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Eroica Fenice

La categoria Cinema & Serie tv contiene 497 articoli

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Springsteen on Broadway, la voce del Boss

Springsteen on Broadway, storie per voce, pianoforte e chitarra Da pochi giorni è disponibile su Netflix un documentario imperdibile per tutti gli appassionati del rock’n’roll e non solo. Springsteen on Broadway, ovvero lo spettacolo che The Boss ha portato in scena al Walter Kerr Theatre di New York dal 12 ottobre 2017 fino allo scorso 15 dicembre. Un one man show estremamente intimo e riflessivo di uno dei cantautori e musicisti più apprezzati e amati del panorama musicale internazionale. “Sono qui per dimostrarvi che siamo ancora vivi”. Si apre così lo spettacolo di Bruce Springsteen, accompagnato sul palco, per le due ore e trenta di visione, solo da una chitarra e un pianoforte. Un uomo al centro del proscenio, le sue canzoni e i suoi ricordi, con quello spirito agrodolce che caratterizza da sempre la produzione del cantautore  di Freehold. Springsteen racconta così la sua infanzia così sofferta, in un paesino del New Jersey, desideroso di scappare sin dalla più tenera età. Proprio lui che, nato per correre, per citare una delle sue canzoni più famose, ora vive a dieci minuti dalla sua città natale. Emerge così lentamente il suo rapporto controverso con la famiglia, in particolare con un padre burbero e alcolista. Perché vedere Springsteen on Broadway Lo spettacolo concede poco alla spontaneità delle esibizioni. C’è infatti un vero e proprio copione, esaltando così le doti di intrattenitore e di comico di Springsteen. Il testo è basato sull’autobiografia del cantautore, uscita nel 2016 con il titolo Born to Run. Il filone è sempre dolceamaro, carico di una certa malinconia, ma non mancano gli aneddoti dotati di una forte autoironia. La prima chitarra comprata all’età di sette anni, i primi contratti discografici fino al successo planetario. Musicalmente Sprinsteen on Broadway è uno spettacolo fatto da voce, chitarra e pianoforte. Più che la spettacolarizzazione o la potenza sonora, viene così ricercata l’intensità emozionale. Springsteen commuove sulle note dei suoi più grandi successi, da Thunder Road a The Promised Land. Un pezzo da stadio come Born in the U.S.A viene così scavato fino all’osso, e ricondotto alle sue fattezze originarie, diverse da quelle di un successo radiofonico. Ovvero lo straziante racconto di un reduce del Vietnam che non riesce a trovare il suo posto, anche se è nato negli U.S.A. Come on with me, tramps like us Baby we were born to run Non mancano riferimenti all’attualità. Nell’introduzione a The Ghoast of Tom Joad, Springsteen, ricordando il dramma delle famiglie separate dalle famiglie razziste, cita Martin Luther King. ”L’arco dell’universo morale è lungo, ma inclina verso la giustizia”. Quasi a sottolineare l’amministrazione Trump non è altro che l’ennesimo capitolo per ricompattare l’anima di una nazione. Sono tanti i passaggi che emozionano e colpiscono di questo straordinario spettacolo, tra i migliori prodotti visibili su Netflix in assoluto. Il ricordo commovente di Clarence Clemons, il sassofonista della E Street Band scomparso nel 2011, a cui Springsteen dedica Tenth Avenue Freeze Out. La breve apparizione di Patty Scialfa, moglie del Boss. “Una delle voci più belle che […]

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L’amica geniale. Trionfo partnopeo sulla Rai

Lo straordinario prodotto di Saverio Costanzo, record d’ascolti che stravince addirittura sulla “serata Champions League”, ha attratto i telespettatori come calamite al televisore per l’intera riproduzione degli otto episodi suddivisi in quattro puntate. L’amica geniale, la fiction dell’anno che ha incantato il popolo partenopeo e non solo; esportata negli Stati Uniti in lingua originale con sottotitoli, così come è avvenuto in Italia. Eccellente tale scelta, quella di descrivere in maniera genuina, realistica e viscerale la Napoli del dopoguerra, disegnata con quell’intreccio di bellezze e storture, di meraviglie e corruzione. E il racconto si serve proprio della lingua napoletana, così da rendere davvero autentico il sapore dei luoghi e dei personaggi partenopei. L’amica geniale fiction è tratta dall’omonimo romanzo di Elena Ferrante, la misteriosa scrittrice napoletana, già musa ispiratrice de L’amore molesto (1995) e I giorni dell’abbandono (2005). Primo della tetralogia composta da L’amica geniale (2011), Storia del nuovo cognome (2012), Storia di chi fugge e di chi resta (2013) e Storia della bambina perduta (2014). Un grande racconto di libertà individuale, desiderio di riscossa, introspezione e rivalsa femminile. La fiction, e il romanzo che la ispira, ha i toni della ribellione rosa e dei desideri rincorsi ed in parte realizzati. In onda a partire dal 27 novembre 2018, per la produzione Wildside e Fandango, in collaborazione con HBO e Rai Fiction. Articolata in trentadue episodi totali (contando i sequel che verranno riprodotti successivamente), il long-seller di Saverio Costanzo mette in scena con saggezza e realismo sentimenti complessi e contraddittori, attraverso le talentuose protagoniste Elena (Elisa Del Genio da bambina e Margherita Mazzucco da adolescente) e Lila (Ludovica Nasti da bambina e Gaia Girace da adolescente). L’amica geniale. Elena e Lila Quella de L’amica geniale è la storia di un’amicizia straordinaria, guidata da un legame indissolubile nonostante gli ostacoli sociali, culturali ed affettivi. La particolare e genuina amicizia tra Elena e Lila, entrambe nate in un umile quartiere del napoletano negli anni Cinquanta, i difficili anni del dopoguerra in cui la corruzione e l’arte dell’arrangiarsi si fan strada tra arrivismo, omertà e vile adattamento. Due bambine, poi adolescenti e piccole donne, che con coraggio ed orgoglio affrontano i problemi che la dura realtà circostante impone, specie quei pregiudizi legati a una pseudo-tradizione ed ignoranza sociale, che nel dopoguerra condizionavano in particolare la donna. Questa brillante e pulita amicizia viene raccontata da Elena a distanza di anni (la voce narrante all’interno della fiction) in un romanzo, mettendo in luce i disagi personali, il senso di inadeguatezza, gli errori commessi e i torti subiti. Brillanti in maniera diversa, entrambe alunne modello, mentre Elena però riuscirà a continuare gli studi grazie allo stipendio da usciere comunale del padre, Lila dovrà arrendersi alla povertà della famiglia ed aiutare l’attività paterna del calzaturificio. Elena è costantemente guidata dalla luce un po’ scura di Lila. Sin dalle elementari ne ammira il talento, il genio e l’audacia che la rendono una forte e straordinaria creatura ai suoi occhi. Elena sembra vivere all’ombra di Lila, che vede come sua mentore e […]

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Violante Bentivoglio Malatesta nel docufilm di Rocco Cosentino

“Violante Bentivoglio Malatesta e il Palazzo Pretorio di Cittadella”: presentazione del nuovo docufilm di Rocco Cosentino “Violante Bentivoglio Malatesta e il Palazzo Pretorio di Cittadella”, per la regia di Rocco Cosentino, è un progetto culturale e cinematografico, che nasce all’interno di una collaborazione già in atto tra il Comune di Cittadella (PD) e l’Associazione Culturale Officina delle Idee e che si avvale del contributo della Regione Veneto e del patrocinio del Comune di Cittadella. Prodotto dalla GoldWing Film, una casa di Produzione (CdP) che muove i suoi primi passi nel 2013, il docufilm Violante Bentivoglio Malatesta e il Palazzo Pretorio di Cittadella è incentrato sulla figura della moglie di Pandolfo Malatesta, vissuta nel periodo a cavallo tra il 1400 e il 1500. Violante Bentivoglio Malatesta: un personaggio sospeso nel tempo Violante Bentivoglio Malatesta, figlia di Giovanni II Bentivoglio, signore di Bologna, e di Ginevra Sforza, sposò a Rimini Pandolfo IV Malatesta (luglio 1475 – giugno 1534), detto “il Pandolfaccio”, e fu l’ultima signora di Rimini. Una figura femminile particolare quella di Violante Bentivoglio Malatesta, che sceglie di fissare come sua dimora una residenza ancora oggi denominata Palazzo Pretorio, a Cittadella. L’ipotesi cinematografica è quella di trascorrere cinque giorni dell’anno 1503 insieme alla nobildonna, durante i quali al vivere odierno si mischieranno sprazzi di Medioevo. Una giornalista accompagnerà Violante Bentivoglio nel suo peregrinare all’interno delle mura di Palazzo Pretorio, indagando sul suo essere donna medievale in una Cittadella divenuta contemporanea ma pur sempre culla di tradizioni, turismo ed architettura. Il progetto Il docufilm (audiovisivo) su Violante Bentivoglio Malatesta è un progetto di grande valenza culturale, turistica e storico-divulgativa, mirato a porre ancor più l’attenzione su una città unica al mondo come Cittadella, che si fregia del Marchio Europeo di Qualità. La troupe cinematografica ha trascorso una settimana nella città murata, tra scorci di paesaggi mozzafiato, vetuste mura, chiese antiche e palazzi d’epoca. Rocco Cosentino, attore, regista e scrittore, ha curato anche soggetto e sceneggiatura del film documentario. Egli intraprende l’attività professionale nel 1982. Nel teatro per adulti interpreta autori quali Ionesco, Beckett, Arrabal, prediligendo il Teatro dell’Assurdo, Pirandello, Brancati, Martoglio. Nel cinema, lavora nel film “Volere volare” di Maurizio Nichetti. Registra 65 puntate nella trasmissione “GluGlu” per RaiSat. A Firenze fonda, dal 1989 l’ AS.T.A.R. (Associazione Toscana Artisti Riuniti). Conduttore, a Controradio, della trasmissione “Dietro le quinte”, famose sono le sue “Vetrina Firenze Arte” e “Vetrina Firenze Arte Europa”. Realizza, come regista, i cortometraggi “Ice-Creame Culture” e “Raccomandata A.R.”, il film-cortometraggio “Psiche” (2008), il medio metraggio “L’Amore è proprio una cosa meravigliosa”, i corti “Fame di amore” (2011) e “La pietra verde” (2012). Pubblica il romanzo “Nel Nome del Padre e della Madre” (Edizioni Il Castello). È direttore artistico al Metricamente Corto – Trebaselege Film Festival Edizione 2012, che ospita film a carattere internazionale. Dal 2015 ad oggi è inoltre ideatore, promotore e direttore del Festival Internazionale  del Cortometraggio, Geofilm Festival, a tematica ambientale. Il cast tecnico prevede le musiche di Diego D. Dimattia; Andrea Scopelli come direttore della fotografia, responsabile riprese con Dimattia e montaggio; Michele Secco quale […]

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Into the Wild: 10 anni di avventura

Into the Wild è un film tratto da una storia vera, immediato e di forte impatto. Il regista Sean Penn racconta, con la sua pellicola, la commovente vicenda sul senso della libertà e sul potere della natura. Il capolavoro diretto da Sean Penn con protagonista Emile Hircsh quest’ anno spegne dieci candeline: usciva nelle sale italiane nel 2008, ottenendo grandi consensi di pubblico. Per festeggiare i 10 anni di avventura di Chris McCandless si ripropone questa pellicola diventata di culto degli anni 2000. Into the Wild è una storia emblematica in grado di analizzare il senso profondo della vita, della sofferenza umana e della solitudine. Emile Hirsch ha vinto il premio come migliore attore dal National Board of Review. Il film è stato presentato alla Festa Internazionale di Roma, aggiudicandosi il Premio Fastweb nella sezione Première. Into the Wild: 10 anni di avventura – Trama del film L’incredibile avventura di Chris McCandless, il ragazzo americano che nel 1992, sotto il nome di Alexander Supertramp, abbandonò una vita comoda e sicura con un futuro assicurato ma scontato per scegliere la solitudine delle terre selvagge del profondo West Americano fino a giungere in Alaska: la sua storia divenne un fantastico libro di Jon Krakauer (“Nelle terre estreme”) e poi un famosissimo film (Into the Wild). Il regista Sean Penn riesce a raccontare con estrema semplicità la storia di un ragazzo alla ricerca di se stesso mostrandone i sogni, l’inquietudine e gli errori. Into the Wild – Perché Chris ci parla ancora Into the Wild è l’avventura reale vissuta da Chris McCandless che è ritenuto sia simbolo estremo di libertà e autodeterminazione, sia solo un incosciente. In realtà l’idea centrale del film è il disgusto di un ragazzo nei confronti della società consumista e materialista: Chris desiderava provare l’esperienza di vivere completamente immerso nella natura, sperimentando un’esistenza più autentica e avventurosa. Into the Wild ancora oggi dopo 10 anni è estremamente attuale, perché molte persone della nostra società provano disillusione ed insoddisfazione, poiché vivono una vita artificiosa e priva di avventura, dominata da un mondo astratto e virtuale, un mondo di apparenza. Oggi si vive un’esistenza basata sui lussi tecnologici e di vario genere, sull’insoddisfazione generale delle persone legata alla mancanza di valori. Come dimostra il film del 2008 ancora oggi nel 2018 rinnegare il consumismo e la società ipocrita sarebbe una scelta giusta. Chris rappresenta ognuno di noi, poiché con coraggio si cala in una dimensione primordiale che permette all’animo umano di avvicinarsi all’essenza della vita. Un invito alle persone della nostra società tecnologica, che è divenuta egoista e poco solidale, a non essere così dipendenti dalle cose materiali che si acquistano, infatti Chris pronuncia la celebre frase “Io non voglio sempre cose cose cose!“ Into the Wild: 10 anni di avventura e di valori morali Chris era caratterizzato da un forte idealismo e già prima della sua partenza aveva rinunciato al benessere e ai privilegi che gli garantiva la sua famiglia, sapeva che il viaggio che l’avrebbe condotto in Alaska sarebbe stato colmo di difficoltà. Il […]

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“Santiago, Italia” e il richiamo alle coscienze di Nanni Moretti

“Santiago, Italia” è una storia italiana, oramai dimenticata da molti, ma quale miglior periodo storico è più adatto di questo per raccontarla nuovamente? Dall’ultimo film uscito nel 2015 ”Mia madre”, Nanni Moretti regala agli spettatori con un documentario intitolato ”Santiago, Italia” uno degli eventi significativi della storia d’Italia, descrivendo con dignità e profondo rispetto i sentimenti e ricordi di un passato storico doloroso. Il suo intento di raccontare questo evento non è di tipo patriottico e nemmeno politico, ma è quello indiretto di ricordare, prendendo in analisi una porzione di realtà storica, quali erano le nostre radici applicando il sottile parallelismo con una società odierna tutt’altro che umana. Le prime immagini del documentario riprendono inizialmente una parte del territorio cileno oggi visto al di sopra, lo sguardo aperto poi scende più nel dettaglio sulle persone, negli occhi di chi ha visto e vissuto la tragedia cilena in seguito al colpo di Stato da parte delle forze armate l’11 Settembre del 1973 con la seguente ascesa politica del dittatore Augusto Pinochet. Parte una narrazione chiara e dettagliata dell’evento visto da vite diverse che sembrano avere tutti in comune la commozione di una ferita ancora aperta a distanza di molti anni. Le persone intervistate, riprese a mezzo busto, hanno il loro sguardo rivolto non verso l’obiettivo ma verso l’intervistatore Moretti e questo sottintende un legame, proprio del dialogo che avviene tra persone e che sottolinea una iniziale impronta realistica come reale e vera è la storia. Il regista inoltre decide di intervistare anche i torturatori delle ex-forze militari ma Nanni Moretti, nell’approccio non riesce ad essere ”imparziale” difronte a chi ha commesso violenze. La narrazione di “Santiago, Italia” segue una linea cronologica che parte dall’ascesa del governo progressista-socialista di Salvador Allende in Cile nel novembre del 1970 In questo periodo venne applicato un programma socialista che prima di allora era ritenuto solo un’utopia, divenuta però poi concretezza: per esempio, venne applicata la nazionalizzazione di industrie private come quella del rame, la distribuzione di energia elettrica, inoltre venne attuata la riforma agraria per le classi disagiate, vi fu poi la legge sul divorzio e l’aumento dei salari. Le persone ricordano quel periodo come la realizzazione di un paese ideale dove tutti avevano in egual modo gli stessi diritti e le stesse possibilità. Lo scenario cambiò bruscamente l’11 Settembre 1973, quando la giunta militare bombardò il Palazzo Presidenziale e salì al potere Auguro Pinochet con una dittatura repressiva Molte persone dell’opposizione politica furono poi catturate e sequestrate nello Stadio Nazionale che diventò un campo di concentramento dove poi furono torturate e uccise mentre alcune invece riuscirono a liberarsi. L’Italia ebbe un ruolo importante in questo scenario tremendo, perché molti cileni scavalcarono il muro dell’ambasciata italiana allora molto basso tale da avere la possibilità di entrare con facilità e questi furono benevolmente accolti da due diplomatici. Infatti alcuni ebbero la possibilità di ottenere il permesso di soggiorno in Italia scampando al disastro dittatoriale in cui il Cile versava. Commoventi le interviste mai retoriche in stile morettiano […]

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Bohemian Rhapsody. La Leggenda di Freddie Mercury torna a splendere

Il 29 novembre è uscito nelle sale italiane Bohemian Rhapsody il film che racconta la straordinaria storia dei Queen. L’unica cosa più straordinaria della loro musica è la sua storia. Questo l’incipit che acclama a gran voce il ritorno dei Queen sugli schermi. Bohemian Rhapsody prende forma attraverso un biopic musicale uscito nelle sale cinematografiche italiane il 29 novembre 2018. Così attesa da mesi, la pellicola, guidata dal duplice timone di Bryan Singer e Dexter Fletcher e distribuita da 20th Century Fox, non poteva puntare a un protagonista più adatto di Rami Malek ad interpretare il frontman dell’eccezionale band britannica. Il film focalizza l’attenzione del pubblico sui primi quindici anni di carriera musicale della celebre rock band, dalla formazione (1970) fino allo straordinario concerto Live Aid (1985). Bohemian Rhapsody. Trama Bohemian Rhapsody ricostruisce l’escalation al successo dei Queen, il cui nome fa ancora vibrare i cuori all’unisono con la travolgente voce di Freddie Mercury. E la sua storia in particolare ne diviene protagonista, tra sogni di gloria, tenacia, creatività, coraggio ed immenso talento. Farrokh Bulsara, questo il nome di battesimo del re della rock music di origini indiane. Trasferitosi con la famiglia da Bombay in Gran Bretagna per terminare gli studi, Freddie sa di essere in potenza una leggenda, destinato alla gloria grazie all’innato talento per la musica e ad una presenza scenica venerata anche dalle più famose star, come David Bowie. Così, conosciuti nel 1970 il chitarrista Brian May e il batterista Roger Taylor, comincia la meteorica scalata al successo, con la successiva aggiunta alla band del bassista John Deacon. Dalla Gran Bretagna il decollo, grazie alla collaborazione discografica con la EMI. Intanto Freddie, che sente sempre più stretta su di sé la cultura stereotipata delle origini, cambia legalmente cognome in “Mercury”, in onore al mitologico messaggero degli dei. E Freddie è l’ideatore del nome della band “Queen”, col desiderio di dare forza, regalità, universalità e impatto alla loro musica, mai inscritta totalmente in un unico genere. La storia dei Queen e del loro successo affianca in Bohemian Rhapsody quella privata del frontman, alla scoperta di se stesso, dei suoi desideri e dell’autentico amore che lo rapporta alla famiglia biologica e a quella acquisita dei suoi colleghi di spartito. Le vicende si susseguono per quindici anni, passando per la crisi esistenziale di Freddie Mercury e alle dure decisioni prese. Fino al 1985, anno dell’iconico concerto, ricordato come una delle performance più inedite della storia musicale, il “Live Aid”, e della drammatica scoperta dell’AIDS di cui Freddie risultò affetto, stroncandogli la vita a soli quarantacinque anni nel 1991. Bohemian Rhapsody. Il biopic musicale dell’anno L’attesissima pellicola fa pulsare i cuori al ritmo dei bassi suonati e del range vocale impressionante di Mercury che superava le quattro ottave, regalando brividi ed emozioni intense ed inebrianti. Certo la perfezione non è di casa, in quanto l’intera vicenda presenta licenze non rispondenti ai reali accadimenti. Ma guardando oltre il velo dell’etichetta e del sincronismo, si arriva ad amare un film reso grandioso e […]

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Roma di Alfonso Cuaròn: il film del regista messicano approda all’Astra

Roma di Alfonso Cuaròn all’Astra: è stato proiettato per tre giorni il capolavoro del regista messicano premiato con il Leone d’Oro Un film sulla memoria, sul valore personale e relativo che ognuno di noi attribuisce al tempo, un affresco del Messico degli anni settanta. Anni cruciali per il paese centroamericano. Roma è tutto questo e molto di più. Alfonso Cuaròn torna cinque anni dopo Gravity con quello che è il suo lavoro più intimo e riflessivo. Il regista messicano ha sapientemente sfruttato la forza contrattuale derivatagli dai due Oscar per realizzare un film peculiare nel panorama cinematografico odierno. Unico per il formato (uno splendido bianco e nero girato in 65 mm) ma soprattutto per la sua distribuzione, prevalentemente casalinga. Prima del suo approdo su Netflix, il 14 dicembre, Roma di Alfonso Cuaròn è stato proiettato, dal 3 al 5 Dicembre, al Cinema Astra e in una cinquantina di sale italiane, distribuito dalla Cineteca di Bologna in lingua originale. Un’occasione imperdibile per vedere nel suo habitat naturale uno dei migliori film dell’anno, premiato con il Leone d’Oro al recente Festival di Venezia. Siamo nel 1970-1971, un biennio di fuoco per Città del Messico, segnata dalle numerose rivolte studentesche represse nel sangue. Roma è il nome di un quartiere borghese dove risiede la famiglia di Cleo (Yalitza Aparicio), la giovane tata al centro della vicenda. Il contesto prende vita poco alla volta, e proprio questa studiata lentezza, costruita in ogni piccolo particolare, è uno degli elementi maggiormente singolari dell’opera. In un’epoca il cui il linguaggio cinematografico perde sempre più autorità per lasciare spazio alla serialità, rea di raccontare meglio i nostri giorni. Esce fuori il ritratto di un paese rigidamente strutturato in caste sociali. Dove, come la storia insegna, le classi dominanti lasciano a quelle meno abbienti il lavoro sporco. Le vicende di Cleo e della sua collaboratrice Adela (Nancy García García), ambedue di discendenza mixteca, segnano così il passo della vicenda. Centrale è l’intreccio tra Cleo e e Sofia (Marina de Tavira), madre di quattro bambini, amati da Cleo come se fossero propri. Donne provenienti da condizioni economiche e sociali praticamente opposte, ma entrambe segnate da una forte delusione. Un amante spaventato da una futura gravidanza e un marito stanco della vita familiare, in viaggio verso la vacanziera Acapulco. Roma di Alfonso Cuaròn, l’equilibrio personale ed intimo di una famiglia in preda a conflitti interni Parzialmente autobiografico, Roma è un mosaico di corpi, storie ed emozioni che può aiutare a superare i pregiudizi sulle nuove piattaforme digitali. Il film colpisce oltre che per l’intensità e il pathos della vicenda anche per la sapiente arte cinematografica di Cuaròn. Il regista messicano esalta le numerose scene di vita quotidiana con l’utilizzo del bianco e nero. Nel film è addirittura  presente una citazione alle sue opere precedenti, non autoreferenziale o fine a sé stessa, ma perfettamente coerente con lo sviluppo dell’intreccio. Roma diviene così argomento di dibattito, oltre che per la sua innegabile bellezza, per la la sua discussa diffusione esclusivamente casalinga. Come succede ormai ai […]

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Top serie tv, 10 tra le più viste e le imperdibili

Top serie tv, la difficoltà della scelta Non penso esista un modo assolutamente oggettivo per decidere quali serie inserire in una lista dal titolo Top serie tv, ma di seguito provo a citarne solamente alcune tra quelle che hanno lasciato un segno nella storia della serialità televisiva. Divertenti, drammatiche, romantiche, avventurose, folli, demenziali, le serie tv sono come la vita. Impossibile stabilire quali siano le migliori. Ognuna è un universo a sè, così come lo sono i libri (con i quali hanno molto in comune). Top serie tv, alcune tra le più viste di sempre e le proposte Iniziamo col rendere grazie alle serie tv. Le serie tv ci hanno strappato al palinsesto della televisione, ai suoi insulsi programmi d’intrattenimento e al vecchiume che non riesce più a stare al passo coi tempi, francamente. Ci sono serie tv che ci hanno trasformato letteralmente in bradipi da materasso per le emozioni che sono state capaci di regalarci. Ci sono personaggi e modi di fare che abbiamo davvero amato, ci hanno fatto sognare e ci sono entrati nel cuore. Grazie a ognuno di loro. BREAKING BAD La lista Top serie tv non può non iniziare con Lei. Mi si gonfiano gli occhi di lacrime solo a scriverne. Il primo incontro con Walter White, quell’uomo in mutande in mezzo al deserto, tremendamente umano e contraddittorio, non si dimentica mai. Breaking Bad racconta l’epopea di uno dei personaggi televisivi più amati di sempre. Vince Gilligan ha consegnato alla storia un prodotto monumentale, raro e pluripremiato, caratterizzato da cinque stagioni. Cinque capolavori. DEATH NOTE Pietra miliare dell’animazione giapponese. Chi non conosce il quaderno della morte? Difficile trovare qualcuno che non abbia mai sentito parlare della storia, del tutto atipica e sorprendente, di Light Yagami, il cinico liceale disgustato dall’ingiustizia che lo circonda. Death Note è un manga assolutamente coinvolgente, nato dalla penna di Tsugumi Ōba e disegnato da Takeshi Obata sul grande schermo. Quest’accattivante opera d’arte è tutta attraversata dal bene e dal male, che si intrecciano eternamente, ed è pregno di tematiche morali di grande spessore. BLACK MIRROR Una serie fondata su una commistione di generi diversi, creata dalla mente geniale di Charlie Brooker, che tratta mirabilmente gli effetti collaterali della tecnologia moderna sull’essere umano. Ci trascina in un mondo abitato da persone comuni maledettamente sole e circondate da schermi neri, se spenti, ma dal potere terribilmente inquietante, se accesi. Ogni episodio è vagamente collegato dal tema comune della digitalizzazione della coscienza. Black Mirror è una serie del tutto sconvolgente, brillante e insolita. LOST Lost è stata la prima serie scaricata in massa in tutto il mondo e non poteva non essere inserita nella lista Top serie tv. Difficile non affezionarsi ai sopravvissuti del volo 815 della “Oceanic Airlines”. Un’incredibile introspezione psicologica caratterizza tutti i personaggi di questa fantastica serie e l’isola stessa, alla quale approdano i superstiti, si fa personaggio. Stiamo parlando di un immenso puzzle che ha lasciato tutti con il fiato sospeso per un bel po’, con ben sei stagioni, dal […]

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Michael Moore all’AstraDoc, ecco Fahrenheit 11/9

AstraDoc prosegue con Fahrenheit 11/9 Un affresco ironico e provocatorio sull’America dei nostri giorni. Michael Moore, Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 2004, torna con Fahrenheit 11/9. La proiezione è avvenuta al Cinema Astra di Via Mezzocannone, nell’ambito della rassegna AstraDoc. Manifestazione che permette al pubblico napoletano di visionare i migliori documentari realizzati nell’ultimo periodo. Dopo l’apertura con I villani di Daniele De Michele, AstraDoc prosegue il suo programma con Last Men in Aleppo e La strada dei Samouni. Un’occasione per prendere atto di realtà sconosciute, che grazie al mezzo espressivo del documentario diventano estremamente fruibili e godibili. L’elezione di Donald Trump è il tema centrale di Fahrenheit 11/9. Il presidente americano più discusso e controverso della storia. Moore, dopo l’11 settembre di Fahrenheit 9/11, sposta l’ attenzione su un’altra significativa data, il 9 novembre 2016. Il giorno in cui Donald Trump è stato eletto 45esimo Presidente degli Stati Uniti. Il documentario non prende di mira solo l’attuale inquilino della Casa Bianca, ma anche le politiche dei Democratici e dei Repubblicani che hanno portato all’attuale situazione politica. Moore riconduce scherzosamente la situazione d’oltreoceano a pochi eventi, estremamente grotteschi. In particolare, la crisi idrica della cittadina del Michigan, Flint, ed il compenso maggiore di Gwen Stefani rispetto a Trump nel programma The Apprentice. Il regista americano sa bene che questi sono solo stratagemmi per incanalare la rabbia dello spettatore. In realtà la crisi attuale è rinvenuta in una serie di episodi succedutesi nel tempo, a partire dagli anni novanta con la “liberalizzazione” dei democratici. In tale contesto, Moore non risparmia critiche né attacchi a nessuno, da Clinton a Obama, rei di avere spostato troppo a destra le politiche del proprio partito. Il ritorno di Michael Moore Il regista, nonostante il quadro così oscuro, non si perde d’animo concentrandosi sui segnali di speranza emersi recentemente negli Stati Uniti. Situazioni ancora poco conosciute per certi versi in Europa, ma che hanno ottenuto una cassa di risonanza notevole oltreoceano. L’elezione di numerose donne nelle recenti elezioni di mid-term in primis, che hanno permesso un parziale svecchiamento del Partito Democratico. Ma anche le rivolte studentesche, con file di giovani in rivolta contro le politiche repubblicane e le lobby delle armi. Non potendo esprimere un giudizio completo su Trump, a metà esatta del suo mandato, il tycoon diviene così il pretesto per un viaggio nell’America profonda. La forza e la debolezza di Moore, al tempo stesso, è quella di aver realizzato un lavoro perfettamente coerente con quelli precedenti. Lo stile di Moore, specie se raffrontato al panorama informatico attuale, appare infatti a tratti anacronistico. Quando Moore si reca fuori la villa del governatore del Michigan per innaffiare il suo giardino, sembra di essere tornati in un qualche programma demenziale degli anni novanta che credevamo di avere dimenticato. Lo stesso raffronto tra l’Americana odierna con la Germania hitleriana appare troppo semplicistico, non supportato da adeguate tesi, scadendo dunque nel già sentito. Fahrenheit 9/11 di Michael Moore è però un documentario da vedere e di cui discutere. […]

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“Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders e l’infanzia perduta

Il cielo sopra Berlino, fulgido esempio di cinema europeo degli anni ’80, è una poesia senza retorica. Un capolavoro di Wim Wenders. Ricordiamone i tratti salienti. ‘‘Perché io sono io, e perché non sei tu?”, ”Quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?”, ”C’è veramente il male e gente veramente cattiva?”, sono alcuni versi estratti dalla poesia di Peter Handke scritta appositamente per il grande film Il cielo sopra Berlino datato 1987 del regista Wim Wenders. Una poesia senza retorica che suona quasi come cantilena, scandita dalla semplicità propria dei bambini, che racchiude tutte quelle domande ingenue ma complesse, tant’è che non v’è risposta, domande che accompagnano il bambino nel momento in cui comincia a prendere coscienza della propria esistenza in relazione con il mondo. Così emerge un poetare estremamente dolce e infantile, tra il brusio dei pensieri e delle voci della gente, sotto il cielo plumbeo e il caos di una grande città quale Berlino. Quella di Handke è una poesia che, al contempo, prende le vesti di un urlo di contestazione verso i disastri della guerra, dell’olocausto, di eventi che hanno portato la Germania e in questo contesto Berlino in una condizione di annichilimento, di depressione e di pessimismo rassegnato. Nel profilo di una città dalle strutture cadenti rappresentate come scheletri, quello che rimane è la memoria e il perpetuo scorrere della vita di persone abbandonate a se stesse nel proprio individualismo. Solo i bambini, non contaminati dal passato, giocano nelle strade di Berlino e hanno la possibilità di accorgersi visivamente della presenza degli angeli, in particolare quella di Damiel e Cassiel, che fanno da filo conduttore per l’intera narrazione del film. Loro, come tutti gli altri angeli, hanno il compito di osservare lo scorrere della vita delle persone e ascoltare i pensieri degli altri a volte annotandoli su un blocchetto per trarre qualcosa di curioso. Il regista offre una visione degli angeli diversa da quella sacrale, perchè quelli di Wenders guardano ad altezza d’occhio, non hanno grandi poteri, per questo motivo fanno quel che possono per consolare gli uomini e vagano con il costante desiderio di venire tra loro, poichè incastrati nell’eternità. Mentre ci sono persone che rifiutano la storia e vorrebbero raggiungere l’eterno, c’è l’angelo Damiel che dall’alto osserva la vita, freme dal desiderio di buttarsi senza barriere nella storia del mondo con la stessa vitalità di un bambino che esce dal grembo materno. Egli è desideroso di percepire sensazioni umane che ha sempre ammirato passivamente ed avere finalmente un vincolo che lo leghi come il tempo, una madre, una donna, sentire il piacere di gustare un pasto, di dubitare e addirittura di mentire. Nei toni malinconici delle scene di Wim Wenders, emerge l’entusiasmo di un uomo con un passato da angelo che non vede l’ora di nascere, si accorge di non essere il solo e ci sarà il passaggio dalle scene in bianco e nero, usate per la maggior parte del film per indicare la prospettiva degli angeli, a quelle a colori. Il cielo […]

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