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Eroica Fenice

La categoria Cinema e Serie tv contiene 367 articoli

Cinema e Serie tv

Spaghetti-western, storia di un genere italiano

Gli anni ’60 e ’70 rappresentano per il cinema italiano un’età dell’oro irripetibile, grazie anche allo sviluppo economico e all’aumento dei consumi. L’industria cinematografica non poté che risentirne positivamente e accanto al cinema d’autore di maestri quali Fellini, Pasolini, Antonioni e Petri si andò sviluppando un filone del cinema di genere il cui emblema per eccellenza, accanto alla commedia, al giallo e all’horror, è rappresentato dallo spaghetti-western. L’origine e le caratteristiche del genere Il termine spaghetti-western (detto anche “western all’italiana”) fu coniato con disprezzo dai critici americani per indicare tutti quei film western girati in Italia con pochi mezzi e scarso budget. Una definizione in parte veritiera, dato che le pellicole di quei registi che si nascondevano dietro pseudonimi americani (Bob Robertson per Sergio Leone, E.B. Clucher per Enzo Barboni ..) avevano poco a che fare con il western detto “classico”. Ma questi film non rappresentavano un passivo scimmiottamento dei western americani, dato che svilupparono caratteristiche che permisero di dare vita ad un genere a sé stante. Se il western classico metteva al centro della propria narrazione il mito della frontiera americana e celebrava i valori della collettività e della giustizia, i protagonisti degli spaghetti-western sono soprattutto pistoleri e banditi individualisti legati da un solo e unico valore: quello del denaro. Agli eroi dal viso pulito e rassicurante modellati sulla falsariga di John Wayne si opponevano volti ruvidi e sporchi mostrati in tutto il loro “realismo”, così come l’immensa Monument Valley fu sostituita da paesini sperduti e a tratti spettrali del deserto messicano (in realtà set di ripresa costruiti tra l’Italia, in particolare Lazio e Calabria, e l’Andalusia in Spagna). Un altro elemento cardine e marchio di fabbrica dei western all’italiana è il concetto di violenza. Laddove il western classico si ritrovava a doverla adoperare, ad esempio quando un personaggio sparava ad un indiano, occultava le immagini ritenute cruente. Lo spaghetti-western invece abbonda in quanto a violenza: tra sparatorie con proiettili che perforano i corpi, torture e sadismo i film di questo filone contribuirono a dare un’immagine oscura e brutale dell’epopea del Far West, molto distante dalla visione romantica e ottimista abbracciata dai registi d’oltreoceano. I primi spaghetti-western: Corbucci e Questi Uno dei primi spaghetti-western ad essere stati girati è stato Django, diretto da Sergio Corbucci nel 1966. Fu considerato all’epoca uno dei film più violenti nel suo genere, come lo dimostrano alcune scene divenute celebri: quella in cui un predicatore viene costretto a mangiare il suo stesso orecchio tagliato via da un guerrigliero messicano o anche la sparatoria che Django, interpretato da Franco Nero, compie usando un enorme mitragliatrice nascosta dentro una bara. Inoltre il personaggio di Django fa da archetipo a quello che è l’eroe (forse più antieroe) tipico dello spaghetti-western: un pistolero solitario, taciturno, dallo sguardo magnetico e misterioso, di poche parole e molto più propenso a risolvere le questioni con una pistola che con la dialettica. Interessante è poi la presenza di un luogo simbolo del west: il saloon, un luogo popolato da prostitute e individui […]

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SELFIE di Agostino Ferrente, film in memoria di Davide Bifolco

Dal 30 maggio sarà proiettato nelle sale italiane Selfie di Agostino Ferrente, documentario dedicato alla memoria di Davide Bifolco. Il film, che ha partecipato al Festival Berlino sezione Panorama, segue la quotidianità di due ragazzi che vivono nel Rione Traiano, quartiere di Napoli spesso associato alla criminalità organizzata. Selfie di Agostino Ferrente Come si può intuire dal nome, il documentario è interamente girato con la tecnica “selfie” tramite l’Iphone che il regista Agostino Ferrente ha prestato ad Alessandro Antonelli e Pietro Orlando, i due protagonisti del film che con la propria quotidianità mostrano allo spettatore i diversi aspetti di un quartiere tristemente noto per gli episodi di cronaca nera. Seguendo i due sedicenni, tra scherzi e riflessioni, viene portata sullo schermo la realtà di una zona che troppo spesso viene abbandonata a sé stessa dalle istituzioni, lasciando così terreno fertile alla malavita. L’intento del regista però è quello di far comprendere che i primi a farne le spese sono proprio le persone che abitano il quartiere, vittime del pregiudizio e dell’indifferenza. Non sono solo Alessandro e Pietro a raccontarsi di fronte alla telecamera del cellulare, ma anche tanti altri ragazzi che abitano il rione, che con le dovute differenze mettono in luce un elemento comune a tutti: il senso di ineluttabilità del destino e l’impossibilità di cambiare la propria condizione. Quest’idea si presenta spesso nel lungometraggio: sia che la scena si svolga su una dei tanti punti panoramici di Posillipo o nelle strade deserte del Rione Traiano in estate, nonostante la spensieratezza con cui i due protagonisti affrontano l’argomento, si percepisce nei loro sguardi il disincanto con cui affrontano la realtà. Anche il rapporto fra i due amici e la loro diversa concezione del documentario arricchiscono il film: se da un lato c’è Alessandro che vuole mostrare una Napoli diversa dal solito stereotipo mediatico facendone conoscere anche i lati positivi, dall’altro c’è invece Pietro che reputa loro dovere mostrare anche i lati negativi. Mostrando questa loro differenza (che li rende due facce della stessa medaglia) i due protagonisti rivoluzionano il concetto di “selfie” spogliandolo dal suo originario significato di mera rappresentazione di sé stessi e responsabilizzando la loro presenza nell’inquadratura. Il film è nato da un’idea di Agostino Ferrente ( L’Orchestra di Piazza Vittorio e Le cose belle), che conferisce maggior veridicità al documentario attraverso l’uso di un telefono come telecamera. L’obiettivo del progetto è proprio quello di avvicinare gli spettatori alla vicenda, abbattendo i pregiudizi che spesso si creano in merito a questi episodi. Ciò che rende questo film diverso dalle solite rappresentazioni che si hanno del capoluogo campano sta proprio nella scelta dei due protagonisti: due ragazzi che non hanno nulla a che fare con la criminalità organizzata, concentrando gran parte della pellicola su come percepiscono il mondo in cui vivono.   Fonte immagine: https://www.facebook.com/modernissimo/photos/gm.2275235925888499/2326991220904852/?type=3&theater

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Aladdin live action: Guy Ritchie dirige il tappeto volante

Dal 22 maggio ha fatto la sua comparsa nelle sale cinematografiche Aladdin live action, il remake del classico d’animazione Disney del 1992 con attori in carne e ossa. Reduce dal recente Dumbo e in vista del prossimo Il Re Leone, la major ha ora deciso di portare sul grande schermo un cartoon che è nell’Olimpo dei Classici, Aladdin. Un’operazione condotta in maniera “testarda” dalla casa di Topolino, intenzionata a conquistare le nuove generazioni offrendo loro “nuove versioni“ delle storie che, in passato, hanno reso grande la Disney.  Per riproporre le Notti d’Oriente di Aladdin e farci volare sul tappeto volante della fantasia, gli Studios hanno voluto chiamare dietro la macchina da presa Guy Ritchie, regista avvezzo al crime, all’action e all’ironia, che spesso ha riportato in sala, in chiave “moderna”, dei miti della letteratura, dando vita a pellicole come Sherlock Holmes e King Arthur. Una scelta che ripaga soprattutto quando le riprese si fanno movimentate e spericolate. Aladdin live action è quello che potevamo aspettarci e forse anche di più: paesaggi e colori accesi d’Oriente, romanticismo spensierato, amicizia e sentimenti che superano le diversità, corse coreografiche tra mercati arabi. Aladdin live action: la trama Aladdin (Mena Massoud) è un ragazzo che vive alla giornata insieme alla sua scimmietta Abu. Un giorno, mentre scappa dalle guardie per un furtarello al mercato di Agrabah, si imbatte nella principessa Jasmine (Naomi Scott) – fuggita da palazzo -, e la salva da una brutta situazione grazie a una fuga rocambolesca. Per il ragazzo è amore a prima vista verso quella che gli si è presentata come l’ancella della figlia del Sultano, ma la cui vera identità gli verrà svelata dal malvagio visir Jafar (Marwan Kenzari), che lo coinvolgerà nei suoi piani con la promessa di un grande tesoro in cambio del recupero di una misteriosa lampada dalla Caverna delle Meraviglie. La lampada e il Genio (Will Smith) contenuto in essa diventeranno proprietà di Aladdin, che ovviamente esprimerà il desiderio di diventare un principe molto ricco, invece che uno straccione, per poter essere degno di Jasmine. Un inganno che verrà presto smascherato da Jafar stesso, stufo di essere il numero due e pronto a soppiantare il Sultano in carica a qualunque costo. Il cast: Will Smith “geniale” Guy Ritchie è bravo nel restituire al film l’atmosfera esotica e ammaliante da “Mille e una Notte” del cartoon originale, facendone una versione stile Bollywood. E giova al dinamismo della storia la sua regia briosa, specie nella scena della fuga tra le strade di Agrabah (quasi una sequenza di parkour tra tetti cittadini) o in quella dell’ingresso di Aladdin in città, sotto le vesti del principe Alì. Aladdin/Alì arriva in un corteo strabordante e gioioso di danzatori, ballerine, struzzi, elefanti, doni imponenti, coreografie, canti, tripudi cromatici e di tessuti. Una festa per occhi e orecchie.  Ma a fare la differenza è sicuramente la scelta di Will Smith come Genio della Lampada. Il personaggio sembra letteralmente cucito addosso all’attore, che mescola la sua simpatia al passato da rapper e a una CGI pirotecnica, dando […]

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Cannes 2019, vince Parasite di Bong Joon-ho

Il festival di Cannes 2019 è giunto al termine e anche quest’anno è stata assegnata la palma d’oro al miglior film. Si tratta di Parasite, del regista coreano Bong Joon-ho   Le luci dei riflettori sul festival di Cannes 2019 si sono spente. Un’edizione della kermesse cinematografica d’oltralpe che verrà ricordata per momenti diversi: la palma d’oro alla carriera consegnata ad Alain Delon nonostante le contestazioni per via delle sue dichiarazioni sulle donne e i gay, l’annuncio di Sylvester Stallone dell’arrivo di un quinto capitolo della saga di Rambo, la presentazione dell’attesissimo Once upon a Time in Hollywood di Quentin Tarantino e soprattutto Il traditore, l’unico film italiano in concorso diretto da Marco Bellocchio e interpretato da Pierfrancesco Favino. La giuria di Cannes 2019, presieduta da Alejandro González Iñárritu ha conferito la palma d’oro a Parasite, film del regista coreano Bong Joon-ho incentrato su un complotto familiare per ragioni economiche. Il Grand Prix speciale della giuria è andato ad Atlantique di Mati Diop, prima regista di colore a far parte della selezione ufficiale di Cannes 2019. Film a metà strada tra documentario e fiction, che racconta le condizioni del Terzo mondo da un punto di vista femminile. Cannes 2019, gli altri premi Ad Antonio Banderas è andata la palma per il miglior attore per Dolor y Gloria di Pedro Almodòvar. Il film del regista spagnolo non ha vinto nessun altro premio nel corso della cerimonia, ma Banderas ha voluto lasciare una dichiarazione tombale: «Io voglio dare questo premio al mio personaggio. Che si chiama Salvador Mallo. E tutti noi sappiamo che Salvador Mallo è Pedro Almodovar». La palma per la miglior attrice è stata data ad Emily Beecham per il thriller Little Joe di Jessica Hausner, mentre il premio della giuria è andato a pari merito a Les Miserables di Ladj Ly e Bacurau di Fleber Mendonça Filho e Juliano Dornelles. Il premio per la miglior regia è stato conferito ai fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne per Le jeune Ahmed, storia di un adolescente arabo radicato in Belgio che pianifica un attentato terroristico dopo essersi convertito all’islamismo. Un’opera che non sembra sia stata accolta con molto entusiasmo. Il premio per la migliore sceneggiatura è andato a Celine Sciamma per Portrait de la jeune fille en feu, film di costume ambientato nel XVIII secolo e che vede protagonista una giovane pittrice. Menzione speciale per la commedia It must be Heaven di Elia Suleiman e Premio Camera d’Oro al miglior primo film per Nuestras Madres di Cesar Diaz, regista guatemalteco che ha studiato cinema in Francia e in Belgio. I grandi esclusi della serata accanto ad Almodòvar sono stati Quentin Tarantino e Marco Bellocchio, che tornano Cannes 2019 a bocca asciutta senza nessun premio per i loro Once upon a time in Hollywood e Il traditore. Il primo è una storia ambientata nella Los Angeles del 1969 durante i delitti della setta di Charles Manson, mentre il secondo è un biopic sul mafioso e poi collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta.   Fonte immagine copertina: https://www.cinefilos.it/cinema-news/2019b/cannes-2019-previsioni-film-397455

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Lorenzo Baraldi, intervista allo scenografo de Il postino

Nel fine settimana del 18 e del 19 maggio si è tenuta nella meeting room dell’hotel Bellini di Napoli una Master Class in scenografia cinematografica tenuta da Lorenzo Baraldi. Un nome di prestigio per il nostro cinema, che ha lavorato accanto a registi quali Mario Monicelli, i fratelli Taviani, Alberto Sordi, Nino Manfredi, Dino Risi e Massimo Troisi. Sono sue infatti le scenografie di capolavori del cinema italiano come Il Marchese del Grillo (David di Donatello e Nastro d’argento alla scenografia nel 1982), Il postino (Premio festival del cinema italiano e Time for Peace award nel 1994), ma anche di miniserie televisive come la recente Trilussa – Storia d’amore e di poesia. Per Eroica Fenice abbiamo avuto l’onore di poter intervistare Lorenzo Baraldi da vicino, ponendogli alcune domande. Ne approfittiamo per ringraziarlo della sua disponibilità e gentilezza nel rispondere ai nostri quesiti dai quali traspare tutta la storia del cinema italiano dagli anni ’60 in poi. Un cinema che, dalle parole dello scenografo, sembra continuare a vivere ancora oggi. Intervista a Lorenzo Baraldi – Lorenzo Baraldi, lei ha avuto l’onore di lavorare con grandi nomi del cinema italiano: Mario Monicelli, Paolo e Vittorio Taviani e soprattutto Massimo Troisi ne Il postino. Che sensazioni ha provato nel mettere la sua arte da scenografo al servizio di questi importanti nomi e che ricordi ha? Già quando ero aiuto assistente ebbi molti incontri importanti con diversi registi e scenografi. Dopo aver frequentato l’istituto d’arte di Parma e  l’Accademia di Belle arti di Brera a Milano sono arrivato a Roma, poiché ero appassionato di cinema. Ho incontrato i grandi maestri di scenografia Bulgarelli e Schiaccianoce. Per un giovane come che aveva 25 anni e che giungeva Roma chiedevo alle persone dove si potevano incontrare queste personalità. Tutte si riunivano a Piazza del popolo, nei bar Rosati e Canova. Lì ho conosciuto Ennio Flaiano, Federico Fellini, ma anche letterati, romanzieri e scultori che si riunivano tutti assieme, in una dimensione che metteva in comunicazione tutte le arti. Era un mondo in cui ci si incontrava ancora nei caffè, un mondo splendido nonostante i momenti politici difficili per un giovane di 25 anni. – Rispetto a quello del regista, dell’attore o dello sceneggiatore, quello dello scenografo è forse uno dei ruoli meno ricordati quando si pensa al cinema. A cosa è dovuta secondo lei questa mancanza? A tale proposito, quanto è importante il ruolo dello scenografo per la buona riuscita di un film? Purtroppo noi scenografi siamo invisibili, ma il problema è che nemmeno lo sceneggiatore è visibile ed è colui che scrive la storia. Eppure questi sono i cardini del film. Si dice che il regista faccia il film, in realtà non fa lo scenografo né l’autore. Il regista ti lascia mano libera e significa che tu sei l’autore. Il problema è che nemmeno i critici sanno cosa sia una scenografia: parlano del film, parlano della regia, parlano degli attori e finisce lì. Oggi come oggi organizzo mostre dove  faccio bozzetti e mia moglie fa […]

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Cos’è lo split screen? 7 esempi nella storia del cinema

Lo split screen (letteralmente “schermo diviso”) è una tecnica che consiste nel suddividere appunto lo schermo in due o più inquadrature al momento del montaggio o girando con un’inquadratura multipla. Scopriamo alcuni film che si sono resi celebri proprio per l’utilizzo  dello split screen. Dalle applicazioni più classiche a quelle più elaborate nate a seguito dell’avvento nel mondo cinematografico dell’uso del digitale, lo split screen è stato ed è un intelligente espediente per mostrare allo spettatore in un film uno stesso momento ma in diverse scene, così che si abbia un quadro completo della narrazione e dell’immagine. Ad esempio, è spesso utilizzata nella versione più classica ed immediata, quando l’inquadratura multipla è applicata alla scena di una telefonata, tra due o più interlocutori. Soprattutto se il momento filmico è lungo, o se contemporaneamente accade qualcosa di più sullo sfondo, lo spettatore ha così la possibilità di non perdersi nulla e la scena, sincronizzata con tutti gli eventi anche distanti nel luogo, è di conseguenza più ricca. Oppure può accadere di dover utilizzare tale tecnica proprio per mostrare più scene insieme ma a distanza di tempo (ad esempio cosa accade a diversi personaggi, e all’ambiente, se si trovano nello stesso luogo ma in epoche diverse). Un effetto che è tipico dei videogiochi multiplayer, o ancora meglio nelle strisce dei fumetti, quando con forme diverse si vuole esprimere un’unica sensazione del momento vista da più prospettive. 5 film che hanno utilizzato la tecnica dello split screen: Il letto racconta… (1959) Numerosi sarebbero gli esempi, ma pensiamo a film come la simpatica commedia americana Il letto racconta… (Pillow talk) diretto da Michael Gordon, che proprio la trama permette un utilizzo sagace dello split screen. Jan e Brad sono costretti ad avere a che fare l’uno con l’altra perché hanno la linea telefonica in duplex, in comune: l’uomo allora decide di spacciarsi per un corteggiatore della ragazza, e da lì si susseguono tante scene in cui i due protagonisti Doris Day e Rock Hudson chiacchierando al telefono, al letto, nella vasca da bagno, finiscono per innamorarsi. Grazie alla creatività e originalità delle scene con lo split screen e i dialoghi spiritosi, il film ottenne un grande successo, anche per il sottotesto equivoco ed erotico, e un Oscar come migliore sceneggiatura. Napoléon (1927) Uno dei primi lungometraggi che utilizza lo split screen è il francese Napoléon del visionario e avanguardista Abel Gance. Si tratta di una biografia dell’imperatore (interpretato da Albert Dieudonné) che va dall’adolescenza fino alla campagna in Italia del 1796, un film che ebbe tantissima risonanza e che viene ricordato come un’innovazione nella storia del cinema proprio per le diverse sperimentazioni che compì come appunto lo split screen e il sistema “Polyvision”, che consisteva nel girare con tre schermi divisi che allargavano la visione. Il caso di Thomas Crown (1968) Uno dei lungometraggi invece che utilizza quasi esclusivamente la tecnica dello split screen è il giallo/commedia Il caso di Thomas Crown di Norman Jewison. Un ricchissimo imprenditore (Steve McQueen) viene scoperto da una […]

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Joe Berlinger alla regia di Ted Bundy – Fascino criminale

Uscito il 9 maggio per la regia di Joe Berlinger, Ted Bundy – Fascino criminale è l’adattamento cinematografico del libro The Phantom Prince: My Life With Ted Bundy – la prima edizione è del 1981 – scritto da Elizabeth Kendall. Seattle, 1969. Lo studente universitario di legge Theodore “Ted” Bundy (Zac Efron) conosce, iniziando con lei una lunga relazione, la giovane madre divorziata Elizabeth “Liz” Kendall (Lily Collins). Cinque anni dopo viene denunciata, nello stato di Washington e in Oregon, la scomparsa di numerose ragazze e, in seguito alla diffusione di un identikit del rapitore, Ted viene arrestato nel 1975. Gli anni seguenti sono un susseguirsi di accuse provenienti da altri stati del Paese fino a quando, nonostante sia riuscito a fuggire alcune volte, l’uomo arriva al processo durante il quale decide di assumere la propria difesa. Nel frattempo Liz ha iniziato a bere lasciando che l’amore che ancora prova per l’ormai ex compagno, la logori insieme ai sensi di colpa per essere stata proprio lei a denunciarlo. Nel frattempo il processo non volge a favore di Ted che viene condannato alla sedia elettrica. Dieci anni dopo – Liz si è sposata con Jerry (Haley Joel Osment) mentre Ted ha trovato nella vecchia amica Carole Ann (Kaya Scodelario) la sua compagna – Liz riceve una lettera dal suo ex e decide di andare a fargli visita in prigione decisa a scoprire se sia stato realmente lui a commettere quegli atroci delitti o se, per causa sua, un innocente sia stato condannato a morte. Ted Bundy – Fascino criminale di Joe Berlinger: un avvincente thriller biografico Nel film di Joe Berlinger, malgrado ci si aspetti di vederne molte considerato che il protagonista è stato uno dei più pericolosi serial killer americani – le vittime accertate furono più di 30 ma si pensa che possano essere state almeno il doppio – le scene violente si riducono a una soltanto. Questo perché Joe Berlinger si è concentrato principalmente su Ted – dimenticatevi lo Zac Efron tutto zucchero, miele e muscoli dei suoi lavori precedenti – che è stato presentato in modo talmente normale da essere, per questo, intrigantemente disturbante e, aspetto non meno rilevante, sul suo rapporto con Liz e le conseguenze di quest’ultimo sulla donna. Azzeccata la scelta di inserire immagini e video dell’epoca sulla vicenda – non dimentichiamoci che Joe Berlinger ha firmato diversi documentari per il piccolo e il grande schermo – che si incastrano alla perfezione nel film permettendo allo spettatore di sentirsi partecipe di fatti accaduti anni e anni e addietro. Perfette, poi, le tante inquadrature in primissimo piano che contribuiscono a dare maggiore enfasi ai momenti in cui la tensione emotiva raggiunge il suo apice. Da lodare, inoltre, sono le impeccabili interpretazioni offerte dai due protagonisti così come dal resto del cast. Una menzione speciale e doverosa va al grande John Malkovic che ha vestito i panni del giudice Edward D. Cowart il quale, a conclusione del processo, rivolse all’imputato queste potenti, sentite e terribili parole: «Riconosco […]

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Umbrella Academy, recensione della serie tv Netflix

Se non conosci la serie tv in onda su Netflix, The Umbrella Academy, scoprine di più! The Umbrella Academy: la trama Nello stesso giorno del 1989, in diverse parti del mondo, nascono 43 bambini da donne che inspiegabilmente non avevano mostrato alcun segno di gravidanza. L’eccentrico miliardario Sir. Reginald Hargreeves reputa la situazione un evento inspiegabile quanto eccezionale, e decide di adottare quanti più bambini possibile, raggiungendo la modica cifra di sette neonati. Intuisce subito che c’è qualcosa di particolare in loro: la presenza di alcune doti atte a rendere il mondo un posto migliore. Per questo ritenne giusto addestrarli all’arduo compito di protettori, o per meglio dire supereroi. Nasce così l’ Umbrella Academy. Questa è la premessa della nuova serie tv targata Netflix, tratta dall’omonimo fumetto ideato da Gerard Way, cantante dei My Chemical Romance. La serie è molto diversa rispetto ai classici film dei supereroi ai quali siamo abituati. Si basa sull’equilibrio tra dark e humor, tra sovrannaturale e realismo, mostrato attraverso l’analisi dei distinti tratti psicologici di ciascun personaggio. Da supereroi a disadattati, i supereroi di The Umbrella Academy La trama si svolge al contrario: i sette protagonisti passano da un infanzia eroica al perdersi tra le difficoltà della vita, arrivando addirittura a dividersi. Ciò richiamerebbe la dinamica della crescita: da bambini ci sentiamo un po’ supereroi fino a comprendere che l’esistenza ci mette a dura prova. La trama è organizzata su diversi piani temporali: flashback rivolti al passato e richiami ad un possibile futuro post apocalittico. Ma la storia è incentrata principalmente sul presente, quando i membri dell’accademia hanno raggiunto l’età adulta. Il primo episodio si apre con la morte di Sir. Reginald. In occasione del suo funerale gli ex membri dell’accademia decidono di ritornare a casa. Il loro incontro dopo tanto tempo scatenerà una serie di eventi che li poterà a vestire nuovamente i panni dei supereroi, pronti a salvare il mondo da un imminente apocalisse. I ragazzini invincibili però sono diventati il loro opposto, percorrendo strade ed esperienze diverse: uno dei membri muore anni prima, schiacciato dai suoi stessi poteri, un altro esce di casa senza far più ritorno e i restanti sono cresciuti con il risentimento, in parte rifiutando la propria natura, in parte desiderosi di assecondarla, come Luther/Nr.1 (Tom Hopper) dotato di una forza straordinaria e Diego/Nr.2 (David Castaneda) vigilante abile con i coltelli. Altri invece come Allison/Nr.3 (Emmy Raver-Lampman) e Klaus/Nr.4 (Robert Sheehan) rifiutano le proprie abilità, attribuendone la causa di tutte le loro sofferenze. In ultimo troviamo Vanya/Nr.7 (Ellen Page) che non avendo dimostrato alcuna dote particolare cresce insicura, esclusa dai membri del gruppo come da suo padre. A riavvicinare tutti sarà Nr.5 che, avendo la capacità di viaggiare nel tempo come nello spazio, ritornerà dal  futuro, nel quale è rimasto bloccato per più di 50 anni a causa della sua scarsa padronanza dei poteri. Sarà lui a diventare testimone del destino del pianeta, deciso ad impedirne la rovina chiedendo aiuto ai suoi fratelli. Ogni episodio è incentrato sulla storia […]

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Alien, sei corti per festeggiare i quarant’anni del film

A 40 anni dall’uscita nelle sale Alien festeggia il proprio quarantennale con una serie di 6 cortometraggi diretti da registi esordienti. Era il 1979 quando il mondo del cinema fu sconvolto dall’arrivo sul grande schermo di un’inquietante creatura snella, veloce e letale che dava la caccia all’equipaggio di una nave mercantile nello spazio profondo e ignoto. Si trattava dello xenomorfo, l’antagonista principale di Alien. Il film di Ridley Scott, con la sua atmosfera oscura, le scenografie ascetiche e il suo ritmo incalzate, è divenuto negli anni un vero e proprio cult che ha dato il via ad un fortunato franchise comprendente tre sequel (1986, 1992 e 1997), due prequel (Prometheus del 2012 e Covenant del 2017), una serie di fumetti e videogiochi e anche una saga cinematografica crossover con un’altra celebre creatura fantascientifica: Predator. Di anni ne sono passati ben 40 e per festeggiare a dovere il compleanno della sua creatura la 20th Century Fox, in collaborazione con la piattaforma online Tongal, ha pubblicato tramite il canale YouTube di IGN sei cortometraggi diretti da sei registi esordienti, scelti tra una rosa di 550 cortometraggi inviati alla casa di produzione californiana. Alien 40th anniversary: recensione in breve dei sei cortometraggi I titoli dei sei cortometraggi sono Alone, Containment, Harvest, Night Shift, Ore e Specimen, rispettivamente diretti da Noah Miller, Chris Reading, Benjamin Howdeshell, Aidan Breznick, le sorelle Spear e Kelsey Taylor. Quello che accomuna questi corti, differenti l’uno dall’altro per trama e regia, è la volontà di rifarsi al primo Alien. Questi omaggi richiamano infatti alle cupe e paurose atmosfere del film del ’79, nonché ai suoi personaggi e momenti topici. Alcuni attori richiamano per caratterizzazione al tenente Ellen Ripley, interpretata nei film della saga da Sigourney Weaver e che con la sua caratterizzaione androgina ha creato l’archetipo della donna coraggiosa ed indipendente, ma non mancano nemmeno gli iconici Facehugger che stritolano il viso della vittima e ovviamente lo xenomorfo, la terribile e allo stesso tempo affascinante creatura aliena nata dalla mente del pittore e scultore svizzero Hans Ruedi Giger. L’operazione sponsorizzata dalla Fox è sicuramente interessante e permette a giovani registi di affacciarsi al mondo del cinema contribuendo all’espansione di un universo filmico importante e seminale come quello di Alien. Operazione che tuttavia non è esente da limitazioni. Se alcuni corti riescono a restituire le atmosfere claustrofobiche e angosciose del film di Scott grazie sia a colpi di scena inaspettati (Harvest) che richiami alla tematica della solitudine che porta alla follia (Alone) e della paura verso le persone più vicine a noi (Containment), altri risultano essere inanimate operazioni che con il primo Alien hanno poco o nulla a che fare (Night Shift, Ore e Specimen). In ogni caso il contributo di questi registi è sicuramente prezioso e alimenta ancora di più l’immaginario di uno dei franchise più celebri del genere fantahorror. Quarant’anni di “In space no one can you hear scream“ Alien festeggia il suo quarantesimo anniversario regalandosi una sestologia di cortometraggi che richiamano alle terrificanti atmosfere del primo film che […]

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Stanlio e Ollio, la storia vera di un’amicizia irresistibile

Una storia di amicizia “dietro le quinte” quella del commuovente e dolce biopic di Jon S. Baird, Stanlio e Ollio, che, attraverso i retroscena dell’ultima tournée teatrale del due comico più amato, ci racconta il profondo legame tra i due e le incomprensioni nella vita reale di Stan Laurel e Oliver Hardy. Da pochissimo nelle sale italiane. Nel 1937 i comici attori Stan Laurel e Oliver Hardy, in arte Stanlio e Ollio, sono all’apice del successo quando stanno per girare “I fanciulli del West” (conosciuto in Italia anche come “Allegri vagabondi”) e registrare il loro celeberrimo balletto, che utilizzeranno per tantissimi futuri sketch, “At the ball, that’s all” sulle note degli Avalon Boys. Subito però il lungometraggio di Baird vuole trasportarci nella vita dei due comici, di cui finora poco, e da fonte non affidabile, si conosceva. Infatti, vediamo Stan e Ollie (soprannominato “Babe”) che chiacchierano amichevolmente dei loro numerosi precedenti matrimoni, in un camerino mentre ripassano una parte. Il film suscita da subito un’allegria e una dolcezza nel rivivere le gag e l’empatia consolidata del duo comico, soprattutto grazie alla bravura e all’assoluta somiglianza con i veri Stanlio e Ollio dei due attori principali, il britannico Steve Coogan e John C. Reilly, entrambi conosciutissimi nel mondo del cinema ma che prima di questa brillante interpretazione non avevo avuto mai un ruolo così importante. Una prova attoriale anche di responsabilità, che viene superata a pieni voti grazie alla bravura con la quale riescono a far rivivere le caratteristiche dei veri Stanlio e Ollio, sopra e fuori dal palco. Il film biografico, che in realtà è l’adattamento cinematografico del libro “Laurel & Hardy – The British Tours” di A. J. Marriot, racconta dell’ultimo periodo della carriera del duo, quando intorno al 1953 i comici decisero di partire per un tour europeo e mettere in scena i loro più famosi sketch sui palcoscenici teatrali, seguiti in Europa da un pubblico che ancora li amava molto, in attesa che un produttore con il quale aveva contatti Stan decidesse di dare l’okay definitivo al loro nuovo film tratto dalle avventure di Robin Hood (nonostante la pellicola non fu mai girata e, come si vede in Stanlio e Ollio, Laurel da vero stakanovista, come lo ricordano, davvero lavorava alacremente alla stesura della sceneggiatura e ne discuteva con il collega Hardy). L’era d’oro era per la loro lunga e prolifica carriera terminata, e gli anni di screzi tra Stan e il produttore cinematografico Hal Roach ormai passati. Dopo un flashback che sarà determinante per comprendere la crisi che la loro amicizia affrontò a causa di un abbandono e di una incomprensione conseguente durata nel tempo, passano sedici anni e Stanlio e Ollio si trovano in Inghilterra per cominciare il tour, stanchi per l’età e una vita difficile tra gli spettacoli senza sosta e pubblicità, che sono costretti ad affrontare a causa di un inizio sottotono della tournée. Un bellissimo biopic che ci fa rivivere le avventure di Stanlio e Ollio, tra risate e lacrime In quel […]

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