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Eroica Fenice

La categoria Cinema & Serie tv contiene 398 articoli

Cinema & Serie tv

Molly’s Game: inafferrabile gioco di potere

Molly’s Game – In questa suitè si giocherà ogni martedì sera. Il buy-in è di 250.000 $. Molly’s Game racconta una storia vera, quella di Molly Bloom, una donna che per 8 anni è riuscita a gestire gran parte della rete del gioco d’azzardo illegale, sfogando la sua rabbia repressa. Il film segna l’esordio alla regia del premio Oscar Aaron Sorkin, uno dei maggiori sceneggiatori dei nostri tempi, autore di opere come: Codice d’onore, The social Network (con cui ha ottenuto l’Oscar), Steve Jobs e la serie Tv The news Room. Il film è stato tratto dall’omonimo memoriale autobiografico scritto dalla stessa Molly Bloom.  Presentato nel 2017 al “Toronto Film Festival” ha ottenuto due nominations per i Golden Globe, ulteriore motivo di soddisfazione per Sorkin. “Tra i protagonisti di questo film autobiografico figurano i candidati all’Oscar Jessica Chastain, Idris Elba e il premio Oscar Kevin Kostner e Michael Cera”. Molly’s Game, la storia di Molly Bloom Molly’s Game, basato su fatti realmente accaduti tra il 2013 e il 2014, racconta di una giovane ex sciatrice, Molly Bloom (interpretata da Jessica Chastain) che, a causa di un incidente che mette fine ai suoi sogni di atleta,  deve rinunciare alla partecipazione alle Olimpiadi. Molly pertanto, demotivata e sconcertata, decide di abbandonare gli studi giuridici presso l’Università di Harvard per trasferirsi a Los Angeles dove lavora come assistente di un gestore di sale adibite al gioco del Poker. Il titolare, però, senza una ragione precisa, la licenzia e Molly decide di conseguenza di gestire il gioco da Poker clandestino in proprio. Nell’arco di breve tempo Molly guadagna centinaia di milioni di dollari, ospitando nelle sue sale persone di grande spessone come uomini d’affari, imprenditori, produttori, grandi magnati, campioni sportivi e attori internazionali (tra cui Ben Affleck, Tobey Maguire e Leonardo Di Caprio). Tra gli ospiti inoltre figurano anche pericolosi esponenti della mafia russa, di cui lei non ne è a conoscenza. Dopo circa otto anni di gestione clandestina dell’attività, Molly incassa circa 32 milioni di dollari, una scalata sociale che la rende ricchissima ma non felice. Come un fulmine al ciel sereno, una notte nel suo appartamento irrompe l’FBI che l’arresta dopo aver smascherato la gestione dell’attività illegale e non autorizzata del gioco d’azzardo, scatenando la stampa e i gossip scandalistici contro di lei. Ha inizio una lunga battaglia legale e il suo avvocato difensore Charley Jaffey (Idris Elba), in un primo momento poco propenso ad aiutarla, accetta l’incarico per fare luce sulle vicende e sul passato di Molly. Scopre in questo modo le realtà nascoste e sofferte della sua esistenza e il suo rapporto combattuto con il padre Larry (interpretato da Kevin Costner con un’ interpretazione magistrale). “Mi ha convinto la vita reale di Molly, che per un incidente fu costretta a rinunciare alle sue aspirazioni di sciatrice, trasferendosi a Hollywood ed iniziando a gestire partite di poker illegali”- A. Sorkin. Sorkin con Molly’s Game focalizza la sua attenzione sulle vane ambizioni di una donna, narrate dalla sua voce fuori campo, ovvero dalla voce prestata […]

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“Escobar” di Fernando Leon de Aranoa – Il Fascino del male tra storia e mito

Escobar, il narcotrafficante più potente di tutti i tempi, negli ultimi anni è risultato fonte di ispirazione per diverse produzioni cinematografiche e televisive tra cui va citata “Narcos”, serie cult di grande successo creata da Brancato, Bernard e Miro, ed il tiepido e meno convincente “Escobar” di Andrea Di Stefano, interpretato da Benicio Del Toro. A distanza di pochi anni, il nuovo biopic Escobar – Il Fascino del male, diretto da Fernando Leon de Aranoa, offre una nuova interpretazione del noto trafficante di cocaina; a vestirne i panni questa volta c’è il verosimigliante e sorprendente premio Oscar, Javier Bardem (Non è un paese per vecchi – 2008), affiancato dalla sua altrettanto impareggiabile compagna e collega Penelope Cruz (premio Oscar per “Vicky Cristina Barcelona”), nel ruolo di Virginia Vallejo l’amante giornalista, attualmente in asilo politico presso la città di Miami. Ad Aranoa, l’idea convincente per una nuova realizzazione cinematografica dedicata al personaggio di Escobar, viene dettata dal romanzo “Loving Pablo, hating Escobar”, scritto da V. Vallejo, traendone una validissima sceneggiatura senza tralasciare nulla sui fatti storici riguardanti il famigerato boss malavitoso, uno degli uomini più temuti in Colombia e negli USA. “Dal 1998 sono stato incuriosito dal personaggio di Pablo Escobar come uomo. Mi sono stati offerti diversi ruoli come Escobar, ma li ho sempre rifiutati proprio perché non invocavano alcun sentimento al di là di un semplice stereotipo” – J. Bardem. Escobar – Il Fascino del male racconta l’ascesa al potere del noto criminale durante uno dei decenni più tormentati per la lotta al narcotraffico internazionale con la richiesta di estradizione negli States per una sua condanna irrevocabile. Il regista ripercorre le tappe più significative della vita del noto criminale, le relazioni con il figlio, l’ascesa come uomo d’affari e come politico, i suoi agganci istituzionali per il controllo mondiale del traffico di stupefacenti e la sua tormentata e passionale relazione con Virginia Vallejo, sua amante prediletta con cui istaura un complicato rapporto d’amore ed odio da cui si vedrà tradito. Virginia dopo aver conosciuto il lato spietato e criminale di Escobar, attraverso numerose minacce di morte, si pone al servizio della giustizia affidandosi all’agente Neymar (Peter Sarsgaard) della DEA, affinché venga catturato e giudicato dalla corte suprema del dipartimento di giustizia degli USA. Fernando Leon de Aranoa racconta Escobar Il regista Fernando Leon de Aranoa fa leva in modo attento sulla memoria intima di Virginia, una donna testimone degli anni ‘80/’90, uno dei periodi più cruenti per il sud America sconvolto dalla guerra contro il narcotraffico sostenuto dal Cartello di Medellin, ovvero da Escobar, nel ricostruire il ritratto di un uomo spietato contro chi lo ostacolava nei suoi infidi progetti criminosi, ma altrettanto intimo con le sue debolezze umane nei rapporti con il figlio e nel preoccuparsi di costruire scuole ed ospedali per tutti. Una doppia natura contrastante, messa in evidenza dai media in un periodo storico contrassegnato dai forti contrasti sociali dominati da un uomo capace di manipolare una fitta rete internazionale che coinvolgeva diversi paesi sudamericani, gli USA e […]

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Nella tana dei lupi, l’ultimo film con l’ex spartano Gerard Butler

Uscito il 5 aprile nei nostri cinema, Nella tana dei lupi (Den of Thieves) è il film scritto e diretto dallo sceneggiatore, regista e produttore cinematografico americano Christian Gudegast. Ambientato a Los Angeles, la città con il più alto tasso di rapine in banca a livello mondiale, la trama ha per protagonisti una squadra anticrimine con a capo lo sceriffo Nick O’Brien (Gerard Butler) impegnati nella risoluzione di un caso particolarmente complicato e sanguinoso che vede coinvolti una banda di criminali ben organizzati e specializzati nelle rapine alle banche. Di quest’ultima fa parte il barista Donnie Wilson (O’Shea Jackson Jr.) assoldato da Ray Merrimen (Pablo Schreimer) e i suoi uomini per le sue doti di abile guidatore che O’Brien interroga per avere informazioni sui prossimi piani criminosi dei suoi complici. L’ambizioso colpo che hanno intenzione di mettere a segno ha per obiettivo la Federal Reserve Bank, un palazzo governativo impenetrabile a causa dei rigidi controlli di sicurezza per accedervi, con l’intento di rubare trenta milioni di dollari fuori circolazione, e quindi eliminati dal database della banca e irrintracciabili, prima che vengano distrutti. Dopo essere stati distratti da un diversivo, O’Brien e i suoi capiscono le reali intenzioni della banda di Merrimen dando inizio a una corsa contro il tempo per cercare di sventarne il colpo. Nella tana dei lupi : sparatorie e testosterone a profusione Dimenticatevi il Gerard Butler tutto muscoli, integrità e onore nei panni del mitico re spartano Leonida di 300 e preparatevi a questa nuova versione fisicamente più “rilassata”, tatuata, verbalmente sboccata e, dal punto di vista morale nonché lavorativo – stiamo parlando qui di un tutore della legge – talmente discutibile e privo di scrupoli da far pensare che sia lui il cattivo della storia. Affiancato da un cast composto da attori più conosciuti e altri meno – il rapper 50 Cent, O’Shea Jackson Jr. figlio di un altro rapper famoso Ice Cube – Butler e i suoi colleghi sono un concentrato di testosterone e “machismo” che sfociano nello stereotipo, tanto i personaggi da loro interpretati sono al limite dell’eccessivo. Se si considera poi che il film dura quasi due ore e mezza – durante le quali anche le sparatorie sono fin troppe e fin troppo esagerate – la sopportazione di tanta mascolinità raggiunge davvero il culmine. Mettendo da parte – anche se non è facile perché onnipresenti – questi aspetti, quello che realmente – e piacevolmente – colpisce è, a parte la storia che segue il filo logico e il canovaccio tipico del genere poliziesco con la sceneggiatura curata da Paul T. Scheuring (creatore della popolare serie tv Prison Break), il colpo di scena finale che, a quanto pare per ora, è valso alla pellicola il sequel. Nella tana dei lupi è un film poco impegnativo che consente agli spettatori a cui ovviamente piace il genere – e anche molto – di fare indigestione di azione e distrarsi per un paio d’ore.

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Il cratere: l’esordio cinematografico di Sharon Caroccia

Il cratere, il primo lungometraggio di finzione di Silvia Luzi e Luca Bellino, arriverà nei cinema italiani il 12 aprile, e vedrà come protagonista Sharon Caroccia, la giovane e talentuosa cantante neomelodica, che insieme a suo padre, Rosario Caroccia,  si cimenterà nella sua prima esperienza cinematografica. Il film, racconta la storia di Sharon, una ragazzina napoletana di 13 anni con una innata passione per il canto, e di suo padre, Rosario, un uomo di mezza età particolarmente frustrato dalle tante delusioni e da una vita senza prospettive. La famiglia Caroccia si mantiene, grazie ad una “bancarella di peluche” che viene portata in giro tra fiere e feste di piazza. La piccola Sharon vive in un contesto grigio, in una famiglia estremamente umile dove non c’è spazio per l’educazione e per la scuola, l’unico suo sfogo è la musica. Rosario, che ha da sempre incoraggiato il talento della figlia, inizia ad essere affascinato dal mondo del business musicale neomelodico, particolarmente fiorente nel contesto napoletano. Decide di puntare tutto sulla figlia, investendo tempo e denaro nel progetto di rendere Sharon una piccola star. Le pressioni, le aspettative e i sacrifici a cui la bambina è costretta sono però sempre maggiori e ciò porterà ad inaspettate conseguenze. Il Cratere: l’esordio cinematografico di Sharon Caroccia La giovane cantante neomelodica non è  nuova alle telecamere, sono molte le trasmissioni a cui a ha partecipato e moltissimi i video musicali di cui e protagonista, in particolare tra i tanti possiamo citare quello di reggaeton napoletano, successo che ha conferito all’artista particolare fama tra i giovani partenopei. Date le molte apparizioni televisive, e conoscendo il carattere allegro e pimpante dell’artista, c’era da spettarsi la solita Sharon, ma invece, nel film, la giovane assume un comportamento completamente diverso da quello che le è proprio. Nel lungometraggio Il Cratere, Sharon Caroccia si pone come una ragazza introversa, cupa, arrabbiata e malinconica. Nella pellicola la protagonista ha dimostrato grande impegno per la recitazione, e come ha affermato la stessa, durante una conferenza stampa, in futuro cercherà di coltivare questa sua nuova grande passione. All’intero del film però i protagonisti sono due ed infatti particolari complimenti vanno anche al padre di Sharon, Rosario Caroccia, che ha posto in essere un’interpretazione particolarmente sentita e realistica, molto apprezzata dal pubblico, anche da coloro che erano reticenti all’idea di un film fatto da attori non professionisti. Il Cratere, una finzione che non va confusa con la realtà Il film narra la storia di una giovane ragazzina che viene forzata dal padre al successo, e c’è da chiedersi quanto della pellicola possa ritenersi corrispondente alla realtà di Sharon Caroccia. Di fronte a questo quesito, attori e registi hanno chiarito che la storia narrata non è autobiografica ed anzi che i personaggi interpretati sono molto diversi da come la famiglia Caroccia è nella realtà. Ovviamente sono presenti similitudini, Sharon ama cantare, la sua famiglia ha una bancarella di peluche e suo padre ha sempre creduto in lei, ma per il resto Il Cratere non può ritenersi ispirato […]

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Napoli festeggia i suoi David al Maschio Angioino: ovazione per Renato Carpentieri

Lunedì 9 aprile la città di Napoli ha festeggiato i propri talenti, premiati ai David di Donatello 2018, nella ieratica cornice della Sala dei Baroni del Maschio Angioino. La cerimonia, suggellata da una targa commemorativa destinata agli illustri ospiti, ha inteso donare un riconoscimento non solo agli artisti napoletani, ma ad una Napoli fucina, da sempre, di eccellenza. Il successo del cinema napoletano per l’assessore alla cultura Nino Daniele è spiegato attraverso la parola fondante «comune origine» che racchiude l’idea tutta partenopea di lavorare assieme, vivere in comune, ed essere un tutt’uno con la cultura, la vivacità e i fermenti di una terra unica. Il valore della cultura come arma per disperdere la violenza e la rabbia sono gli argomenti sottolineati dal sindaco De Magistris, presente alla cerimonia, che ha dichiarato: «Se noi riusciamo a dimostrare in questa città che con la cultura si può produrre; se si comprende che esiste un’alternativa al  prendere una pistola e fare una strage, e questa alternativa è la cultura, ci si può salvare e vivere con umanità. Sono convinto che grazie a questi esempi in tanti stanno scegliendo di fare spettacolo, in alternativa alla malavita. La cultura è l’arma di riscatto migliore per la nostra terra». I riconoscimenti ai vincitori dei David di Donatello Il sindaco  ha consegnato il riconoscimento al regista Antonio Manetti, vincitore del David di Donatello come miglior film con “Ammore e Malavita“ e a Daniela Salernitano, vincitrice per i migliori costumi per la stessa pellicola. Infine, Franco Ricciardi e Nelson hanno ricevuto la targa per la miglior canzone originale “Bang bang”. «È la prima volta che la  mia città mi riconosce qualcosa –  ha dichiarato un emozionato Nelson – è come andare a dormire con un bacio in fronte della mamma». Applausi scroscianti hanno accompagnato la crew di “Gatta Cenerentola“, che si è aggiudicata una statuetta ai David per i migliori effetti digitali, grazie al lavoro della Mad Entertainment: «Mad è una squadra –  ha affermato il vincitore come miglior produttore Luciano Stella – un gruppo che riesce a stare assieme a lungo, rende più forte quello che produce». Renato Carpentieri: miglior attore ai David di Donatello Dulcis in fundo è arrivato il riconoscimento a Renato Carpentieri, vincitore del David di Donatello 2018 come miglior attore protagonista, che per via della colossale standing ovation profusa dal pubblico e gli addetti ai lavori presenti nella Sala dei Baroni, non è riuscito a proferir parola per circa due minuti. Ironiche e ficcanti sono le parole dell’attore napoletano: «Ci ho messo un pò di tempo, però l’ho avuto» – ha commentato Carpentieri, poi  ha aggiunto – sono orgoglioso di questo riconoscimento, la mia formazione è avvenuta qui a Napoli, dove ho incontrato negli anni tante persone di valore. In parte questi David 2018 sono stati dati a persone di periferia o outsider, persone che per loro scelta o per scelta degli altri sono state tenute ai margini della cultura italiana. Questi David hanno premiato quelli di “fuori” non quelli del “centro”. Ora non so […]

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Bob e Marys: Criminali a domicilio

Bob e Marys: criminali a domicilio, la nuova ironica commedia di Francesco Prisco, interamente ambientata a Napoli, con protagonisti Rocco Papaleo e Laura Morante, arriverà nei cinema italiani il 5 aprile. Il film narra la storia di Roberto (Rocco Papaleo) e Marisa (Laura Morante), una coppia di coniugi, che conduce una vita tranquilla e forse fin troppo monotona. Lei è dedita al volontariato, mentre lui fa l’istruttore di scuola guida. Le esistenze dei due protagonisti sono però destinate a cambiare profondamente a causa dell’ impellente matrimonio della figlia, che li porterà a traslocare in una deliziosa villetta, purtroppo situata in uno dei quartieri più malfamati della città. Qui la sfortunata coppia sarà presa di mira da una banda di pericolosi criminali, i quali tenteranno di sfruttare la casa dei coniugi per i loro loschi traffici o, per dirla con le parole del regista, li “accùpperanno”. I criminali con violenza e minacce costringeranno i coniugi a custodire dei pacchi molto sospetti… Questa situazione porterà i protagonisti ad affrontare uno dei periodi più difficili della loro vita e ad interrogarsi su come reagire. Nella ricerca di una soluzione saranno particolarmente influenzati da un’amico avvocato (Massimiliano Gallo) e da un divertentissimo ex malvivente detto Metallino (Giovanni Esposito). Bob e Marys: Criminali a domicilio e la pratica dell’ accùppatura Il tema trattato dalla commedia è molto serio, ed è interessante notare come il regista abbia deciso di affrontarlo in modo ironico, cercando di raccontare con leggerezza una triste realtà che purtroppo affligge moltissime brave persone. “Accùppatura” è il termine coniato da Prisco per descrivere quella pratica criminale consistente nello sfruttare le abitazioni di individui innocenti ed insospettabili come deposito per la merce oggetto di traffico illegale. Le sfortunate vittime, con minacce e violenza, sono costrette ad accontentare le pretese di criminali senza scrupoli, perdendo così la propria libertà e rendendosi involontariamente complici di pratiche criminose. La paura che hanno le persone accùppate è tanta, e molto spesso preferiscono subire ed aspettare che l’incubo finisca piuttosto che esporsi denunciando i malviventi alle forze dell’ordine. La scelta di questo tema non è stata casuale, infatti, come racconta lo stesso Francesco Prisco durante la conferenza stampa, il film è basato su una storia vera, di cui sono stati sfortunati protagonisti dei suoi conoscenti. Prisco, colpito dalla vicenda, ha deciso di raccontare la storia in modo leggero, tramite una commedia capace di far sorridere senza però far passare in secondo piano l’enorme serietà e delicatezza del tema affrontato. Durante un’intervista il cast parlando del film ha detto che “Bob e Marys non è un film comico, è piuttosto una commedia tenera e complicata, essa non fa troppo ridire perché altrimenti verrebbero indeboliti gli altri temi trattati”. Inizialmente la vicenda raccontata potrebbe trasmettere, in modo velato, una sorta di sfiducia nei confronti di quelli che sono i canali tradizionali della giustizia. Ma di fronte a questo appunto, il regista ha giustamente replicato che, a prescindere dai giudizi di merito, ha deciso di strutturare la commedia, nella sua impalcatura essenziale, nel […]

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Quanto basta. Il film elogio alla semplicità di Francesco Falaschi

Il 5 aprile 2018 irrompe nelle sale cinematografiche in tutta la sua genuinità Quanto basta, il nuovo film di Francesco Falaschi, distribuito da Notorious Pictures. Quanto basta. Trama Protagonista una coppia portentosa, definita nei ruoli di tutor e apprendista. Un uomo e un ragazzo, le cui vite sembrano viaggiare su lunghezze d’onda differenti, ma uniti dalla medesima intensa passione per la cucina e dalla difficoltà di conformarsi ai canoni che la società impone. Arturo, interpretato da un vivace Vinicio Marchioni, è uno chef stellato precipitato dalla cresta dell’onda in seguito al suo temperamento collerico e all’assente controllo dell’aggressività, che gli fruttano una condanna per percosse e lesioni aggravate. Ma la pena alternativa che gli viene concessa è la possibilità di tenere un corso di cucina per ragazzi autistici seguiti dai servizi sociali. Qui incontra Guido, interpretato magistralmente da Luigi Fedele, un ragazzo affetto dalla sindrome di Asperger, come i suoi compagni, ma che da subito cattura l’attenzione di Arturo, spiccando tra gli altri per la sua preparazione e viscerale passione per l’arte culinaria. Lo chef “aggressivo” non risparmia i toni severi di fronte alla neurodiversità di Guido, che non è mai inferiorità, scansando pietismo ed agendo con iniziale impulsività. Sarà in occasione della partecipazione ad un talent culinario, fortemente desiderata da Guido ed odiata da Arturo per la barocca creatività che profana la genuinità della buona cucina, che la coppia fenomenale vedrà mutare il proprio destino. Quanto basta. Panoramica del film Dopo l’esordio con Emma sono io (2002), che già affrontava il tema della disabilità mentale, il lavoro di Falaschi prosegue con due lungometraggi Last Minute Marocco (2007) e Questo mondo è per te (2011), fino a giungere al suo quarto prodotto che già dona commozione e sorrisi ad un pubblico che ancora spesso ignora l’entità di una sindrome, come l’Asperger, molto affine all’autismo. La straordinaria interpretazione della coppia Marchioni-Fedele rende poi ancor più interessante l’argomento trattato. Il film si inserisce anche in quel vibrante filone del “road movie”, che ha conclamato il successo de La pazza gioia (2016) e del più datato Rain Man (1988), in cui il viaggio è metafora di un percorso di crescita e consapevolezza di sé. Arturo e Guido sperimentano imprevisti ed emozioni inedite nella bella Toscana, terra di sapori autentici. Il giovane Luigi Fedele, già promessa del cinema da bambino, offre il meglio della sua professionalità, vestendo un ruolo complesso, determinato e commovente “quanto basta” e dimostrando un talento incommensurato. Quanto basta. Semplicità anticonvenzionale nella vicinanza delle diversità Si sa, la ricetta per un ottimo spaghetto al pomodoro è la genuinità degli ingredienti e del loro accostamento. Pertanto il segreto per eccellenza è la semplicità. Una semplicità che affiora nelle pietanze, ma nelle emozioni dei protagonisti, condite da grazia e delicatezza non spesso presenti sui grandi e piccoli schermi. La semplicità è la parola d’ordine per Falaschi, scelta come arma contro gli eccessi e le convenzioni sociali, contro la ricercatezza esasperata della perfezione che finisce per privarsi poi del vero ed autentico condimento che […]

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Serie tv Glitch: il sempre più apprezzato filone degli “a volte ritornano”

La serie tv Glitch è una creazione australiana rientrante nel genere drammatico/fantasy: diretta da Emma Freeman, è prodotta da Ewan Burnett e Louise Fox, con Tony Ayres come produttore esecutivo. Glitch è uscita nel 2015 in Australia (canale televisivo ABC) ed è arrivata in Italia nel 2016. La seconda stagione è del 2017 ed è stata coprodotta da Netflix. Serie tv Glitch: la trama tra la prima e la seconda stagione Siamo a Yoorana, una cittadina di fantasia, situata nei pressi di Melbourne in Australia. Durante la notte alcuni morti, vecchi abitanti del posto, escono dalle tombe del cimitero di Yoorana. Nudi ed impauriti, non sono consapevoli di quello che gli sta accadendo né tantomeno ricordano la causa della loro morte. Il poliziotto del luogo, James Hayes (interpretato da  Patrick Brammall) e la dottoressa del consultorio locale, Elishia McKellar (interpretata da Genevieve O’Reilly) li soccorrono, rendendosi presto conto che sono esseri umani a tutti gli effetti e sono perfettamente in salute. Tra i “risorti” c’è anche la moglie di James, Kate Willis, morta due anni prima per cancro al seno. Non si sa cosa li accomuni e perché siano resuscitati, in quanto non ricordano nulla della loro vita. Solo con il tempo inizieranno ad avere dei flashback sulla loro vita passata. James ed Elishia decidono di non divulgare la notizia circa la loro presenza in città anche perché tra di loro c’è la moglie di James, diviso tra l’amore per lei e la sua moglie attuale, Sarah, prossima al parto. Nella seconda stagione gli eventi avranno una rapida impennata: ciascun “risorto” comincerà a ricordare qualcosa, compresa la motivazione del proprio ritorno. Altri personaggi subentreranno nella serie, come Phil, che custodiranno importanti segreti. La serie termina annunciando altri ed intriganti  misteri da svelare. Gli elementi caratterizzanti della serie Un elemento caratterizzante la serie è quello di non offrire una visione dei “risorti” che li accomuni ai classici “zombie” con un aspetto “poco umano”: sono persone normali che cercano di comprendere il senso della loro esistenza, cercando di sfruttare al meglio l’opportunità che per motivi misteriosi gli è stata offerta. Gli elementi “pulp” comunque presenti, svolgono solo un ruolo marginale. Le interpretazioni degli attori della serie tv Glitch risultano molto convincenti, in particolare quella di Patrick Brammall, uno dei personaggi principali e di Emma Booth, che interpreta Kate Willis, una dei “risorti”.  La serie non è molto lunga in quanto consta, sia per la prima che per la seconda stagione, di 6 episodi della durata di circa 50 minuti cadauno. Glitch è una serie tv di successo, tanto che ha ricevuto vari riconoscimenti, quali  quello di  miglior drama per la tv australiana (per la prima stagione). Ha avuto un discreto successo anche da noi in Italia. Pertanto, lo scorso dicembre la rete tv ABC e Netflix hanno annunciato il rinnovo della serie per una terza stagione.  

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Polytechnique di Denis Villeneuve e il senso nascosto delle cose

Polytechnique (2009) è un film di Denis Villeneuve tratto da un fatto accaduto realmente il 6 dicembre 1989 a Montréal: uno studente, Marc Lépine, uccise quattordici studentesse con un’arma da fuoco all’École polytechnique, per poi suicidarsi.  Chiunque, di fronte ad eventi non consoni all’etica comune (non solo ciò che la legge stabilisce), che si tratti di un prete predatore, di un padre violento, di un pluriomicida, di un razzista, di un coyote, anche di una prostituta, sicuramente, si chiederà «perché l’ha fatto?». In alcuni casi ci sono delle pulsioni così violente tali da eliminare ogni freno inibitore. In altri è questione di soldi, di lavoro. Ancora in altri si parla di motivi politici, o ideologici, che danno luogo a crimini d’odio, probabilmente. Ma in ogni caso la domanda resta accesa come una spia rossa: «allora, perché l’ha fatto?». La risposta sembra apparire sin dall’inizio del film, trascinata da un primo piano di un’opera ben nota di Pablo Picasso: la Guernica. L’artista spagnolo realizzò l’opera per denunciare le insensatezze della guerra. Guernica fu una cittadina spagnola usata come esperimento bellico dai tedeschi in un lontano aprile del 1937, in cui vi morirono specialmente donne e bambini. Il quadro è un chiaro esempio di come tutta quella strage, la guerra che si trascina in una sola voce senza riverberi, sia sostanzialmente priva di senso. Il senso se lo porta via col sangue scrostato e con il quale la guerra copre il suo volto. In primo piano c’è un cavallo che sembra avere in bocca la sagoma di una bomba: è la furia omicida. Il contrasto è dato da una semplice lampada posta sulla testa del cavallo che significa la distruzione dello scorrere della vita quotidiana. Di contro c’è un toro che indica l’offesa dello spirito spagnolo, sicché i militari tedeschi col bombardamento non combatterono ad armi pari. Da sinistra a destra ci sono altre figure: un donna che ricorda la Pietà di Michelangelo; una testa mozzata in basso, una spada spezzata, persone stravolte, altre che fuggono da case incendiate. Ogni cosa è a scatti, spezzata, velata dall’assenza di colori per enfatizzare la drammaticità del mutismo richiesto allo spettatore, che dovrebbe comprendere quanto rumore c’è nel silenzio. Di conseguenza, il quadro di Picasso così mescolato ad immagini mute in bianco e nero all’inizio del film, sembra quasi un presagio. Polytechnique: La Guernica e quel maledetto presagio C’è il silenzio accompagnato da una sorta di crepitio della neve. C’è l’ansia dell’attesa nelle immagini lente, nello sguardo dell’assassino che non cerca il momento giusto. In Polytechnique è tracciato tutto il percorso psicologico di Marc. Per cui non si giunge direttamente alla strage avvenuta, ma si riavvolge e si srotola la vicenda, si parte dal “come”. Ad esempio Immanuel Kant, nella sua etica, affermava qualcosa di molto simile. Un uomo non deve essere valutato a partire dall’azione commessa, ma dal movente. Cosa ha spinto chi? Le cause che inducono qualcuno ad agire sono molteplici e talvolta appaiono prive di senso, ma da come si evince dal film, un senso nascosto […]

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Tu nel rovescio delle cose: le consuetudini di Un homme qui dort

“Esiste un inevitabile rovescio delle cose”, scriveva Jean-Paul Sartre in Le mots. Effettivamente, quando c’è un cambiamento improvviso, inevitabilmente ne consegue una frattura. Qualcosa si rompe in un giorno qualsiasi, in un momento qualsiasi. Proprio come accade a “tu”, uno studente di Sociologia, senza nome, senza voce, protagonista del film Un homme qui dort di Bernard Queysanne e di Georges Perec, tratto dall’opera letteraria di quest’ultimo. Un homme qui dort è una “lettura cinematografica” del testo, in cui convergono due linguaggi paralleli che formano una “perfetta” dialettica: da una parte la voce di una donna (Ludmila Mikael) dall’altra “tu” e le consuetudini. La voce fuoricampo e le immagini, però, non si incontrano mai, pur annegando nella stessa storia. “Tu”: un io che diventa un tu. Un homme qui dort, Tu il suo inevitabile rovescio Il protagonista è uno studente qualsiasi che una mattina, dopo aver spento la sveglia, dopo aver svolto le sue “mansioni” mattutine e quotidiane, decide di essere il suo “inevitabile rovescio”. Ecco che l’io pieno, geloso e unico diventa un “tu”. Un grande occhio nero che si dilata. Il filo che tiene insieme questo “tu” e il mondo circostante è lo stato di veglia perenne dello studente. In questo modo il sonnambulismo costante lo getta in un abisso nero dal quale si sente la eco di una voce femminile pronta ad elencare quei gesti che cotidie si svolgono “involontariamente”. Tu, allora, vaga, vede le crepe sul soffitto, sente l’acqua nel secchio. C’è la bacinella rosa con i calzini neri, le crepe nello specchio, le auto fuori, i passi, il rumore nei bar, la città. Il cinema notturno, il ticchettio sibilino, la sveglia, di nuovo le crepe, il buio, la veglia, l’abisso, il gioco a carte, l’ansia, le dita consumate, le pellicine da tirare ancora, la panca bianca, il libro da poggiare a lato, la sigaretta nel portacenere e il fumo verticale. La voce fuoricampo pulsa e dilata lo sguardo di un uomo che sceglie di non muoversi, di non attendere più nulla: “La sveglia suona. Non ti muovi assolutamente. Resti a letto. Richiudi gli occhi. Non è un gesto premeditato, non è nemmeno un gesto, d’altronde. Ma un’assenza di gesto. Un gesto che non fai, dei gesti che eviti di fare. […] Non ti muovi; non ti muoverai. Un altro, un sosia, un doppio fantomatico e meticoloso, forse fa al posto tuo, uno ad uno, i gesti che non fai più: si alza, si lava, si rade, si veste, esce.” Il filo annodato non si sbroglia tanto facilmente. Il nodo da sciogliere non dipende dalla necessità di scoprirsi e trovarsi. Qui accade il contrario. Tu non vuole scoprire la sua identità, né conoscere l’alterità del mondo, di sé attraverso altri occhi. Tu si allontana da ciò di cui non ha bisogno. Un homme qui dort, “Le regard d’un je devenant tu?” C’è lo scorrere della vita sotto lo sguardo di Tu mentre è immerso nel grande mare dell’indifferenza. Ne consegue che lo scopo del protagonista è una vita nella neutralità […]

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