fondatore del social network Mark Zuckerberg che, con un lungo post sul proprio account, ha condiviso con gli utenti la nuova strategia in atto per arginare le “fake news” circolanti sul social. L’esigenza di lottare contro la presenza di bufale telematiche è sorta dopo le numerose critiche ricevute durante le ultime elezioni americane: Facebook, infatti, è stato accusato di diffondere informazioni non veritiere né verificate, con l’intento di favorire la vittoria di Donald Trump; Zuckerberg aveva replicato che le bufale non solo non avevano condizionato il voto, ma erano state diffuse da entrambi gli allineamenti: così la campagna elettorale americana è stata l’inizio di una profonda riflessione. Già a fine novembre, Zuckerberg aveva spiegato che la compagnia era al lavoro per eliminare le news false, anche migliorando la capacità dell’algoritmo di individuarle e di farle segnalare agli utenti: «Un paio di settimane fa ho esposto alcuni progetti su cui stiamo lavorando per costruire una comunità più informata e per combattere la disinformazione». Ma il recente post è un punto di svolta, il riconoscimento da parte del suo fondatore del ruolo colossale che nel dibattito pubblico globale ha acquisito uno strumento come Facebook, come egli stesso ha dichiarato: «Facebook è un genere di piattaforma diversa da qualunque cosa l’abbia preceduta. Riconosciamo che siamo qualcosa di più di un semplice distributore di notizie. Siamo una specie di nuova piattaforma per il discorso pubblico e ciò significa che abbiamo un nuovo genere di responsabilità nel rendere le persone in grado di avere le conversazioni più significative possibili e di costruire uno spazio dove la gente possa essere informata. Dobbiamo lottare per dare una voce a tutte le persone e affinché Facebook abbia il miglior impatto possibile sul mondo. Questo aggiornamento è solo uno di tanti passi avanti». Facebook ha lanciato un nuovo servizio che consentirà agli utenti di segnalare le notizie false I giganti hi-tech cercano di ricorrere ai ripari ed è così che entra in scena la nuova flag anti-fake news: guerra alla disinformazione pura e semplice diffusa per attirare clicks, cavalcando i temi caldi dell’attualità. Come si era già visto in alcuni esperimenti precedenti il lancio, sarà il social a fare una prima scrematura, attraverso l’inserimento di un pulsante che consentirà agli utenti di segnalare una notizia sospetta; questa sarà inoltrata a un consiglio di giornalisti – specializzati nel fact-checking, in linea con l’International Fact Checking Code of Principle stilato dal Poynter Institute – che ne verificherà l’autenticità e, se classificata come controversa, sarà bollata dall’etichetta “disputed”, ovvero “contestata” e da un link a un articolo che ne spiegherà la natura; sarà, infine, chiesto di tornare indietro (“cancel”) o confermare la scelta (“continue”). Dunque, le notizie ritenute inattendibili continueranno ad apparire in bacheca, ma con una ridotta visibilità, perché penalizzate dall’algoritmo del News Feed.  Il sistema funzionerà dapprima in lingua inglese, ma avrà gradualmente un impatto significativo anche nelle altre lingue: in tal modo, Facebook fornirà […]

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Attualità

Santa Luciella ai Librai: al via il recupero

L’Associazione Culturale “Respiriamo Arte” intende recuperare e valorizzare la Chiesa di Santa Luciella ai Librai, nel centro storico di Napoli, abbandonata da più di 30 anni, inserendolo nel piano di sviluppo turistico-culturale del territorio come luogo di inclusione sociale. Da pochi giorni è partito il progetto di crowdfunding denominato #savesantaluciella, grazie alla piattaforma “Meridonare”, in partnership con la startup Visit Naples, che mira a raccogliere la somma di €25.000, per mettere in sicurezza la struttura e rendere questo sensazionale percorso aperto alla città ed ai turisti. La chiesetta è ubicata nell’omonimo vico, nei pressi della Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo, alle spalle della Chiesa di San Gregorio Armeno. Fondata poco prima del 1327 da Bartolomeo di Capua, subì un sostanziale rimaneggiamento barocco nel 1724, finché nel 1748 fu presa in custodia dai pipernieri (i lavoratori del piperno, roccia magmatica particolarmente abbondante in Campania). La struttura di culto, infatti, è nota anche come Chiesa dell’Arciconfraternita dell’Immacolata Concezione, San Gioacchino e San Carlo Borromeo dei Pipernieri. Questi, temendo danni alla vista nel loro lavoro sulle dure rocce vulcaniche, la consacrarono a Santa Lucia protettrice degli occhi. Oltre alle molteplici raffigurazioni di occhi in molti angoli della chiesetta (che richiamano il martirio di S. Lucia), ai marmi e ai pavimenti maiolicati perfettamente conservati, la parte più misteriosa è rappresentata dall’antico ipogeo con acquasantiere e scolatoi, custode dal XVII secolo del suggestivo e unico esemplare di teschio con le orecchie mummificate, simbolo dell’affascinante culto dei morti a Napoli. Si pregava, infatti, al suo cospetto, affinché esaudisse le suppliche dei napoletani, essendo considerato, per la sua particolarità, tramite privilegiato tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Purtroppo, dopo il restauro e il consolidamento, avvenuti negli anni ottanta del XIX secolo, l’edificio è stato chiuso al pubblico. Rinascere dal degrado: la nuova vita di Santa Luciella ai Librai Il centro storico di Napoli è pieno di gemme inesplorate ed inaccessibili: ma ecco che, finalmente, molti giovani iniziano a mobilitarsi per ridare vita ai tesori dimenticati e negati. Già nell’ottobre del 2013, da un’idea di un gruppo di giovani laureati partenopei, specializzati in campo artistico e letterario, è nata l’Associazione “Respiriamo Arte”.  Da qualche giorno, il progetto dell’Associazione, denominato “Chi ha orecchio intenda”, ha avviato la raccolta fondi per la chiesetta storica. Così spiegano i membri dell’associazione: «La Chiesa di Santa Luciella, esempio di barocco napoletano, versa attualmente in condizioni di abbandono e negli anni ha subito numerosi danni e furti; la riapertura del sito consentirebbe, da un lato, di promuovere momenti aggregativi per le persone del quartiere, dall’altro, di incentivare lo sviluppo turistico dell’area. La Chiesa, infatti, si trova in un punto strategico del centro storico di Napoli, a pochi passi da San Gregorio Armeno». L’obiettivo dell’Associazione è il recupero del patrimonio storico e artistico della città di Napoli, attraverso la tutela e la valorizzazione di luoghi e monumenti che rappresentano preziosi lasciti, troppo spesso abbandonati all’incuria e al degrado. La perseveranza e il dinamismo degli ideatori fanno dell’Associazione un organismo vitale, che si nutre del riappropriarsi […]

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Culturalmente

Circle Time: il metodo educativo dell’inclusione

Il “Circle Time” è uno strumento operativo finalizzato a promuovere il “buon risultato” di insegnanti e alunni, tenendo conto della globalità delle nuove esigenze del sistema-scuola. La complessità sociale, infatti, ha prodotto grandi cambiamenti nelle problematiche della formazione scolastica: in un momento di grande fervore per il mondo dell’insegnamento, si fa strada la spiacevole sensazione che sempre più si punti l’occhio sulla valutazione della performance, perdendo di vista l’importanza del processo di formazione. Ciascun insegnante, inoltre, deve confrontarsi quotidianamente con svariate questioni riguardanti i discenti, quali la difficoltà di gestire la concentrazione nell’ascolto e nei turni di parola, la presenza di comportamenti sintomatici da decodificare e canalizzare, la poca partecipazione di alunni più restii ad amalgamarsi alla vita della classe. È chiaro come la scuola, per meglio affrontare la nuova complessità in cui si trova immersa, abbia esigenza di sperimentare, oltre alle tradizionali strategie didattiche basate sul modello di insegnamento frontale – che centralizza la figura del docente offrendo a tutti gli studenti lo stesso tipo di stimoli –, strumenti maggiormente in grado di coinvolgere ciascun alunno; sono necessarie, pertanto, metodologie educative inclusive, che favoriscano le competenze individuali e valorizzino le risorse e le differenze di ciascuno. Uno di questi strumenti è il Circle Time, un metodo di lavoro ideato dalla Psicologia Umanistica negli anni ’70, piuttosto “collaudato”, eppure poco utilizzato e sottostimato nelle sue enormi potenzialità; il suo scopo è di proporre sia per le classi delle scuole, che per tutti i gruppi che abbiano uno scopo comune, uno strumento efficace per aumentare la vicinanza emotiva e prevenire la conflittualità.  La metodologia del Circle Time: i benefici didattici e sociali  Il Circle Time si rivela particolarmente efficace per stimolare i giovani ad acquisire consapevolezza delle proprie ed altrui emozioni, e per gestire le relazioni sociali; si tratta, nel concreto, di un gruppo di discussione su argomenti di diversa natura, al fine di potenziare la comunicazione e far acquisire ai partecipanti le principali abilità comunicative. Questo metodo prevede che gli alunni si dispongano in cerchio, in modo tale che ciascuno possa vedere ed essere visto da tutti, lasciando libero lo spazio al centro, sotto la guida di un coordinatore che è parte integrante del cerchio, giacché il fine del Circle Time è proprio quello di proporsi come dimensione di parità. Nel Circle, l’insegnante svolge una funzione di mediazione, indicando l’argomento e dando una direzione sia alla conversazione che ai contributi degli alunni, tuttavia senza intervenire in modo diretto; il suo compito risiede, soprattutto, nello stimolare gli studenti più timidi e contenere quelli più aggressivi, nell’evitare che qualcuno di essi monopolizzi l’attenzione, nell’indirizzare tutti al dialogo costruttivo e nell’indurli a rispettare le diversità di ognuno, secondo un percorso di progressiva autonomia. Alla fine del procedimento, infine, il gruppo dovrebbe raggiungere l’interdipendenza, ovvero un livello in cui ogni membro sperimenti la coesione e la fiduciosa capacità di interagire serenamente con tutti. Per essere efficace, il “tempo del cerchio” deve, innanzitutto, svolgersi non in modo sporadico, ma secondo una cadenza regolare, affinché diventi un proficuo spazio […]

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