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Eroica Fenice

Cucina & Salute

Ricette con il melograno a Natale: due specialità per stupire!

Il frutto del melograno, che giunge a maturazione a partire dal mese di ottobre, è un vero e proprio toccasana per la salute; dal latino malum, “mela”, e granatum, “con semi”, custodisce al suo interno numerosi chicchi color rosso rubino dal gusto leggermente acidulo. Si tratta di una pianta originaria dell’Asia sud-occidentale, diffusa nell’area costiera del Mediterraneo da Fenici, Greci, Romani e in seguito dagli Arabi: la denominazione del genere, “Punica”, deriva infatti dal nome romano della regione geografica costiera della Tunisia e della omonima popolazione, altrimenti chiamata cartaginese, di estrazione fenicia, che colonizzò quel territorio nel VI a.C.; le piante furono così nominate perché a Roma i melograni giunsero proprio da quella regione. Era apprezzata anche dagli Egizi, per i quali il melograno era considerato un pomo medicamentoso per le sue proprietà terapeutiche. Il suo frutto, ma anche i suoi semi e il suo fiore, sono associati nelle civiltà antiche alla fecondità: nell’antica Grecia la pianta di melograno era considerata sacra a Venere e a Giunone, divinità tradizionalmente associate alla femminilità e alla fertilità; attributo della Grande Madre, regina del Cosmo, la melagrana era simbolo sia di fecondità che di morte, tant’è che si sono ritrovate melagrane di argilla nelle tombe greche dell’Italia meridionale. Anche la Bibbia, nel Cantico dei Cantici, le attribuisce un significato estetico e poetico, di speranza e fecondità. Giunto nel corso dei secoli in Europa e introdotto in America Latina dai colonizzatori spagnoli nel 1769, il melograno rappresenta oggi, nella stagione autunnale e invernale, una specialità locale ricca di benefici. La melagrana, infatti, è tra i frutti più ricchi di antiossidanti, in particolare di flavonoidi, in grado di contrastare l’azione dei radicali liberi e prevenire l’invecchiamento precoce; è, inoltre, una preziosa fonte di vitamine A, B, C ed E, utili alleate contro i malanni stagionali; il melograno racchiude anche sali minerali fondamentali, quali il manganese, il potassio, lo zinco, il rame e il fosforo. La composizione di questo prezioso frutto si completa con acqua, zuccheri e fibre: il suo notevole contenuto di acqua e potassio lo rende un alimento utile per depurare l’organismo e per stimolare la diuresi. Infine, il melograno è benefico per il sistema immunitario, aiuta a controllare i livelli di colesterolo e a ridurre la pressione sanguigna. Il melograno in cucina. Ricette con il melograno a Natale Oltre alla preparazione di succhi, frullati e dolci, il melograno si abbina perfettamente anche a piatti salati, come le insalate di cavolo rosso e quelle di cereali: ad esempio, i chicchi di melagrana sono un ingrediente davvero gustoso da abbinare alla frutta secca per preparare il couscous, o al farro; risulta molto piacevole anche l’accostamento con il pesce. Vi proponiamo due sfiziose ricette, per apprezzare al meglio i suoi chicchi così intensi e saporiti. Linguine agli scampi e melograno 500 g di scampi 100 g di chicchi di melograno 1 spicchio di aglio 50 g di brandy Una manciata di pomodorini ciliegino Qualche fogliolina di rucola Basilico q. b. Sale integrale q. b. Pepe rosa q. b. […]

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Notizie curiose

Natale nel mondo: usi, tradizioni e curiosità

Immersa nello spirito incantato dell’inverno, la festività del Natale è accompagnata da uno specifico folclore sociale e religioso, variabile da paese a paese; numerose pratiche e simboli natalizi, quali l’albero, il ceppo, l’agrifoglio, il vischio, la stella di Natale e lo scambio di doni, erano già presenti nelle tradizioni del solstizio invernale dei popoli nordici prima dell’introduzione del Cristianesimo. In particolare, i doni conservano un aspetto fondamentale e universale nelle usanze natalizie: capillarmente diffusa in tutto il globo è, infatti, la mitica figura del dispensatore di regali ai bambini, che trae origine da San Nicola di Myra, vescovo di IV secolo, venerato dalla chiesa cattolica e ortodossa, variamente denominato, di cui ancora oggi i personaggi di Santa Claus e Sankt Nicolaus conservano il nome nei paesi nordeuropei.  In Germania, il sovracitato Sankt Nikolaus la notte tra il 5 e il 6 dicembre viaggia in groppa a un asino con il suo grosso sacco per depositare i regali negli stivali che i bambini hanno posto davanti alle porte delle loro case la sera precedente; San Nicola è accompagnato da Knecht Ruprecht, il suo assistente, vestito di abiti scuri, ricoperto di campane e con la barba sporca, che reca con sé un bastone o una piccola frusta per punire i bambini che si sono comportati male. In Svezia, dal 1966, ogni anno al principiare dell’Avvento è eretta una capra di paglia alta 13 metri nel centro della Piazza del Castello di Gävle. La capra è un simbolo scandinavo fin da prima della nascita delle tradizioni legate al Natale e rientra nel folklore nordico legato allo Yule, la festa pagana a cui quella cristiana del Natale si è sovrappone. Una leggenda racconta che il dio Thor viaggiasse nel cielo a bordo di un carro trainato da due capre e che ogni sera le uccidesse per mangiarle, resuscitandole poi il giorno successivo. Purtroppo, delle cinquanta versioni della capra erette fino all’anno scorso, 39 sono state bruciate illegalmente prima che arrivasse il Natale, nonostante i tentativi delle autorità cittadine di proteggerle. In Austria e nelle zone di lingua tedesca, i Krampus, caratteristici diavoletti complici di San Nicola, vagano per le vie della città e spaventano i bambini, minacciando di catturare quelli cattivi; durante la prima settimana di dicembre, molti giovani si travestono da Krampus, terrorizzando i bambini con campane e catene cigolanti. In Norvegia ha luogo una curiosa tradizione del Natale: nel giorno della vigilia, i Norvegesi sono soliti nascondere le loro scope, giacché, secondo un’antica leggenda norvegese, durante la notte di Natale escono allo scoperto anche streghe e spiriti malvagi insieme a Santa Claus, alla ricerca di scope da cavalcare; da qui deriva l’usanza di proteggerle in un posto sicuro, affinché le presenze maligne si serbino lontane dalle calde dimore della gelida Norvegia. Le tradizioni del Natale oltre l’Europa In altre aree del mondo, il Natale è celebrato mediante riti del tutto diversi da quelli specificamente europei. Nelle Filippine, il sabato prima della vigilia di Natale, nella città di San Fernando, ha luogo il Festival […]

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Culturalmente

Terme di Caracalla in 3D: i vantaggi della realtà aumentata

A partire dal 20 dicembre 2017, il percorso delle Terme di Caracalla sarà consolidato dalla disponibilità di speciali visori, che consentiranno una visione tridimensionale degli ambienti, ricostruiti nella loro architettura e decorazione originarie, al fine di fornire una vista competa del sito a 360°; tale innovativo strumento di potenziamento alla visita è stato presentato dalla Soprintendenza speciale di Roma Archeologia/Belle Arti/Paesaggio, guidata da Francesco Prosperetti ed è intitolato «Caracalla IV dimensione/ Immergetevi nelle Terme più belle del mondo». Il progetto, coordinato da Francesco Cochetti di CoopCulture con l’ideazione tecnologica di Francesco Antinucci del Consiglio Nazionale delle Ricerche, frutto di un meticoloso lavoro storico e scientifico, assorbe ricerche e scavi trentennali riguardanti il sito archeologico, promossi per iniziativa dell’attuale direttrice Marina Piranomonte. «Grazie alla tecnologia – chiarisce il soprintendente Prosperetti – dotiamo le Terme di Caracalla di un indispensabile supporto per consentire di vedere non solo gli spazi, ma anche gli strabilianti apparati e gruppi scultorei che decoravano gli ambienti antichi»: le Terme di Caracalla diventano, così, il primo grande sito archeologico italiano interamente fruibile in 3D. Le Terme di Caracalla come le vedevano i romani: indietro nel tempo con il 3D I visori tridimensionali saranno a disposizione all’ingresso a un costo di 7 euro, pari a quello delle normali audioguide; la tecnologia del visore si basa su un cellulare di ultima generazione dotato di un software innovativo, che consentirà di scegliere un punto delle dieci tappe indicate nella mappa per ritrovarsi in un vero e proprio video-intrattenimento totalizzante, sia culturale che spettacolare. «Si parte con una dotazione di 30 visori, ma l’idea – spiega Giovanna Barni, presidente di CoopCulture – è aumentarne il numero in vista dell’estate; nel tempo si potrebbero aggiungere anche game e mappe digitali». L’applicazione della realtà aumentata permetterà, dunque, un costante confronto tra la realtà contemporanea delle rovine e la ricostruzione virtuale. Enormi e spettacolari, adorate dagli antichi romani che a migliaia le affollavano ogni giorno, queste grandiose terme pubbliche furono fatte costruire dall’imperatore Caracalla sul Piccolo Aventino tra il 212 ed il 216 d.C., destinate principalmente ai residenti della I, II e XII regione augustea, ovvero l’area compresa tra il Celio, l’Aventino e il Circo Massimo. Le Terme di Caracalla nei secoli hanno rappresentato una miniera di tesori a cielo aperto: le numerose opere d’arte ivi rinvenute nel corso dei vari scavi sono, infatti, andate disperse nelle piazze e nei palazzi nobiliari di tutta Italia, soprattutto nel Rinascimento. Di queste, le tre gigantesche sculture Farnese, il Toro, la Flora e l’Ercole, unitamente alla vasca in porfido rosso del frigidarium, si trovano ora al Museo Archeologico Nazionale di Napoli; il mosaico policromo con ventotto figure di atleti, scoperto nel 1824 nell’emiciclo di una delle palestre, è ai Musei Vaticani; due grandi vasche di granito recuperate dal complesso si trovano attualmente nel cortile del Belvedere, presso i Musei Vaticani; il secondo Ercole è alla Reggia di Caserta, mentre le colonne della Biblioteca delle Terme si trovano dal XII secolo a Santa Maria in Trastevere; infine, la Colonna […]

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Culturalmente

Parco Archeologico di Baia: disvelati nuovi mosaici

Sono da poco riaffiorati nella loro unica preziosità due nuovi mosaici, svelati dallo splendido Parco Archeologico di Baia, parco sommerso meta quotidiana di appassionati di archeologia subacquea: molto presto impreziosiranno i percorsi di questa “Atlantide campana” un meraviglioso mosaico bicromo, in bianco e nero, raffigurante due guerrieri, riconducibile all’epoca della Villa a Protiro, dunque databile intorno al IV secolo d.C., e un altrettanto straordinario mosaico policromo, ancora di dubbia datazione, ma probabilmente connesso con la Villa dei Pisoni, dunque presumibilmente risalente al I secolo a.C. I due mosaici riemergono solo ora dopo essere stati celati dai sedimenti marini millenari, che hanno contribuito a preservarne intatta la condizione. Il loro ritrovamento è stato ufficializzato il 4 novembre scorso dalla soprintendente Adele Campanelli nell’ambito dell’Archeo Camp 2017, la tavola rotonda conclusiva della Settimana dell’Archeologia Subacquea nei Campi Flegrei, organizzata dal Centro Sub Campi Flegrei, con la collaborazione di PADI EMEA e DAN Europe. La singolare scoperta nel parco sommerso, presentata grazie alle foto esclusive di Pasquale Vassallo e realizzata dal nucleo subacqueo coordinato da Luciano Muratgia, ha dato modo ai sindaci di Pozzuoli, Vincenzo Figliolia, e di Bacoli, Giovanni Picone, di sottolineare le potenzialità turistiche del distretto flegreo: la realtà aumentata, attraverso l’impiego di tablet subacquei e proiezioni 3D, potrebbe dare un ulteriore impulso al sito, che già vanta una crescita annua – che si aggira tra il 20 e il 30%, stando ai dati della Soprintendenza – di turisti provenienti perfino da Giappone, Cina, Vietnam e Stati Uniti, affascinati dall’eventualità di un salto sottomarino nel tempo.  Olltre al parco sommerso: un po’ di storia del sito del Parco Archeologico di Baia Il parco sommerso, ubicato tra il litorale di Bacoli e Pozzuoli, in un’area marina declinante dalla riva fino ad una profondità di circa 15 metri, custodisce un patrimonio eccezionale ed unico al mondo, velato sotto la costa dei Campi Flegrei e conservatosi per anni a causa dello sprofondamento dell’antica fascia costiera: l’area flegrea, infatti, è interessata dal fenomeno del bradisismo, legato al vulcanismo e consistente in un periodico abbassamento o innalzamento del livello del suolo, dovuto a variazioni di volume di una camera magmatica vicina alla superficie o a variazioni di calore che influiscono sul volume dell’acqua contenuta nel sottosuolo; a causa di tale fenomeno, tutti gli edifici dell’originaria costa flegrea sono stati sommersi. Si tratta di siti di enorme importanza in epoca romana, allorquando Pozzuoli era la più celebre città commerciale, Baia la più famosa località residenziale e Miseno la sede della flotta militare; già il poeta latino Orazio così descriveva tale patrimonio: «Nessuna insenatura al mondo risplende più dell’amena Baia». I primi ritrovamenti di reperti archeologici avvennero negli anni ’20 del Novecento, quando, in occasione dell’ampliamento della banchina del porto, furono portati alla luce sculture, elementi architettonici e fistule aquarie con bolli imperiali, mentre alcune foto aeree effettuate dal pilota Raimondo Baucher evidenziarono, nello specchio antistante il lago Lucrino, l’area archeologica sommersa del Portus Iulius. Tuttavia, solo negli anni ’60 si avviò la prima campagna di rilevamento archeologico subacqueo, mentre nel […]

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Cucina & Salute

Ricette con la Zucca: l’ortaggio che colora le tavole autunnali

La zucca è indubbiamente la protagonista più colorata e versatile delle nostre tavole autunnali, nelle sue molteplici varianti, tutte in eguale misura ricche di proprietà nutrizionali particolarmente benefiche per l’organismo. Appartenente alla famiglia delle Cucurbitacee e originaria del Messico, dove sono stati ritrovati i semi più antichi, risalenti al VII sec. a.C., la zucca è stata diffusa dai coloni spagnoli in seguito alla scoperta dell’America e importata dal Nuovo Continente in Europa a partire dal 1500, insieme al pomodoro e alla patata: nel nord America, infatti, la zucca costituiva l’alimento basilare della dieta degli Indiani, dai quali, appunto, i coloni europei appresero a coltivarla. In Italia è ampiamente coltivata e consumata, costituendo l’ingrediente base di svariati piatti; essa è, inoltre, impiegata non solo in cucina, ma anche in medicina e in cosmesi, ad esempio nella preparazione di maschere e creme fai da te, emollienti per il corpo e fortificanti per capelli ed unghie fragili. Si tratta di un ortaggio molto ricco di varietà, per forma e colore: le specie più note sono la cucurbita maxima, molto voluminosa, farinosa e dolciastra, e la cucurbita moschata, dalla forma allungata, di medie dimensioni e dalla polpa più tenera. La zucca cruda si conserva nello scomparto delle verdure del frigo, coperta dalla carta trasparente, ma con l’accortezza di consumarla entro pochi giorni; se invece si preferisce congelarla, occorrerà raschiare la buccia, sminuzzare la polpa a dadini e sbollentarla. Le sue virtù sono molteplici, nondimeno ogni ricetta risulterà non solo salutare, ma anche invitante: gli ottimi valori nutrizionali unitamente alle cospicue proprietà benefiche per il corpo e la sua salute, rendono, infatti, la zucca un ortaggio eccellente, da consumare con frequenza nella stagione autunnale. Grazie al bassissimo contenuto sia glucidico che lipidico, alle notevoli percentuali di fibre, vitamine B e C, di sali minerali, soprattutto calcio, fosforo, potassio, zinco, selenio e magnesio, e all’ingente contenuto d’acqua, di cui è composta per circa il 90%, la zucca si presta validamente al consumo nelle diete ipocaloriche e in quelle dei pazienti diabetici: 100 grammi di zucca, infatti, apportano sole 26 kcal. La polpa risulta un vero scrigno di mucillagini, pectine e preziosi carotenoidi, noti per le loro eccellenti doti antiossidanti, in grado di contrastare l’insorgenza dei radicali liberi e conseguentemente prevenire lo sviluppo delle patologie cardiovascolari; la folta presenza di grassi buoni Omega-3 la rendono un’alleata ideale per la riduzione di colesterolo e trigliceridi ematici e per l’abbassamento della pressione sanguigna. L’elevato contenuto di fibre e acqua favorisce il corretto funzionamento del transito intestinale, contribuisce a ridurre l’assorbimento degli zuccheri nel sangue, agevola la diuresi e risulta particolarmente valido nel contrastare la ritenzione di liquidi e tossine trattenuti dall’organismo; la presenza di magnesio e triptofano, un amminoacido coinvolto nella produzione della serotonina, facilita il rilassamento muscolare e apporta benefici umorali. I semi, inoltre, risultano ricchi di fitosteroli, olii grassi, melene e fitolecitina; essi, inoltre, grazie alla presenza di cucurbitina, hanno una funzione terapeutica contro la tenia echinococco, meglio conosciuta come “verme solitario”, favorendone il distacco dalla parete […]

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Culturalmente

Salvator Mundi: cifra da record per il discutissimo dipinto

Recentemente il dipinto pseudo-davinciano Salvator Mundi è stato venduto all’asta per l’esorbitante cifra di 450 milioni di dollari – equivalente di circa 381 milioni di euro – aggiudicandosi, in tal modo, il primato di opera d’arte più costosa della storia del mercato dell’arte, dopo aver spodestato i 300 milioni di dollari pagati per Interchange di Willem De Kooning, venduto nel 2015. Preceduta da una poderosa campagna pubblicitaria, che ha condotto il quadro in numerose esposizioni in giro per il mondo, l’asta del 15 novembre 2017 è stata avvincente e senza precedenti: organizzata a New York da Christie’s, una delle più grandi case d’asta del mondo, ha sorpreso anche i più esperti per le cifre che ha raggiunto. Nella dorata sala d’aste nel cuore di una Big Apple in tilt e munita di incredibili misure di sicurezza, alla presenza di svariati vip prenotati per assistere e partecipare alla storica aggiudicazione, al lotto numero 9 si è svolta una gara estenuante tra diversi offerenti, durata circa 19 minuti: dai 75 milioni di dollari di partenza, le offerte si sono avvicendate senza tregua, con rilanci di diverse decine di milioni di dollari. Come ha dichiarato il New York Times, il martelletto definitivo è stato battuto sull’offerta vincente giunta da Alex Rotter, un dirigente di Christie’s, rappresentante di un compratore il cui nome non è stato rivelato. La storia travagliata del Salvator Mundi  Il Salvator Mundi ha una vicenda complessa, che si intreccia con quella delle sue numerose copie: innanzitutto, si tratta di un dipinto a olio su tavola di 66×46 cm, raffigurante frontalmente e a mezza figura Gesù Cristo, come tipico dell’iconografia – si pensi all’omonimo dipinto di Antonello da Messina – con la mano destra benedicente e la sinistra reggente un globo, simbolo del suo potere universale. Lo stato di conservazione e la superficie pittorica non permettono una perfetta lettura del dipinto, sebbene la raffinatezza esecutiva tradisca la mano di un pittore sapiente. Postulando una paternità davinciana, è plausibile che Leonardo abbia realizzato l’opera per un committente privato a Milano, poco prima di abbandonare la città, nel 1499, per la caduta degli Sforza; del quadro restano alcuni studi, i più noti dei quali sono i due disegni di drappeggi conservati nella Royal Collection presso il Windsor Castle. Persesi le tracce del dipinto, la sua memoria rimase affidata all’incisione eseguita nel 1650 da Wenceslaus Hollar. Se ne persero poi le tracce dal 1763 al 1900, quando fu acquistato da Sir Charles Robinson come opera di Bernardino Luini, seguace di Leonardo. Il quadro ricomparve in una piccola vendita all’asta nel 1958, dove fu acquistato per 45 sterline; in seguito scomparve nuovamente per 50 anni, fino al 2005, quando riaffiorò sul mercato. Il dipinto nel 2011 è stato autenticato da alcuni tra i suoi maggiori studiosi, in occasione della mostra svoltasi presso la National Gallery di Londra, intitolata “Leonardo da Vinci: Painter at the Court of Milan”; nel catalogo della mostra inglese, Luca Syson, curatore dell’esposizione, aveva ipotizzato che Leonardo avesse realizzato il dipinto per la famiglia reale […]

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Culturalmente

Qalatga Darband: riemerge in Iraq un forte macedone

È stata recentemente riportato alla luce nel nord dell’attuale Iraq, da una squadra di archeologi del British Museum, il sito di Qalatga Darband, avamposto macedone presumibilmente fondato nel 331 a.C., nel periodo ellenistico, dall’immenso condottiero Alessandro Magno. Perse le tracce di tale “città perduta”, la relativa pace stabilitasi nella regione dopo circa un trentennio di episodi bellici, unitamente alla recentissima tecnica dei droni che ha consentito di scattare fotografie in grado di penetrare nel sottosuolo, hanno permesso di far riemergere in tutto il suo splendore questa città-fortezza munita di templi e vigneti. Affacciata sulle rive del lago artificiale Dokan, nella provincia di Sulaimaniya nel Kurdistan iracheno, doveva trattarsi, stando alle fonti, di un centro vinicolo piuttosto noto e di gran reputazione, base di appoggio per i soldati e i mercanti in transito tra Iraq e Iran. La città di Qalatga Darband era già stata individuata negli anni ’90 Si tratta di un sito individuato già nel 1996 attraverso la declassificazione di immagini aeree acquisite da satelliti sovietici, per ovvi scopi militari, durante la Guerra Fredda; tuttavia, la situazione politico-militare dell’area, all’epoca dominata dalla dittatura del leader iracheno Saddam Hussein, non avrebbe in alcun modo consentito di preporre interessi culturali e archeologici allo stato di guerra perdurante, prolungatosi fino all’invasione degli Stati Uniti nel 2003 e alle successive e disastrose scorrerie dell’Isis. Grazie alla finestra di relativa quiete nell’area, così martoriata dai conflitti precedenti, gli studiosi londinesi hanno messo a frutto un copioso finanziamento volto al recupero dei millenari tesori iracheni minacciati dagli eventi bellici e dall’avvento dell’Isis; dunque, servendosi di tecniche all’avanguardia basate sull’impiego di droni e dopo aver individuato il perimetro della città sepolta sotto secoli di detriti, hanno identificato con cura il luogo esatto di escavazione e iniziato un programma di estrazione e protezione dei beni archeologici del luogo, coadiuvati da archeologi iracheni. Le fotografie aeree dei droni sono risultate decisive nel disvelamento del sito «La nuova tecnica messa a punto dagli studiosi britannici, non ancora impiegata in ambito archeologico, si fonda sull’analisi dei segni dei raccolti agricoli» spiega il professor John McGinnis, direttore dell’Iraq Emergency Heritage Programme, al Times di Londra. «Nei punti in cui ci sono mura sotterranee, il grano non cresce bene come altrove, per cui si notano diversità di colori nelle coltivazioni». Identificato il sito di Qalatga Darband – il cui nome in curdo significa “castello del valico montano” – da un iniziale edificio rettangolare riemerso, sono stati via via rinvenuti vari reperti di notevole interesse: due statue, una di una figura femminile identificata con Persefone, divinità legata ai cicli dell’agricoltura e all’alternarsi delle stagioni, l’altra di un nudo maschile, in cui parrebbe individuarsi Adone, figura connessa alla rinascita, alla fioritura e alla fertilità. È stato poi possibile tracciare una sorta di mappa della città, attraverso il rinvenimento di ulteriori reperti e seguendo il perimetro di abitazioni, empori, monumenti e complessi presumibilmente adibiti alla lavorazione di olio e vino. «Pensiamo che fosse una cittadina con una vigorosa attività economica sulla strada fra Iraq e Iran», aggiunge il […]

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Culturalmente

Monna Lisa e il mistero della versione senza veli al Musée Condé

Presso il Musée Condé nel castello francese di Chantilly, è custodita una versione senza veli del celebre ritratto di Monna Lisa, di Leonardo Da Vinci. Si tratta di un disegno a carboncino con pigmenti bianchi su un doppio foglio di 72 centimetri, senza firma, raffigurante un nudo femminile impressionantemente rassomigliante alla Gioconda, parte della collezione privata di Henri d’Orléans, duca d’Aumale, donata dell’artista al Musée Condé di Chantilly nel 1897. L’opera è stata recentemente trasferita nei laboratori del Centre de Recherche et de Restauration des Musées de France, nel Museo del Louvre, dove i ricercatori, mediante la riflettografia, i raggi infrarossi, la luce rasente, la radiografia e la fluorescenza ai raggi X, stanno effettuando una minuziosa indagine iconografica per valutare se la mano che l’ha ritratta sia la stessa del quadro più famoso del mondo. Benché i risultati non siano ancora stati ufficializzati, alcune indiscrezioni diffuse da “Le Figaro” avrebbero dichiarato che la rilevazione di una serie di dettagli confermerebbe il coinvolgimento dello stesso Leonardo nella sua esecuzione, o almeno la sua bottega. Stando sempre alle tesi del quotidiano francese, le prime verifiche effettuate con il radiocarbonio avrebbero assicurato la datazione dell’opera fra il 1485 e il 1638: un lasso di tempo ancora troppo vasto per valutare se la tela, conosciuta come Monna Vanna, sia posteriore o anteriore alla celebre Gioconda dipinta tra il 1503 e il 1506, e se possa perfino essere considerata una bozza preparatoria della celebre opera eseguita dal genio del Rinascimento, di cui ha più o meno le stesse dimensioni (72 centimetri per 54). I ricercatori del Louvre concordano con la realizzazione del disegno di Chantilly nella bottega di Leonardo, ma senza ancora sbilanciarsi sulla presenza o meno della mano del genio toscano nel ritratto. Le varie riproduzioni della Monna Lisa e le indagini sul disegno rinvenuto al Musée Condé Effettivamente esistono, nel mondo, oltre venti riproduzioni successive della Monna Lisa, tra le quali la più nota è stata realizzata da un allievo di Leonardo, Gian Giacomo Caprotti, denominato il Salai che, secondo alcuni critici, sarebbe stato l’amante del proprio maestro e avrebbe ispirato il celebre sorriso del dipinto. Si aggiungano poi la cosiddetta Gioconda svizzera e la Gioconda di San Pietroburgo, raffiguranti una Monna Lisa più giovane e con due colonne ai lati: da un’osservazione degli elementi strutturali, i due dipinti della Gioconda giovane parrebbero anch’essi di un pittore leonardesco della medesima bottega, anche se la vicinanza al maestro pare notevole. L’opera rappresenta tradizionalmente Lisa Gherardini, ovvero “Monna” Lisa, moglie di Francesco Del Giocondo, benché tale apparentemente facile identificazione sia stata in realtà molto dibattuta dalla storiografia artistica. Il dipinto seguì Leonardo fino alla sua morte in Francia e fu ritoccato per molti anni dall’artista. Altre identificazioni proposte, nel tempo, sono state Caterina Sforza, la sorellastra Binaca, la madre stessa di Leonardo, Isabella D’Aragona. Fu Leonardo stesso a portare con sé in Francia, nel 1516, la Gioconda, che potrebbe essere stata poi acquistata, insieme ad altre opere, da Francesco I; successivamente, Luigi XIV fece condurre il dipinto a Versailles, ma la la Rivoluzione francese […]

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Culturalmente

Grekopedìa: arriva l’app a tutela del grecanico

Il Parco Culturale della Calabria Greca, nell’ambito del piano di sviluppo locale Nèo Avlàci e in sinergia con il gruppo di azione locale Area Grecanica, ha recentemente lanciato sugli store Android e iOS l’app Grekopedìa, un progetto di Civic Digital Library, volto alla promozione e alla salvaguardia del greco di Calabria. L’applicazione permette di ricercare documenti di testo, file di immagine, audio e video, di visionare il programma degli eventi culturali della Calabria Greca e di consultare il Dizionario Online Italiano/Greko e Greko/Italiano, un utile strumento ai fini dell’apprendimento e dell’uso del grecanico. La comunità grecanica calabrese, infatti, è riconosciuta come una delle dodici minoranze linguistiche d’Italia, definita storica e tutelata dall’art. 2 della legge 482/1999 e, insieme all’arbëreshë e all’occitana, è una delle tre minoranze storico linguistiche Calabresi. Grekopedìa: un viaggio nel tempo alla scoperta delle radici elleniche  Le radici greche in Calabria sono molto remote: l’influenza ellenica ha il via con la colonizzazione della Magna Grecia, a partire dall’VIII secolo a.C., per connotarsi fortemente nel periodo bizantino ed ufficializzarsi definitivamente con il Ducato di Calabria nel X secolo. Risale a quest’epoca la costruzione di numerosi monasteri in luoghi spesso isolati e inaccessibili; tipica dell’epoca era, inoltre, la tendenza allo spopolamento degli insediamenti costieri verso la montagna, con il conseguente sorgere di borghi arroccati tra le valli dell’Aspromonte; la principale fonte di ricchezza era la coltura del gelso, smerciata soprattutto nella Sicilia Araba. Nell’XI secolo i Normanni avviarono la graduale conquista dei Themi Bizantini, fino alla definitiva conclusione del dominio bizantino del Sud d’Italia nel 1071. Per tutte queste vicissitudini, l’area grecanica presenta un contesto socio-culturale unico nel panorama antropologico del mediterraneo, giacché la grecizzazione e la presenza bizantina hanno lasciato un segno ancora tangibile nelle caratteristiche del territorio: la principale peculiarità sta nell’aver custodito, nell’isolamento delle montagne, ciò che per secoli è stato patrimonio comune di gran parte della regione e del Sud Italia, salvaguardando tuttora la testimonianza di un microcosmo culturale essenzialmente ellenofono. Tuttavia, benché il processo di latinizzazione culturale e linguistico abbia sempre trovato in quest’area una forte resistenza, la cultura greca finì con il connotarsi lentamente come subalterna.  Le comunità locali si conservarono ellenofone fino al XV secolo, ma i successivi avvenimenti storico-sociali accentuarono la marginalità di quest’area e, con l’Unità nazionale, la lingua entrò in crisi, limitando la Calabria ellenofona all’attuale area grecanica; nei secoli XIX e XX si aggiunsero la massiccia emigrazione e il progressivo spopolamento delle aree interne.  La riscoperta del grecanico e il lancio di Grekopedìa per la tutela del patrimonio linguistico  L’interesse di storici e filologi sulla lingua e sulla letteratura dialettale della prima metà del ‘900 incentivarono la riscoperta del patrimonio etno-antropologico e linguistico delle comunità greche di Calabria. Tuttavia, tale patrimonio linguistico rischia di offuscarsi tra le generazioni più giovani: pertanto, al fine di fornire uno strumento agile e di facile consultazione per agevolare l’apprendimento e l’uso della lingua, è nata l’idea di creare l’applicazione per smartphone Grekopedìa e un dizionario online in Greco di Calabria, sfruttando a tal proposito i […]

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Napoli & Dintorni

Emporio solidale: quando la valuta è il volontariato

Si chiama “Arca, Emporio della Solidarietà”, e non è soltanto un supermercato: al confine tra i comuni di Monte di Procida e Bacoli, infatti, è stato recentemente realizzato un lodevole e ambizioso progetto, volutamente ideato per rispondere alle esigenze di coloro che abbiano difficoltà a “passare alla cassa”, per pagare l’indispensabile spesa familiare. Si tratta di un supermercato sociale, unico in Campania, nato dalla collaborazione fra l’associazione flegrea «La Casetta Onlus» e la «Fondazione Progetto Arca Onlus» di Milano, allo scopo di supportare le famiglie indigenti dell’area flegrea, superando la logica dell’assistenzialismo: giacché l’organizzazione dell’emporio incoraggia chi si trovi in situazioni di difficoltà ad uscire dall’isolamento, a porsi in gioco e a creare relazioni nuove, mettendo a frutto  le competenze e appagando l’individuo, il quale sente di poter donare in cambio le proprie capacità. Il progetto del social market “Arca” si inserisce nel complesso discorso sulla povertà, offrendo un servizio di supporto ai più bisognosi: secondo i recenti dati Istat, infatti, sarebbero 4,6 milioni le persone povere in Italia, mentre secondo il “VII Atlante dell’infanzia a rischio” presentato da Save The Children, i bambini di quattro famiglie povere su dieci si trovano in condizioni precarie, soprattutto nel Sud d’Italia. Cosi si esprime in merito Anna Gilda Gallo, presidente della Onlus flegrea: «In Italia 1 milione e 582.000 a famiglie vivono in povertà assoluta; non si tratta di un disagio economico, ma della forma più grave di indigenza, quella di chi non riesce ad accedere a quei beni e servizi necessari per una vita dignitosa. Ancora una volta è il Mezzogiorno a vivere la situazione più difficile, dove si concentra il 45,3% dei poveri di tutta la nazione». L’emporio solidale intende, appunto, essere presente per aiutare le famiglie in difficoltà, che hanno  il diritto di riprendersi e ricominciare a vivere, non soddisfacendo meramente i bisogni materiali, benché primari, attraverso l’esclusiva fornitura di beni alimentari, ma superando l’idea stessa di assistenza, costruendo un futuro di integrazione sociale per tutti, nell’ossequioso rispetto della dignità individuale. Struttura e funzioni dell’Emporio solidale  Dal punto di vista sociale, l’iniziativa permette alle famiglie di non gravare sulle comunità con l’ausilio di fondi pubblici: il progetto, infatti, è stato finanziato dai contributi privati della Fondazione e dalla “Casetta”. Progressivamente si sono associati vari piccoli imprenditori, che hanno “adottato” uno scaffale da arricchire mensilmente con i prodotti di base: così, anche grazie alla generosità di tanti sostenitori, l’Emporio della ​ Solidarietà offre un paniere di circa una dozzina di prodotti fissi e sempre disponibili, prodotti essenziali come pasta, riso, olio, latte, tuttavia l’auspicio è di poter ampliare l’offerta, dilatando sempre più la rete solidale con i commercianti del territorio.  Parteciperanno al progetto quaranta famiglie, venti residenti nel Comune di Bacoli e venti nel Comune di Monte di Procida, selezionate appositamente dai Servizi Sociali dei due Comuni flegrei, con i quali è stato siglato uno specifico protocollo d’intesa. I clienti riceveranno una tessera a punti, che impiegheranno per effettuare la propria spesa; una volta esauriti i punti a disposizione, i beneficiari potranno ricaricare […]

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Notizie curiose

Pezzeculiar: l’Italia promuove la sostenibilità ad Haiti

  Pezzeculiar è una singolare Start-up, divenuta da poco vero e proprio marchio di abbigliamento, ideata dalla giovane italiana Valentina Sardella, originaria di Orta Nova, che sta letteralmente sconvolgendo i pregiudizi riguardanti l’uso di materiali riciclati, celebrando il connubio tra capi usati e tailleur: sì, perché la prima innovazione del progetto, in piena adesione ai concetti di commercio equosolidale ed ecosostenibile, sta proprio nella tipologia di capi, nati dalle sapienti mani di giovani artigiane locali, a partire da abiti usati o dismessi, convertiti in disegni accattivanti, consegnati a nuova vita e reintrodotti sul mercato, con impatto ambientale minimo e risultati originali; inoltre, a rendere questa avventura ancora più speciale, sta l’idea di realizzarla a Petionville, quartiere di Port au Prince, capitale di Haiti, il piccolo paese caraibico che, dopo il terribile terremoto del 2010 e la conseguente epidemia di colera, prova ora a ricostruire un nuovo futuro nuovo, tra mille problemi, follie e speranze, vissute quotidianamente dalla popolazione locale. Come nasce il progetto e marchio “Pezzeculiar” Valentina ha iniziato a considerare il concetto nel novembre del 2016, benché non rientrasse nel campo della sua formazione professionale: laureata in Scienze Politiche all’Università “L’Orientale” di Napoli, ha svolto diverse esperienze con agenzie di sviluppo nell’ambito della cooperazione internazionale, lavorando dapprima per una ONG in Niger, poi per l’Unione Europea nel settore migrazione, occupandosi di produrre opportunità di lavoro per i migranti; tuttavia, frustrata dal lavoro d’ufficio che la allontanava dalla realtà concreta della popolazione locale e avvertendo i limiti dell’istituzione comunitaria, burocratizzata e legata a eccessive normative, ha deciso di voltare pagina, alla ricerca di un progetto maggiormente tangibile, ecologico e creativo, sviluppando un’idea slegata da qualsiasi pantano burocratico, che arrivasse in modo diretto al beneficiario. Così, trovandosi casualmente ad affrontare la problematica dell’enorme quantità di rifiuti prodotta dal mercato della moda, e riflettendo su tali negativi risvolti capitalistici percepibili anche ad Haiti – dove oggi vive con il compagno e i suoi due figli, in una realtà caratterizzata da vere e proprie catene di schiavitù basate sullo sfruttamento disumano della manodopera a basso costo -, è stata come “folgorata” dall’idea di lavorare con i vestiti di seconda mano, trattandosi di una materia prima estremamente accessibile: «Penso che sia stata l’incredibile energia creatrice e artistica che trabocca da questo paese a contagiarmi. Ho sempre adorato gli abiti, anche se non sono una che spende tanti soldi per questo», ha dichiarato Valentina alla rivista francese Challenges, alla quale riferisce anche il senso della misura e il buon occhio per i prodotti sartoriali, che le sono stati trasmessi dalla nonna. È proprio a Haiti che nasce la collaborazione con l’Acadèmie “Verona”, da anni in crisi a causa del massiccio calo di iscrizioni e della crisi economica. Così Valentina spiega al portale d’informazione Il Megafono: “Investendo una somma di denaro, ho assunto due sarte diplomate in questa scuola, affinché mi aiutassero a concretizzare la mia idea. La boutique e il laboratorio di produzione sono proprio all’interno di questa sede, in modo da creare una dinamica di […]

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Attualità

Mummie animali “a tu per tu” al Museo Egizio di Torino

Un team di ricercatori e restauratori del Museo Egizio di Torino, insieme con la Soprintendenza, ha avviato uno studio approfondito sulle 120 mummie di animali conservate nella celebre collezione, fiore all’occhiello della città. Tale lavoro è stato recentemente svelato agli occhi curiosi dei visitatori, essendo trasferito e reso fruibile all’interno della Sala 10, alla quale si accede percorrendo la galleria dei sarcofagi: uno spazio che normalmente ospita i reperti della regina Nefertari, in questo momento esposti all’Ermitage di San Pietroburgo nell’ambito della mostra “Nefertari e la Valle delle Regine”. Come spiega Marco Rossani, collection manager del Museo, «si è deciso di approfittare di quella sala temporaneamente vuota per mostrare ai visitatori il restauro delle mummie animali; pensiamo possa essere un modo per far capire che il Museo è una realtà viva, dinamica, in continuo movimento e trasformazione».  Il progetto sulle mummie animali, realizzato in collaborazione con l’Eurac di Bolzano e il Gruppo Horus Usa, ha avuto inizio nel 2015, quando tali reperti organici sono stati inventariati e sottoposti all’esame della Tac nonché a svariate analisi, quali radiografie e analisi al carbonio 14, finalizzate ad individuare la razza e l’età degli animali, la composizione delle resine e dei pigmenti, le tecniche di imbalsamazione e la disposizione delle bende. I risultati saranno pubblicati a cura dell’archeologa ed egittologa pakistana Salima Ikram, che collabora allo studio torinese e che è co-direttrice dell’Animal Mummy project al Museo Egizio del Cairo. Gli elementi chimici rilevati nei campioni di tessuto delle mummie animali hanno rivelato la presenza di grassi animali, oli, cera d’api, gomma di zucchero, bitume, e resine di pino, materiali di imbalsamazione usati per gli umani, il che denota la medesima sofisticazione e riverenza delle mummie umane per le mummie animali. La scoperta delle mummie animali nei siti egizi  Nel 1888, scavando nella sabbia vicino al villaggio di Istabl Antar, un contadino egiziano scoprì per caso una grande fossa comune, non contenente resti umani, bensì un numero strabiliante di corpi di felini, mummificati e sepolti da migliaia di anni; era l’epoca in cui le spedizioni archeologiche, in una sorta di “caccia al trofeo”, dragavano il deserto alla ricerca di monili provenienti da tombe regali, con cui poter abbellire ville e musei in Occidente. I migliaia reperti di animali mummificati scoperti nei siti sacri di tutto l’Egitto, dunque, erano ritenuti semplici scarti, d’importanza irrisoria. Oggi, tuttavia, gli addetti agli scavi si rendono conto di quanto essi che essi costituiscano un’espressione della vita quotidiana degli antichi Egizi; grazie al contributo della già citata Salima Ikram, egittologa specialista di archeologia zoologica, è stato avanzato un nuovo filone di ricerca a partire dalla collezione di mummie animali, che stava languendo nel Museo Egizio cairota, il quale rappresenta una sorta di ponte tra l’umanità odierna e quella antica: «Chi guarda questi animali può pensare: “però, il Faraone aveva un animale domestico come ce l’ho io”, e da figure lontane 5.000 anni e più, gli antichi Egizi diventano persone in carne e ossa». Alcuni di questi animali dovevano tenere compagnia al defunto […]

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Cucina & Salute

Cheesecake estiva: una variante sana e leggera

Il cheesecake, il “dolce al formaggio”, è un dessert conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, degustato in una miriade di varianti sia nella forma cotta che fredda. Nella sua versione più nota, ovvero la “New York cheesecake”, è composto da una base di pasta biscotto sulla quale è adagiato uno spesso strato di crema al formaggio fresco, lavorato con le uova, lo zucchero e la panna. Tuttavia tale ascendenza statunitense, avendo diffuso la convinzione che si tratti di una preparazione originaria della Grande Mela, ha velato in realtà un’origine ben più antica. Le origini del cheesecake Benché nella ricetta attuale il cheesecake sia un dolce relativamente recente, pare che la prima torta a base di formaggio di pecora e miele di cui abbiamo memoria fosse servita già nel 776 a.C. agli atleti Greci durante i primi giochi olimpici come corroborante, essendo considerata un alimento altamente energetico – secondo quanto ci tramanda Callimaco, che narra di una tale, Egimio, dilettatosi nella stesura di un testo integralmente dedicato alla preparazione di torte al formaggio. Dai Greci il cheesecake dovette passare ai conquistatori Romani: Catone Il Censore infatti nel suo De agri cultura riporta la ricetta del libum, un dolce a base di formaggio che potrebbe considerarsi un antenato del cheesecake: «Farai così il libum. Sciogli bene in un mortaio due libbre di formaggio. Quando lo avrai reso del tutto liscio, impasta bene col formaggio una libbra di farina o, se lo vuoi più leggero, mezza libbra. Aggiungi un uovo e di nuovo impasta tutto attentamente. Forma la pagnotta, ponila sopra un letto di foglie e falla cuocere lentamente in un forno caldo». Dai Romani il dolce seguì le legioni, espandendosi per le province dell’Impero. È presumibile che il suo trasferimento oltreoceano sia stato agevolato dalla traversata degli immigrati verso il Nuovo Continente; qui, sul finire dell’Ottocento, l’imprenditore americano James Lewis Kraft nel tentativo di ricreare un formaggio francese, il Neufchatel, particolarmente adatto alla preparazione del cheesecake, ideò un formaggio fresco pastorizzato che chiamò Philadelphia. Solo nel XVIII secolo il cheesecake iniziò a poco a poco ad assestarsi nella forma contemporanea diffusa in tutto il mondo, adottato come torta simbolo dei parlanti in Esperanto, “lingua dell’umanità”, nata allo scopo di far dialogare i diversi popoli, creando tra di essi comprensione e pace. Tuttavia, se è vero che al tempo di Greci e Romani il cheesecake era già gustato, come è possibile che non sia rimasta traccia nei territori in cui essi vivevano? In effetti basta riflettere su alcuni dei dolci tipici e più amati della cucina del nostro Paese per accorgerci che il dolce al formaggio fa ampiamente parte anche della nostra tradizione: infatti, che cos’è la deliziosa pastiera napoletana se non un’ottima torta a base di ricotta? E che dire della cassata siciliana, la torta alla robiola, la torta laurina tipica del Lazio e lo sfogghiu, tipico del palermitano? Insomma a ciascuno il suo cheesecake: ve ne proponiamo dunque una duplice versione, dolce e salata, nonché sana e leggera, ideale per deliziare queste torride giornate agostane.  Cheesecake estiva al cocco, […]

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Attualità

Estinzione globale: sull’orlo della sesta

Le prime stime della “Sesta estinzione globale”, come è stata definita dal recente contributo “Proceedings of the National Academy of Sciences” firmato da Gerardo Ceballos della Universidad Nacional Autonoma de Mexico, da Paul Ehrlich e Rodolfo Dirzo della Stanford University, pubblicato sulla rivista scientifica Science Advances, registrano uno spopolamento spropositato di molte specie animali, in alcuni casi del tutto scomparse da alcune aree geografiche. Dopo le “Big Five”  registratesi nel lontano passato geologico, ovvero le grandi ecatombi causate da super eruzioni vulcaniche, oscillazioni climatiche, cambiamenti nella composizione dell’atmosfera e impatti di asteroidi sulla terra, la biosfera sta ora attraversando, ad un ritmo allarmante, un’ennesima catastrofe su scala globale, considerando i ritmi vertiginosi dell’estinzione delle specie indotti dalle attività umane negli ultimi secoli. La vera differenza è che stavolta è tutta colpa nostra: tra le cause principali vi sono, infatti, la perdita di habitat, la scarsità di prede e il conflitto diretto con gli esseri umani. L’agghiacciante termine tecnico coniato da Rodolfo Dirzo per descrivere il fenomeno del depauperamento progressivo di vertebrati è «defaunizzazione dell’Antropocene»: stiamo defaunando il pianeta. Adeguando al gergo scientifico la definizione informale, proposto da Paul Crutzen nel 2002, di “Antropocene”, l’epoca geologica attuale è stata correlata ad una specie esclusiva, l’Homo sapiens, in grado in un pugno di secoli di alterare la composizione gassosa dell’atmosfera e trasformare la superficie del pianeta, producendo un vero e proprio «annichilimento biologico». Estinzione dei vertebrati e perdita della biodiversità Per capire meglio a che punto siamo nel nostro processo di autodistruzione, i ricercatori hanno analizzato la distribuzione geografica di 27.600 specie di vertebrati e, utilizzando la riduzione dei luoghi in cui essi si distribuiscono, hanno concluso che più del 30% dei vertebrati è in declino, sia in termini di dimensioni che di distribuzione geografica; inoltre, tutti hanno perso almeno il 30% delle proprie aree di residenza e oltre il 40% ne ha abbandonato più dell’80%. A soffrirne di più sono le zone tropicali del globo, dove la fauna ha lasciato ampi spazi liberi; oltre agli ecosistemi rimasti isolati a lungo, molto vulnerabili sono anche le specie con un areale di diffusione ristretto, che vivono in un solo luogo al mondo; tra le specie maggiormente coinvolte vi sono il ghepardo, l’elefante e il leone africano, il rinoceronte nero e l’orangotango, sia del Borneo che del Sumatra. Si tratta, secondo gli autori, di una «massiccia erosione della più grande biodiversità mai esistita sulla Terra». La variabilità genetica delle popolazioni e delle specie è il motore dell’evoluzione, un’assicurazione gratuita contro le malattie e gli attacchi da agenti patogeni: nell’Antropocene si sta perdendo la diversità genetica. La perdita di biodiversità si proietta inscindibilmente sugli ecosistemi, che stanno diventando sempre meno efficienti nell’assicurare servizi, come la depurazione delle acque, il ciclo dei nutrienti, la manutenzione del terreno, l’impollinazione dei fiori da parte delle api e il controllo delle specie infestanti. «L’enorme declino di popolazioni e di specie riflette la nostra mancanza di empatia verso tutti gli animali selvatici, che sono stati nostri compagni fin dalle origini dell’umanità», ha concluso Ceballos. […]

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Attualità

Vindolanda e le sue tavolette: nuove scoperte nel forte romano in Britannia

È di poche settimane fa la scoperta di ulteriori venticinque tavolette in legno provenienti dal forte romano di Vindolanda, in Northumbria, nel Nord dell’Inghilterra. Le nuove scoperte vanno ad aggiungersi ai già noti ritrovamenti avvenuti a partire dal 1973, i più copiosi dei quali si datano al 1992 grazie all’attività di Robin Birley, archeologo e direttore degli scavi; il figlio Andrew, seguendo le orme del padre, ha sempre sperato che ancora vi si celasse qualche reperto maggiormente sorprendente e, sotto la sua direzione, il suo team ha recuperato le nuove tavolette, pronte per essere decifrate grazie alle moderne tecnologie: un ritrovamento «che aspettavo da una vita» dichiara Birley, dopo aver brindato con i suoi collaboratori. Proprio come i precedenti, i documenti in legno contengono singolari quadretti della vita militare del I secolo d.C. Un po’ di archeostoria del forte e delle tavolette di Vindolanda Le tavolette di Vindolanda, i più antichi documenti scritti a mano tra quelli rinvenuti al di là della Manica, sono senza dubbio tra i reperti di maggiore fascino conservati nella sezione del British Museum di Londra dedicata alla dominazione romana in Gran Bretagna. Vindolanda fu un forte Romano in Britannia, costruito in legno prima del 90 d.C., a sud della linea del Vallo di Adriano, che segnava il confine tra la provincia romana della Britannia e la tremebonda Caledonia, corrispondente all’odierna Scozia. Nel periodo intercorso tra la ritirata delle truppe romane dalla Scozia e la costruzione del Vallo, Vindolanda fu un sito strategico della frontiera romana proprio per la posizione tra i due punti chiave di Solway e Tyne, oggi Stanegate. Le scoperte archeologiche sono straordinarie, perché ci restituiscono uno spaccato di vita militare assolutamente unico e decisamente privato, costituito dalla corrispondenza dei soldati al fronte con i propri cari, su sottili tavolette in legno, appositamente preparate per lo scopo scrittorio. Al momento, solo l’8% del sito è stato indagato, ma sono già venuti alla luce oltre mille testi relativi al periodo di occupazione del forte tra il 90 e il 120 d.C. Le preziose tavolette, circa un centinaio, sono sottilissimi frammenti, derivati dal legno di betulla, ontano e quercia, che ci offrono una chiara visione di quella che era la vita delle legioni romane nelle province a nord dell’Impero e del grado di istruzione dei soldati di stanza in tale presidio. I testi ritrovati variano dalla corrispondenza pubblica e privata dell’esercito, ai rapporti giornalieri degli ufficiali al prefetto; vi è perfino un pridianum, ovvero un rapporto ufficiale della cohors I Tungrorum, contenente elenchi di provviste varie consegnate ai diversi membri della guarnigione. Questo corpus di documenti, ad oggi il più antico archivio di lettere della Gran Bretagna, ci illumina, pertanto, sulla vita nel limes dell’Impero e sulla tipologia di linguaggio dell’esercito romano sul finire del I secolo d.C.: un esempio eloquente in tal senso è rappresentato dalla tavoletta N. 291, contenente un invito alla sua festa di compleanno da parte di Claudia Severa, moglie di uno dei comandanti, destinato all’amica Sulpicia Lepidina; le tavolette, inoltre, sono scritte prevalentemente in […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Festival Irlandese in sosta alla Mostra d’Oltremare di Napoli

Nell’ambito del progetto Napoli Incontra il Mondo, un viaggio itinerante tra cultura, arte, folklore, musica, sapori ed eccellenze di alcuni dei paesi più affascinanti al mondo, anche quest’anno il Festival Irlandese farà tappa alla Mostra d’Oltremare, proiettando un angolo di Irlanda all’interno del suggestivo contesto partenopeo. Per sei giorni, nell’arco di due weekend – dal 30 Giugno al 2 Luglio e dal 7 al 9 Luglio 2017 – sosterà un singolare padiglione interamente dedicato al Festival Irlandese: un percorso tra le tradizioni ed il folklore dell’Isola verde, che consentirà di conoscere la sua storia ma anche la quotidianità presente ed antica del suo popolo; un momento imperdibile per calarsi letteralmente nella singolare cultura celtica, all’insegna della cordialità tipica della popolazione irlandese, che ben si sposa con la spontaneità e calorosità dei napoletani. Gli eventi in programma del Festival Irlandese di Napoli Il programma della manifestazione punterà sulla suggestività di aree tematiche ed eventi variegati: una scuola di ballo sarà a disposizione di chiunque voglia cimentarsi nelle tradizionali danze irlandesi cosi sentite nella cultura dell’isola, come il ceili dancing, i balli gaelici e la riverdance, una delle più famose danze celtiche. Si svolgeranno caratteristiche degustazioni enogastronomiche, come quelle del manzo e dello stinco alla birra scura, le grigliate irlandesi, le zuppe tradizionali, il salmone affumicato, i formaggi tipici alle erbe, i dolci alle mele ed altre delizie irrorate dalla famosa birra scura e dai distillati irlandesi; in particolare, il Festival farà la gioia di tutti gli appassionati di birra, dal momento che il tutto sarò annaffiato da boccali colmi di Guinness, Kilkenny e Harp, in arrivo direttamente dagli stabilimenti di Dublino. La musica sarà una grande protagonista: numerose band irlandesi e gruppi internazionali si esibiranno in concerto in ogni giornata del Festival e allieteranno l’atmosfera con il loro sound folk dinamico, coinvolgente e pieno di energia, scandito dalle percussioni tradizionali celtiche e dall’accompagnamento dalle cornamuse: sul palco si alterneranno i The Kilkennys, i Folkamiseria, i Clan della Fossa, i Beirt Ele Irish Dancers. Si svolgeranno inoltre numerosi giochi tradizionali, tipici dei pub irlandesi: il tiro alla fune, il lancio del ferro di cavallo, il tiro delle freccette, gioco risalente alla Guerra dei Cent’anni, e la nota sfida della yarda, che prevede di bere nel minor tempo possibile un litro di birra scura in un particolare recipiente dalla lunghezza di una yard, corrispondente a 90,8 cm. Non mancheranno interessanti mostre, come quella di strumenti antichi, in cui si potranno ammirare lo zufolo di latta, la cornamusa, il violino, l’arpa, la concertina, la fisarmonica, il salterio, il bodharan, la cetra, la ghironda medievale, il corno da guerra; nelle mostre fotografiche, invece, sarà possibile viaggiare attraverso reportages di ogni epoca per scoprire i paesaggi, la cultura e i luoghi caratteristici. Sarà persino riprodotto un accampamento militare con annessa scuola d’armi, dove si potrà assistere ad alcune lezioni di combattimento praticate da soldati in armatura, alla realizzazione delle armi e alla simulazione di duelli con spade, alabardi e scudi. Un Festival nel Festival: il Villaggio Celtico All’interno del più ampio contesto del Festival […]

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Attualità

Esperimento-sfida: è di Prato la classe #socialzero

Una settimana senza cellulare e connessione internet: lo stimolante esperimento è stato proposto e realizzato da Marcello Contento, docente di Economia Aziendale presso l’Istituto Tecnico Commerciale “Dragomari” di Prato, insieme ai suoi circa trenta alunni di età compresa tra i 15 e i 17 anni, che hanno accolto la sfida di rinunciare al telefonino e a ogni connessione con la rete Internet per ben sette giorni, con entusiasmo e curiosità di mettersi alla prova; un po’ per provocazione un po’ per gioco, sulla scorta di una partecipata lezione sull’era pre-digitale, l’insegnate ha suggerito di riporre, lo stesso in primis unitamente alla sua classe, tutti i propri irrinunciabili smartphones in una scatola, per una settimana di “disintossicazione” da Facebook, Instagram, WhatsApp, Ask e web. «Sveglia alle ore sette, doccia, caffè, jeans, camicia, parcheggio, auto e via in direzione scuola. Tra pochi minuti parte la nostra avventura. Al suono della campanella entreremo a scuola e inizieremo a vivere questa esperienza nel modo più semplice che esiste, facendo gioco di squadra, insegnanti e alunni insieme. Naturalmente non sarà facile prevedere i risultati, ma vi assicuro che comunque andrà i miei alunni hanno già vinto. Buona settimana a tutti. Ci vediamo lunedì prossimo»: così scriveva lunedì 15 maggio, nel primo giorno della sfida, il professore Contento, 35 anni, siciliano di Alcamo, sulla pagina Facebook “Social zero”, vero e proprio “diario di bordo” in cui è stato effettivamente possibile seguire l’andamento dell’interessante esperimento. L’originale esperimento al suo VIA!  Per gli studenti il primo giorno è stato il più duro: l’avvio è letteralmente avvenuto tra le lacrime; staccare la spina da quello che è ormai divenuto soprattutto per i teenagers un mondo parallelo, in cui tuffarsi ad ogni occasione, è apparso radicale e incolmabile. Silvia, 16 anni, ha pianto dopo aver consegnato il suo cellulare: «Ero “impanicata”, l’idea di stare senza il web per una settimana mi faceva morire, ma poi ho ceduto»; lo stesso professore Contento ha riconosciuto la sua difficoltà iniziale nell’abituarsi a vivere senza smartphone. Tuttavia, la classe ha trovato il modo di riempire i lunghi pomeriggi senza Internet con momenti di svago enigmistico, con una scampagnata presso una fattoria didattica, con visite ai musei di Firenze, con lezioni di teatro e con un aperitivo collettivo, rigorosamente senza social, nel centro di Prato. È stato così che le giovani “cavie” hanno iniziato gradualmente a riscoprire il piacere di una chiacchierata realmente sociale, frutto di organizzazione programmata e voluta, non meramente virtuale, distante e fin troppo facile ad aversi. Uno studente ha confessato: «Ho fatto le parole crociate con mia madre, abbiamo parlato insieme un pomeriggio, non succede mai»; il drastico esperimento, insomma, ha fatto sì che la quotidianità, per questa trentina di nativi digitali, diventasse davvero colma e tangibile. L’esito della sfida #socialzero Da disconnessi, il parlare ritorna a essere fondamentale: sia in famiglia, dove i cellulari sono ormai sempre più gli unici compagni di cene e dopocene, sia tra gli amici, dove si comunica sempre più abitualmente via audio su WhatsApp o immagini su […]

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